Il meglio di ‘Brescia si racconta volume 2’: “20 luglio 1826” di Matteo Gilberti
Questo racconto, che pubblichiamo in maniera integrale per gentile concessione dell’autore e dell’editore, si è classificato terzo alla seconda edizione del concorso per racconti brevi “Brescia si racconta“. Il racconto fa parte dell’antologia “Brescia si racconta. Volume 2”, curata da Brescia si legge ed edita da GAM Editore: una raccolta di venti storie che offrono sguardi inediti sulla provincia di Brescia, selezionate tra quasi duecento partecipanti. Le prime dieci classificate verranno pubblicate, una al mese, in una sezione dedicata del nostro sito.
Puoi acquistare l’antologia “Brescia si racconta” (GAM 2026) presso la tua libreria di fiducia o sul sito dell’editore
“20 luglio 1826”
di Matteo Gilberti
20 luglio 1826, Brescia
Luigi Basiletti a Paolo Tosio, Sorbara (Asola, Mantova)
Amico carissimo,
Vi informo che anche l’ultimo ronzino della giornata è appena sfilato davanti al frontone di Vespasiano con la sua soma di pietre e terriccio. Dietro al carretto, due uomini spalano il pietrisco e la ghiaia in eccesso che, di tanto in tanto, sborda dalle assi del carico. Dai breviari della chiesa di San Zeno si borbottano le cantilene dei vespri, mentre un cicaleccio furtivo si perde tra le foglie d’acanto dei capitelli e i ciuffi di parietaria.
Ancora un mese e tutta questa nostra impresa sarà terminata… Potrò nuovamente tornare a riprendere in mano tavolozza e pennello, sperando che il caldo estivo non abbia essiccato troppo i colori.
Non sono nato archeologo, lo sapete bene. Tutto quello che conosco del dissotterrare i cocci e gli edifici lo devo a quelle scorrerie giovanili tra i cantieri delle rovine di Roma.
Ho scavato un tempio di Ercole come non se ne era mai visto in tutta la Cisalpina: per tre anni ho fatto germogliare le sue colonne come fossero bianche braccia della terra da quello che prima era un vigneto; lungo i bassorilievi di un’ara, le armate di putti sono tornate a brandirne i festoni. La città di Brescia è tornata a sentire il battito segreto del proprio cuore, prima custodito nel suo grembo di marmo, svelandosi a noi e al mondo nel nome di Brixia.
Alcuni operai ritornano dal bottegaio che gli ha appena convertito in fiaschi di vernaccia di Cellatica la paga della giornata: come da cerimoniale, imprecano e minchionano in dialetto il Kaiser, al primo turacciolo che viene stappato. Altri manovali, invece, continuano a lavorare verso il pronao, tra la cella occidentale del tempio e il muraglione del colle Cidneo.
Come siete già stato informato, qualche giorno fa, tamburellando con perizia le geometrie della parete e appoggiandoci l’orecchio, ci siamo accorti che il suono cioccava di vuoto. Labus e io ipotizziamo l’esistenza di un’intercapedine e abbiamo predisposto interventi di picconaggio circoscritti proprio in quell’area.
Assorto nei miei pensieri, fisso i logori frati nei loro sai marroni che, curvi verso il tramonto, abbandonano la chiesa e camminano in fila, quando improvvisamente un operaio si sbraccia e urla nella mia direzione.
Accorro subito. Un muro di schiene mi si para dinanzi. Al mio arrivo, si aprono.
Tutta la falange dei manovali è ferma ad osservare: i picconi hanno creato uno squarcio nella parete, rivelando un passaggio nell’oscurità. Forse è la camera nascosta.
Chiedo una torcia e accosto il viso alla pietra. L’odore resinoso del pino che arde si mescola a quello delle muffe, il fumo al pulviscolo dei calcinacci. Dal languore della tenebra palpitano riverberi verdastri, come occhi screziati di metallo che si aprono nel buio.
Un sussulto; poi il battito del cuore che improvvisamente accelera. Mi stacco dal muro lasciandovi un’impronta di sudore con la mano sinistra e ordino a voce spezzata di allargare l’apertura.
Le schiene arrossate si curvano afferrando nuovamente gli attrezzi da scavo e si muovono all’unisono contro la parete di pietra: il diaframma del tempio ora è squarciato per sempre.
Entro.
La danza del fuoco della torcia illumina una stretta camera di quattro, forse cinque metri.
La luce scivola ai miei piedi, dove, come sciabordio di onde sulla battigia, scorrono i riflessi verde mare dell’ossido di bronzo. Attorno a me sono accatastati dei frammenti di cornici, abbandonati come covoni di grano al sole dopo la mietitura.
Su quello che pare un pettorale da cavallo, decorato con figure a tutto rilievo, vibra nella massa del metallo il fuggifuggi dei corpi spezzati dei barbari, mentre soccombono al massacro della cavalleria romana.
Sollevo la fiamma e, a stento, trattengo la gioia.
Vicino a essi, busti dorati di remoti imperatori volgono lo sguardo su di noi che abbiamo osato violare il loro sonno secolare. In alcuni punti la placcatura è stata incisa dalle muffe del tempo, come efelidi e lentiggini cesellano le carni dei vivi.
