Il meglio di ‘Brescia si racconta vol.2’: “Il ferro e il fuoco” di Edoardo Coppi


“Il ferro e il fuoco”

di Edoardo Coppi

La fucina Bonetti a Gardone Val Trompia ha smesso di battere il ferro nel 1987, quando mio nonno Battista ha chiuso la saracinesca per l’ultima volta. Io avevo sei anni e ricordo il suono: un silenzio così pesante che sembrava avere una forma fisica, come se qualcuno avesse spento non solo il fuoco ma anche l’aria stessa.

Oggi, trentotto anni dopo, sono tornato. La chiave pesa nella mia tasca come se fosse fatta di piombo invece che di ottone.

La via Matteotti è cambiata. Dove c’erano le botteghe degli artigiani ora ci sono negozi di abbigliamento, bar con i tavolini fuori, un’agenzia immobiliare. Solo la fucina è rimasta com’era: saracinesca abbassata, insegna sbiadita, mattoni anneriti dalla fuliggine di cent’anni di fuoco. Sembra un dente cariato in una bocca che ha fatto l’impianto.

«L’è tò, ‘l Bonetti[1]» dice una voce alle mie spalle.

Mi volto. È il Remo, il barbiere, che ha ancora il negozio tre porte più in là. Deve avere ottant’anni ma sembra sempre uguale: magro, curvo, con quelle mani che tremano anche quando non stanno facendo niente.

«Sì, sono io.»

«Töt ‘n pó de tìmp che te sét mia pasàt[2]

«Vent’anni» dico. Ed è vero. L’ultima volta ero qui per il funerale del nonno. Prima ancora, per quello di mio padre. I Bonetti tornano a Gardone solo per seppellire i morti.

Il Remo annuisce lentamente, come se masticasse quel numero, vent’anni, e dovesse decidere se ha il sapore giusto.

«L’è ‘ndàcc a ciapà la cà?[3]»

«No. Solo a vedere.»

«Mah.» Il Remo si gratta la testa. «La g’è giète dré che la völ comprà, la cà. ‘Na fadìga, i dis, de Milan. Per fà ‘n museo, o ‘na roba isé[4]
Un museo. La fucina Bonetti museo. Mio nonno si rivolterebbe nella tomba al cimitero di San Marco, insieme alle generazioni di Bonetti che hanno battuto il ferro dal 1732.

«Non è in vendita» dico.

Il Remo alza le spalle. «Te sét el padró[5]

Ma non è vero. Non mi sono mai sentito padrone di niente, figurarsi di questa costruzione di pietra e fumo che porta un cognome che sento mio solo a metà.

Aspetto che il Remo se ne vada, poi infilo la chiave nella serratura. Gira con difficoltà, arrugginita dall’umidità e dal tempo. La saracinesca si solleva con un lamento metallico che sveglia echi in tutta la via.

L’odore mi colpisce per primo. Ferro, carbone, olio minerale, sudore antico. Sono passati trentotto anni ma l’odore è rimasto intrappolato qui dentro, concentrato, fedele. Chiudo gli occhi e per un momento sono di nuovo bambino, seduto sul gradino a guardare mio nonno che lavora.

Entro. La luce del pomeriggio filtra dalle fessure della saracinesca, disegna strisce d’oro sulla polvere sospesa nell’aria. Tutto è come lo ricordo: l’incudine al centro, nera e massiccia; il mantice addossato alla parete, con la pelle screpolata che sembra pelle umana invecchiata; gli attrezzi appesi alle pareti, martelli di tutte le dimensioni, tenaglie, lime, ceselli.

E le armi.

Perché la fucina Bonetti, come tutte le fucine di Gardone, faceva armi. Fucili da caccia, principalmente, ma anche pistole, coltelli, baionette. Sul muro di fondo, sotto uno strato di polvere, c’è ancora la targa che mio bisnonno aveva appeso con orgoglio: “Fornitori della Regia Armeria dal 1898”.

