“Rànget!”: il manifesto del ragazzo del Carmine Gigi Cagni è un invito per le nuove generazioni a fare da sé
Letto e recensito da Katiu Rigogliosi per Brescia si legge
E’ il calcio che si infila dappertutto, o magnetizza tutto: il calcio cultura popolare e mitologia italiana.
(Gigi Cagni – Rànget – pag. 16)
Il calcio è, da sempre, lo sport più amato e più odiato in Italia, se non nel mondo intero. Ci si ritrova a urlare di gioia al gol del nostro attaccante del cuore, a piangere dal nervoso quando viene sbagliato quel rigore ai mondiali, ad arrabbiarsi se non si raggiunge la vetta della classifica, fino ad insultarsi se qualcuno osa tifare per l’avversario.
In campo, undici persone in pantaloncini che corrono dietro ad una palla, cercando di difenderla – e di difendere il proprio onore – da altrettanti uomini che spingono per la vittoria.
Tra questi uomini campioni, dilettanti, forzuti, intelligenti, gregari, geni assoluti.
Tra questi uomini Luigi “Gigi” Cagni, bresciano classe 1950, che con 485 partite disputate è il calciatore con più presenze in assoluto in serie B. Nato nel quartiere del Carmine, cresciuto con una palla attaccata ai piedi, ha da poco raccontato la sua vita calcistica in “Rànget! Cinquant’anni a imparare dal calcio”, edito da Perrone Editore.
Il Carmine al centro del mondo
“Fuori” era il Carmine. Ancora oggi se dici a un bresciano – manco a un foresto – che vieni dal Carmine, ti guarda come se avessi dichiarato di abitare nel Bronx, la parte brutta. E insomma, esiste una certa mitologia del Carmine. O meglio: il Carmine è pura mitologia di Brescia
(Gigi Cagni – Rànget – pag. 28)
Luigi, per tutti sin dall’infanzia Gigi, nasce in un vicolo del quartiere più malfamato della città, uno di quei luoghi dove o cresci e diventi parte della fauna locale, o apri gli occhi e ti ribelli. Negli anni Cinquanta era facile vivere al limite tra le due scelte, soprattutto se allo studio e alla vita familiare si preferiva la strada. Gigi in strada ci cresce, corre, gioca, fa le sue esperienze, tutto con un pallone incollato ai piedi, rincorrendolo con gli amici e provando a non infastidire i negozianti da un lato e le prostitute dall’altro.
Quella sfera che scivola sui ciottoli del centro storico cittadino sarà la sua salvezza. O la sua gabbia, dipende da che punto di vista volete guardare – e raccontare – la storia.
Sarà grazie a quella, unita alla caparbietà e alla forza di carattere di Luigi – che in tutti i suoi anni di carriera non si è mai fatto mettere i piedi in testa da nessuno, a volte apparendo anche più rude e rivoluzionario di quanto fosse in realtà – che Luigi Cagni diventerà Gigi Cagni: prima il calciatore, poi l’allenatore.
Dal campo alla panchina direttiva
Un terzino sinistro invitato a fare il libero, passando dalle giovanili del Brescia alla prima squadra dove, nel gennaio 1970, debutta in serie A contro il grande Cagliari di Gigi Riva. Da quel momento, il suo percorso calcistico da giocatore è stato un valzer infinito insieme ad altrettante squadre, con promozioni e retrocessioni famose: dalla Sambenedettese con cui retrocesse in C1 e successivamente risalì in B, sino all’Ospitaletto finito in C2. Nel mezzo, una squalifica di 4 mesi per non aver denunciato un giro di calcioscommesse effettuate da alcuni suoi compagni.
Nel 1988 diventa allenatore delle giovanili del Brescia, dove tutto ebbe inizio, per passare poi alla Centese, al Piacenza – portato in serie A – sino al Verona, al Genoa, alla Salernitana, Sampdoria, Empoli, Parma. Per finire la sua carriera, come nelle grandi storie d’amore, sulla panchina di chi lo lanciò e credette in lui: il Brescia.
Un libro pieno di vita
“Rangét: cinquant’anni ad imparare dal calcio” è un libro autobiografico molto tecnico. Cagni racconta nei dettagli stralci di partite, commenta i giocatori, spiega le sue scelte di gioco e analizza gol, rigori, falli.
In queste quasi 250 pagine tutto gira attorno al pallone, non un sentimento esplicito, non un ricordo privato, non un errore personale. Per chi non se ne intende di calcio, o per chi segue questo sport solo in occasione dei Mondiali, questo romanzo potrebbe apparire freddo, distaccato, acerbo. In realtà, per coloro che considerano il calcio niente meno che una filosofia di vita, questa narrazione è pura poesia.
Non volevano l’esempio. Volevano l’affetto. E io avrei dovuto darglielo. Avrei dovuto. Invece era come se tutto l’affetto fosse per il calcio. Succede anche questo: il calcio è una pompa che risucchia la tua passione, se ne nutre, annusa la tua felicità e la ruba istante dopo istante. Drena ogni rivolo di ambizione, di esaltazione, di speranza.
(Gigi Cagni – Rànget – pag. 164)
In queste pagine Gigi Cagni dimostra la sua caparbietà, il suo essere fuori dalle righe, dagli schemi. Dimostra come non si sia lasciato abbattere dalle avversità, come gli esoneri lo abbiano plasmato rendendolo più forte e più coraggioso. Mostra al mondo come i rapporti tra allenatori e calciatori siano sempre sul filo del rasoio, dove una parola di troppo è capace di creare scompiglio e una parola di meno possa provocare danni irreparabili.
Luigi Cagni riesce, in maniera semplice e senza tanti giri di parole, a rendere reale e materico un lavoro, una professione, che tutti noi appassionati vediamo come un sogno. Ma che in realtà, a volte, può diventare il più piacevole degli incubi.

Titolo: Rànget! Cinquant’anni a imparare dal calcio
Autore: Luigi Cagni
Editore: Giulio Perrone Editore, 2025
Genere: memoir
Pagine: 246
EAN: 9788860047908
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