Non ci crederete, amico mio, ma, al tornare con la mente a ciò che è accaduto dopo, la mano trema ancora mentre Vi scrivo.
La luce della torcia sbatte sulla piega morbida di una veste. Una creatura di altezza più che naturale, senza braccia. Il bronzo, in un sottile panneggio, disegna le sue forme femminili, lasciando scoperto il seno destro. La coscia sinistra lievemente rialzata ed il capo, in un atteggiamento raccolto, reclinato verso quella parte. Tiene la capigliatura fermata da un diadema, lasciando nudo il nobile collo.
Trattengo il respiro e mi faccio più vicino. Un carnale desiderio di sfiorarle il viso mi prende. La ammiro ancora.
Il gusto è di statuaria ellenica. Il piede destro poggia per terra, mentre il sinistro, sul cui dorso ricade il peplo, è leggermente sollevato, come a calpestare qualcosa. Al tremolare della fiamma, tra le pieghe del chitone, come quei fili d’oro che rilegano i dorsi dei volumi nella Vostra biblioteca, balenano ancora i riverberi dell’antica doratura.
Mentre il mio occhio esamina dall’alto in basso questa meraviglia, qualcosa rapisce la mia attenzione: braccia dal colore dell’oleastro giacciono deposte ai suoi piedi. Mi volto e faccio segno agli operai di rimontare gli arti della figura. Gli scricchiolii delle lamine di metallo che s’incastrano sui perni, appena sotto le spalle, s’impadroniscono della favissa. La naturale resistenza del metallo si piega sotto alla tensione dei corpi degli uomini, in un preciso equilibrio di forza e delicatezza.
La statua appare ora nella sua intera figura. Le braccia, protese dolcemente ad abbracciare il vuoto della camera, sembrano donarle l’eleganza di un’arpista.
Mi arresto dinanzi a lei, preso da una vertigine. Un’immagine infiamma gli abissi della mia mente. Il gesto sospeso delle braccia e quel piede sollevato mi trasportano, per un solo istante, a una Napoli di vent’anni prima e ad una statua greca in marmo bianco.
Quel ricordo del mio apprendistato si fa più luminoso.
«La Venere di Capua…» mi lascio scappare dalle labbra.
All’udire il nome della dea pagana, avverto attorno a me le ombre degli operai fremere come satanassi in un sabba. Hanno abbandonato i picconi e le pale, e sento le loro figure correre dentro e fuori dalla penombra e agitarsi in una ridda. Hanno portato nel tempio e già stappato alcuni fiaschi e tracannano la vernaccia.
L’ebbrezza ne offusca la ragione. Si abbracciano, battono i piedi, si schiaffeggiano. In un attimo, il sacrario viene profanato dai turpiloqui e dai canti osceni che vengono ragliati dalle bocche inacidite dal vino. Un empio sghignazza agitando in faccia alla dea la bottiglia svuotata.
Lei lo fissa coi suoi occhi vacui.
Poi vedono, per terra, le ali.
Un timore reverenziale si insinua nei loro cuori.
Lentamente, qualcuno prima si ferma, poi si paralizza. Tutti, uno dopo l’altro, rallentano.
Un brusio serpeggia nell’umidità del buio: «Non una dea…» sussurrano «ma un angelo.»
Quelli che lo portano, ossequiosamente si levano il cappello e ognuno si dà una pulita al volto bruttato dalla terra e dalla polvere. Adesso si inginocchiano e si segnano.
L’empio di prima, in ginocchio, ha abbassato il capo e singhiozza.
Nel buio della favissa, qualcuno muove le labbra e, sottovoce, recita un Pater. Dal mondo di fuori, le ultime cicale, col loro frinire, si uniscono alla preghiera.
Sorrido, amico mio. Non una Venere, né un angelo cristiano: ma una Vittoria. Come quella che si affacciava dalla Colonna Traiana in quelle mie lunghe passeggiate romane: il piede sinistro poggiato sull’elmo dello sconfitto, mentre con le mani era intenta a scrivere il nome del vincitore su di uno scudo.
Forse, da adesso, anche il mio.
Ora è tardi, ormai. Ho dato ordine che, domani, con più calma, avremmo spostato ed analizzato il tutto alla luce del sole.
Non dubito sul fatto che le emozioni e i pensieri mi travaglieranno il sonno, stanotte.
Vi aspetto presto in città, dove parleremo molto di quest’impresa che ci rende immensamente felici.
Vi saluto caramente e mi riaffermo Vostro affezionatissimo ed obbligatissimo amico.
Brescia, 20 luglio 1826
Luigi Basiletti
MATTEO GILBERTI, franciacortino, classe ‘91. Dopo aver passato gli anni al liceo scientifico (coinvolto in una relazione con le materie di stampo logico-matematico più tormentata di quella tra Ross e Rachel nella serie Friends), decide di iscriversi all’università di Lettere Moderne. Laureatosi, manifesta nel precariato la sua massima espressione artistica, tra un contratto ed un altro nel mondo scolastico, in qualità di docente di italiano e latino.


