“Un Alpino in gabbia”: il toccante diario di Bepi Scolari, testimone bresciano della maledizione dei campi di concentramento nazisti

Letto e recensito da Chiara Belli per Brescia si legge

“Inizia così la mia vita di militare di leva che mi porterà fra mille vicissitudini a essere testimone, mio malgrado, della maledizione dei campi di concentramento nazisti.”

Un Alpino in gabbia, di Fausto Scolari, pag.55

Fausto Scolari, giornalista pubblicista per il quotidiano BresciaOggi, fin da bambino ricorda che il padre Giuseppe, detto Bepi, teneva una valigia verde sotto il letto in cui custodiva gelosamente i ricordi di prigionia. Taccuini con appuntati a matita i momenti duri, drammatici, ma per fortuna con un lieto fine, della sua esperienza di prigioniero dei tedeschi durante il secondo conflitto mondiale.

Quel diario intimo, che racconta le vicende di un ventenne di Provaglio d’Iseo reclutato tra gli alpini nel gennaio del 1943 e ritornato a Brescia, pesante solo 35 chili, nell’ottobre del 1945, è divenuto oggi (finalmente) un libro: “Un alpino in gabbia”, edito da Ciesse Edizioni nel 2022 nella collana “Le nostre guerre” (acquista qui). Una testimonianza preziosa, arricchita da un’introduzione che contestualizza la vicenda di Scolari oltre che da una prefazione scritta dal figlio, che racconta la vicenda di un giovane che rifiutò di arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana e che come molti altri pagò questa sua scelta coraggiosa con la deportazione in un campo nazista per internati militari.

Un alpino ventenne nel 1943

Giuseppe Scolari, giovane ventenne, in una fredda mattina di gennaio del 1943, parte per adempiere al servizio militare nel corpo degli Alpini. Lascia la sua Provaglio d’Iseo e in treno raggiunge prima Brescia, poi Desenzano in attesa della successiva destinazione. Nel castello della cittadina lacustre si ritrova con altri giovani come lui, tra cui, per sua fortuna, anche l’amico di sempre, Paolo Lecchi, con cui condividerà la sua dura esperienza. Le reclute vengono visitate, dotate delle divise di ordinanza e fatte dormire al freddo su un pavimento di legno.

Gli appunti che Bepi ha lasciato (e per fortuna che aveva deciso di scriverli, perché sono per noi un’importante testimonianza diretta) fanno di questi primi attimi di vita nuova un ritratto molto realistico, a tal punto che al lettore sembra di essere in quella camerata, assieme ai militari e vederli: chi impaurito, chi entusiasta, chi smarrito.

I mesi passano tra altri spostamenti, prima Gargnano e poi di nuovo in pianura, nuovi amici e giorni di convalescenza a causa di una frattura che Bepi si procura durante le marce giornaliere. Ma la vita militare fornisce anche momenti di formazione, così che il nostro impara a trasmettere i segnali in alfabeto Morse. Tutto sembra scorrere abbastanza tranquillamente, Bepi è soddisfatto del suo operato, ma dura poco: a fine luglio del 1943 deve partire, destinazione ignota. Giunti a Vipiteno purtroppo i giorni sono tutti uguali, fatti solo di marce e noia che smettono quando l’8 settembre con la firma dell’armistizio il futuro si fa più incerto che mai.

La deportazione in un campo tedesco per internati militari

“E adesso che succede – ci chiedemmo visibilmente preoccupati. La guerra continuava, ma come un gioco di prestigio fatto sulla nostra pelle cambiavano gli alleati. Dai tedeschi passavamo agli angloamericani. E la cosa non era simpatica, visto che noi eravamo attorniati dai tedeschi e degli americani non se ne vedeva l’ombra.”

Un Alpino in gabbia, di Fausto Scolari, pag. 67

Succede che ha inizio il viaggio verso un campo di detenzione nazista presso Kaliningrad, in Russia. Giuseppe fu infatti uno dei 650.000 soldati italiani che dopo l’armistizio decisero di dire NO al nazifascismo scegliendo il Lager, sopportando fame, freddo, violenze e privazioni di ogni tipo. Tornerà a casa quasi due anni dopo quel gennaio che lo vide partire, due anni di convivenza forzata con inglesi, polacchi, condizioni di vita dure e un futuro del tutto oscuro.

Altri libri, film, documentari ci hanno da tempo informati su come fossero gestiti i campi di concentramento, di come venissero trattati i prigionieri. Tante sono le testimonianze a noi pervenute. Vale la pena leggerne un’altra? Sì, sicuramente. Ogni prigioniero è un individuo a sé, le sue sensazioni, i suoi sforzi, le sue paure e le sue speranze lo accomuneranno agli altri, ma è sempre formativo sentire la singola voce, perché in fondo è diversa dalle altre. Bepi è stato fortunato perché, dopo un lungo peregrinare tra Stalag (campi di concentramento per prigionieri di guerra, o internati militari) da Kaliningrad a Lamsdorf, è riuscito a tornare dalla sua famiglia, al suo paese, ha sofferto naturalmente, la fame soprattutto, ma ha sempre mantenuto fede al suo pensiero anti-fascista e anti-nazista.

Ha dimostrato coraggio, e come lui tantissimi altri italiani, non accettando la falsa libertà che veniva loro offerta. Sarete liberi di andare via dal campo di prigionia se verrete a militare per la Repubblica di Salò. Questo il “patto” che tedeschi e fascisti propongono, ma un forte no si libera dalle file dei detenuti.

Un’eredità generosa che merita di esser letta da tutti

Le preziose righe scritte a matita sui taccuini sono un’eredità generosa che dovrebbero leggere tutti. Le vicende tristi della Seconda Guerra Mondiale sembrano sempre più lontane da noi, ma ecco che allora una voce vicina, come quella del un nostro conterraneo, le rendono come appena accadute e sempre terribili.

La testimonianza di Giuseppe dovrebbe essere letta da tutti: giovani, meno giovani, giovanissimi. Parole semplici, ma cariche di emozioni, pensieri di un giovane che compie con fiducia la missione per cui è stato chiamato, ma che non sa nascondere la paura e l’incertezza per il suo futuro.

Le pagine del diario di Giuseppe sono precedute da un’introduzione dei curatori Orlando Materassi e Silvia Pascale nella quale sono esposte le principali vicende politiche e sociali del periodo che precede la Seconda Guerra Mondiale. Ricche di note e citazioni da testi ufficiali, questa nota introduttiva rende bene l’idea dell’atmosfera cupa di quegli anni.

Il prologo di Fausto Scolari, figlio di Bepi, prende per mano il lettore e lo accompagna verso il diario intimo lasciatoci da quell’Alpino che il 30 ottobre del 1945 giunse finalmente a Brescia.

“La sua avventura era finita. Aveva 22 anni e pesava trentacinque chili scarsi, ma era vivo e pronto a rifarsi un futuro.”

Un Alpino in gabbia, di Fausto Scolari, pag. 52


Titolo: Un Alpino in gabbia
Autore: Fausto Scolari
Editore: Ciesse

Genere: Diario
Pagine: 118
Isbn: 978886660417422

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Chiara Belli

Desenzanese, ma preferisce definirsi lacustre, laureata in Fisica, ha insegnato per diversi anni in vari Istituti di Brescia e provincia e si è dedicata alla divulgazione scientifica. Attualmente lavora come freelance nell'ambito dell'editoria scolastica. Ha scoperto "tardi" la passione per la lettura e sta recuperando il tempo perduto. Dedica il suo tempo libero alla speleosubacquea e all'organizzazione di eventi sportivi.

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