Mi avvicino al banco da lavoro. Sopra, sotto un telo cerato, c’è qualcosa. Lo sollevo con cautela. È un fucile, non finito. La canna è montata, il calcio è grezzo, ancora da levigare. I meccanismi interni sono smontati, disposti sul banco in un ordine che solo mio nonno poteva comprendere.

Lo prendo in mano. È freddo, pesante, incompiuto. L’ultimo lavoro del nonno Battista, interrotto a metà. Mi chiedo chi lo avesse commissionato, se sia mai venuto a chiederlo, se abbia mai saputo che l’artigiano era morto prima di finirlo.

«Te völ mia laurà[6]

La voce viene dal fondo della fucina. Mi volto di scatto, il cuore che batte forte. Ma non c’è nessuno. Ovvio. È solo il vento che entra da qualche fessura, o la mia immaginazione, o forse è davvero il fantasma del nonno che è rimasto qui, tra questi muri, incapace di andarsene.

Ma la frase è vera. Non volevo lavorare. Non volevo diventare armaiolo, non volevo passare la vita a forgiare strumenti di morte, anche se erano “opere d’arte”, come diceva mio nonno, anche se ogni fucile Bonetti era unico, fatto a mano, perfetto.

Ricordo la discussione. Io avevo sedici anni. Mio padre era morto tre anni prima di cancro ai polmoni per la polvere di ferro respirata per trent’anni, e il nonno voleva che io prendessi il suo posto.

«L’è ‘l nòst mèsté[7]» aveva detto.  «Da sèt generasiù[8]

«Non voglio fare armi» avevo risposto. Ero pieno di ideali pacifisti, allora. Era il 1985, leggevo Guccini, ascoltavo De André, credevo che il mondo potesse cambiare se solo ci fossimo rifiutati di partecipare alla violenza.

Il nonno non aveva urlato. Non aveva nemmeno discusso. Aveva semplicemente annuito, si era voltato verso l’incudine, e aveva continuato a lavorare.

Due anni dopo aveva chiuso. Non aveva cercato altri apprendisti. Aveva solo chiuso.

Mi siedo sul gradino, quello dove mi sedevo da bambino. Il fucile è ancora nelle mie mani. Osservo i dettagli: le incisioni sul fusto, gli incastri perfetti tra metallo e legno, la precisione millimetrica di ogni componente. È davvero un’opera d’arte. Mio nonno aveva ragione.

Ma è anche uno strumento fatto per uccidere. E anche questo è vero.

Apro il cassetto del banco. Dentro, nascosto sotto gli schizzi tecnici e i progetti, trovo un quaderno. La copertina è di tela cerata, consunta. Lo apro. È la scrittura del nonno, incerta ma leggibile. Un diario? No. Qualcosa di diverso.

“15 marzo 1944. Oggi ho finito il fucile per il comandante tedesco. L’ho fatto bene, come sempre. Ma mentre lo consegnavo, ho visto cosa facevano in piazza. Ho visto i tre partigiani appesi ai lampioni. Uno era il figlio del Todeschini, aveva diciannove anni. Anche il fucile che avevo fatto era bello. Anche quello serviva per uccidere.”

Continuo a leggere. Le pagine raccontano una storia che non conoscevo. Il nonno Battista, ventiquattro anni durante la guerra, fu costretto a lavorare per i tedeschi che occupavano Gardone. Le fucine della valle dovevano produrre armi per il Reich. Chi rifiutava finiva a Mauthausen, se era fortunato.

“3 giugno 1944. Ho modificato il meccanismo di percussione del fucile 127. Esploderà dopo tre colpi. L’ufficiale delle SS che lo userà non sparerà un quarto colpo. Non so se questo mi rende un eroe o un assassino. Forse entrambe le cose.”

Le mani mi tremano. Sfoglio le pagine sempre più velocemente. C’è tutto: i sabotaggi sottili, le modifiche impercettibili che rendevano le armi difettose, i messaggi passati ai partigiani nascosti tra gli ordini di lavoro. E poi, dopo la Liberazione, la decisione.

“25 aprile 1945. La guerra è finita. Ho deciso: continuerò a fare armi. Ma solo armi belle, perfette, opere d’arte. Se devo creare strumenti di morte, almeno saranno così belli che chi li possiede ci penserà due volte prima di usarli. È una stupidaggine, lo so. Ma è l’unico modo che ho trovato per vivere con me stesso.”

Chiudo il quaderno. Le lacrime mi rigano le guance e non mi vergogno. Mio nonno non era un ingenuo. Sapeva esattamente cosa stava facendo. Aveva scelto di trasformare la violenza in bellezza non per negare la prima, ma per renderla visibile, innegabile, impossibile da ignorare.

Io, con i miei ideali adolescenziali, l’avevo giudicato. L’avevo condannato senza sapere. E lui aveva chiuso la fucina piuttosto che spiegarsi, piuttosto che giustificarsi.

Mi alzo. Le gambe mi tremano. Torno al banco, riprendo in mano il fucile incompiuto. Osservo la canna, il calcio grezzo. Ci vorrebbero almeno quaranta ore di lavoro per finirlo. E non saprei nemmeno da dove cominciare.

Ma forse non è questo il punto.

Apro lo zaino che ho portato con me. Tiro fuori la macchina fotografica. Inizio a fotografare: l’incudine, il mantice, gli attrezzi, i progetti, il quaderno. Scatto dopo scatto, documento tutto. La luce è perfetta, adesso. Il sole sta tramontando e i raggi entrano obliqui, accendono il metallo, trasformano la polvere in oro liquido.

«Cosa fa?»

Questa volta la voce è reale. Mi volto. Sulla soglia c’è una donna, quarant’anni forse, vestita con un cappotto blu. Ha un’aria familiare che non riesco a collocare.

«Sto fotografando» dico.

«Lo vende?» chiede lei. «Il locale, intendo. Noi siamo di Milano. Vogliamo farne un centro culturale. La storia delle armi di Gardone, l’artigianato della Val Trompia…»

«Un museo» dico.

«No. Non un museo. I musei sono per le cose morte. Noi vogliamo che sia vivo. Laboratori, corsi, eventi. Far conoscere questa tradizione prima che scompaia del tutto.»

La guardo. Aspetta una risposta. Io guardo di nuovo la fucina, poi il fucile nelle mie mani, poi il quaderno sul banco.

«Mio nonno ha chiuso nel 1987» dico lentamente. «Credevo fosse per colpa mia. Perché avevo rifiutato di imparare. Ma forse aveva un altro motivo. Forse voleva che questa fucina restasse così, intatta, un punto fermo in un mondo che cambiava troppo in fretta.»

«E lei cosa vuole?» chiede la donna.

Ci penso. Cosa voglio davvero? Tenere chiusa la fucina per sempre, come un mausoleo? Venderla e usare i soldi per la mia vita a Roma, per la mia carriera di fotografo freelance che non decolla mai? Oppure…

«Voglio finirlo» dico all’improvviso. Le parole escono da sole, prima che possa pensarci.

«Cosa?»

Sollevo il fucile. «Questo. L’ultimo lavoro di mio nonno. Voglio finirlo.»

La donna sorride. «Sa come si fa?»

«No. Ma imparerò.»

Non so da dove sia venuta questa certezza. Forse dal quaderno, forse dalle fotografie che ho appena scattato, forse semplicemente dall’odore di questa fucina che è lo stesso odore che mio nonno portava addosso quando mi prendeva in braccio.

«Ci vorrà tempo» dice la donna.

«Ho tempo.»

«E dopo? Quando avrà finito?»

«Dopo…» Guardo di nuovo la fucina. «Dopo ne parliamo. Del vostro progetto, intendo. Ma a una condizione: se diventa un centro culturale, deve esserci una stanza che resta così com’è. Questa. Intatta.»

La donna annuisce. «D’accordo. Le lascio il mio contatto.»

Tira fuori un biglietto da visita, lo appoggia sul banco. «Mi chiami quando è pronto.»

Se ne va. La fucina torna silenziosa. Ma è un silenzio diverso, ora. Non più vuoto, ma pieno di possibilità.

Appoggio il fucile sul banco con cura. Trovo un telo pulito e lo copro. Poi prendo il quaderno del nonno e lo metto nello zaino. Questa sera, a casa mia – no, a casa del nonno qui a Gardone, dove dormirò stanotte – lo leggerò tutto, pagina per pagina.

Esco dalla fucina. Il sole è tramontato. La via Matteotti è quasi deserta. In fondo, verso la piazza Beretta, si accendono le prime luci.

Abbasso la saracinesca, ma questa volta non giro la chiave nella serratura. Domani tornerò. E dopodomani. E il giorno dopo ancora.

Imparerò a tenere in mano un martello, a riconoscere la temperatura del metallo dal colore, a sentire quando la lama è temprata nel modo giusto. Non perché voglia diventare armaiolo. Ma perché voglio finire quello che mio nonno ha iniziato.

E forse, nel farlo, finirò anche qualcosa che è iniziato dentro di me trentotto anni fa, quando credevo che bastasse rifiutare la violenza per non esserne parte.

Adesso so che è più complicato. So che la bellezza e la morte possono coesistere, che l’arte può nascere anche dal ferro e dal fuoco, che ogni strumento è solo uno strumento fino a quando qualcuno non decide come usarlo.

Cammino verso la piazza. Il Remo è sulla soglia del suo negozio, sta chiudendo.

«Alura?[9]» mi chiede.

«Alura resto[10]» dico. «Per ‘n pó, almèch[11]

Il Remo sorride. È un sorriso piccolo, appena accennato, ma nei suoi occhi c’è qualcosa che assomiglia all’approvazione.

«Ben isé[12]» dice. «La Val Trompia l’ha semper bisógn de giambe giùvine[13]

Risalgo verso la casa del nonno. È in via Zanardelli, sopra la fucina. Le chiavi sono nello zaino. La casa è vuota da vent’anni ma so che è ancora abitabile.

Domani chiamerò l’ufficio a Roma, dirò che prendo un periodo sabbatico. Inventerò una scusa qualsiasi. O forse dirò semplicemente la verità: che sono tornato a casa per finire un lavoro interrotto. E che non so quanto tempo ci vorrà, ma che per una volta nella mia vita voglio arrivare fino in fondo.

La notte è fredda, tersa. Le stelle brillano sopra la valle come schegge di metallo lucente. In lontananza, verso Lumezzane, si vede ancora il bagliore delle ultime fucine ancora attive. Sono poche, ormai. Ma resistono.

Come resisterò anch’io, penso. Per mio nonno. Per mio padre. Per tutti i Bonetti che hanno battuto il ferro prima di me.

E forse, un giorno, per me stesso.


EDOARDO COPPI (classe 1995) è docente di materie letterarie. Coniuga un solido background umanistico, costruito attraverso una Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università Cattolica di Milano e una in Filologia Moderna, con una spiccata vocazione per la didattica inclusiva. Dal 2021 si dedica all’insegnamento, maturando significative esperienze sia come professore di lettere che nel sostegno. Attualmente insegna presso la scuola secondaria di primo grado di Collio. Nel suo approccio educativo unisce la passione per la ricerca storico-filologica a metodologie didattiche innovative, con l’obiettivo di stimolare il pensiero critico, le abilità comunicative e l’argomentazione logica nei propri studenti.


[1] Sei tu, il Bonetti

[2] È un po’ di tempo che non passi

[3] Sei venuto a prendere la casa?

[4] C’è gente che la vuole comprare, la casa. Una famiglia, dicono, di Milano. Per fare un museo, o una cosa così

[5] Sei tu il padrone

[6] Non volevi lavorare

[7] È il nostro mestiere

[8] Da sette generazioni

[9] E allora?

[10] Allora resto

[11] Per un po’ almeno

[12] Bene così

[13] La Val Trompia ha sempre bisogno di gambe giovani

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