Il meglio di ‘Brescia si racconta volume 2’: “Sand Valley Punk” di Paolo Laffranchi
Questo racconto, che pubblichiamo in maniera integrale per gentile concessione dell’autore e dell’editore, è uno dei finalisti della 2a edizione del concorso per racconti brevi “Brescia si racconta” dove ha ricevuto una menzione speciale. Il racconto fa parte dell’antologia “Brescia si racconta. Volume 2”, curata da Brescia si legge ed edita da GAM Editore: una raccolta di venti storie che offrono sguardi inediti sulla provincia di Brescia, selezionate tra quasi duecento partecipanti. Le prime dieci classificate verranno pubblicate, una al mese, in una sezione dedicata del nostro sito.
Puoi acquistare l’antologia “Brescia si racconta” (GAM 2026) presso la tua libreria di fiducia o sul sito dell’editore
“Sand Valley Punk”
di Paolo Laffranchi
Ho sempre desiderato andarmene da qui, dalla fottutissima Valle Sabbia.
Bramavo i grattacieli di New York, lo skyline di Manhattan, vedere nascere l’alba dall’Empire State Building; invece quando alzavo il capo la cosa più alta che riuscivo a vedere era Monte Prealba, a Bione, con i suoi 1.271 metri che dominano sulle vecchie case di una volta, tutte sbieche e attaccate l’una all’altra, sulle fabbriche grigie e fumose che avvelenano l’aria e sui fienili diroccati, eco di un tempo passato. I vecchi in paese dicono che dall’alto di Prealba, dalla sua cima, in condizioni climatiche favorevoli, si possa persino scorgere la Madonnina del Duomo di Milano. Che stronzata assurda.
Sognavo di passeggiare sul boardwalk lungo la riva dell’Hudson, invece potevo giusto percorrere il sentiero nei pressi della Poha de Lö, una via di mezzo tra un piccolo laghetto torbido e un abbeveratoio per vacche, situato in un’ampia distesa agreste immersa nel verde, conosciuta appunto come Pian de Lö, il cui unico abitante ufficiale era uno spaccino.
In inverno, quando la pozza era completamente ghiacciata, i ragazzi più temerari erano soliti slittarci sopra con i motorini truccati prima che il ghiaccio si rompesse sotto i loro piedi; una volta un tizio provò pure a saltarla con una Honda da cross, come in uno di quegli episodi di Dukes of Hazard, con noi bifolchi lì a guardare. Ma a differenza di Bo e Luke, lui e il suo improvvisato GeneraleLeea metà del salto finirono in acqua. Coglione.
Di anno in anno, centimetro dopo centimetro, la pozza ormai si sta ritirando; oggigiorno non ci vanno più nemmeno le rane a deporvi le uova. Finirà col prosciugarsi del tutto e della Poha de Lö rimarrà solo un lontano ricordo. Grazie globalwarming.
Mi vedevo al Central Perk, seduto sul divano tra Rachel e Phoebe a sorseggiare un caffè in tazza grande mentre ascoltavo le storie bizzarre di Joey e Chandler, invece mi dovevo accontentare del pub di Sabbio Chiese dove la Carmen, la proprietaria, ti lasciava il segno del rossetto sulla caraffa di birra che ti aveva appena portato al tavolo e con le sue braccia da marinaia a una certa suonava vigorosamente la campana dell’ultimo giro urlando con voce da contralto incazzato, profonda e graffiante: «Ultimo girooooo, fó di cojoniiiii[1]!».
Ecco, se non fai presto ad andartene “fó di cojoni” per citare la Carmen, la Valle ti ingabbia e non ti dà più scampo, ti getta nella peggiore delle prigioni, quella dell’abitudine, e butta via la chiave.
Questo posto ti entra sotto pelle come un parassita, si nutre delle tue aspettative, delle tue idee, dei tuoi sogni e ti costringe a vivere in uno stato di accettazione, dove la consuetudine regna sovrana, dove la vita è preimpostata in un continuum infinito costituito dalla Santissima Trinità Lavoro-Caccia-Chiesa (in questo rigorosissimo ordine) intervallato dall’eccezione dell’happy hour al baretto, unico momento utile concesso per scappare dalla dura realtà.
Il bar di paese è una sorta di catalizzatore, il centro nevralgico del piccolo mondo provinciale dei valsabbini, è un microcosmo a sé stante, un crocevia di passaggio per tutti quanti. In quello di Bione la quotidianità era equamente suddivisa in tre melodrammatici atti che andavano a scandire la giornata: la mattina le madri ci bevevano il caffè dopo aver portato i figli a scuola, situata giusto a qualche decina di metri più in là, e poi, tra un gossip e l’altro, tentavano la fortuna grattando compulsivamente i gratta & vinci, sperando di svoltare, mollare pargoli e mariti, andarsene e rifarsi una vita; salvo poi tornare sistematicamente al loro tran tran da casalinghe disperate una volta incassata l’ennesima delusione da combinazione perdente.
Il pomeriggio diventava una sorta di circolo per gli anziani, con decine di vecchi che sapevano di naftalina, intenti a sfidarsi a suon di bestemmie e bianchini ad interminabili e chiassosissime partite di briscola. Ormai tanti di loro sono passati a miglior vita e quelli che sono rimasti, come mio padre, sono troppo rincoglioniti per poter uscire di casa. Ma l’odore di naftalina, quello non se n’è mai andato dal locale.
La sera invece si popolava di giovani; il bar diventava palcoscenico di drammi amorosi, confronti filosofici tra ubriachi e lunghissimi tornei a pincanélo[2]. Sí, é così che in Valsabbia viene chiamato il biliardino (o calcio balilla o come cazzo volete chiamarlo), ma non chiedetemi la sua etimologia.
Era inquietante come le cose si concatenassero tra loro, diventando l’una conseguenza dell’altra.
Ciclicamente ci si innamorava tutti della stessa ragazza che, puntualmente, alla fine sarebbe uscita con un tizio del lago molto più figo, brillante e interessante di noi. Quindi, per superare la delusione, ci si spaccava di alcol, rigorosamente di Ceres Red Erik perché “Costa poco ed ha una gradazione alcolica alta, così ti ubriachi prima e non spendi molto” come suggeriva un cliente aficionado, uno di quelli che di bale, di sbronze belle toste, la sapeva lunga. E da lì si partiva per la tangente; mettevamo sul tavolo i pesi che ci portavamo addosso quotidianamente, la rabbia, la frustrazione e per qualche ora riuscivamo a sentirci leggeri. Da sbronzi anche il paese non ci sembrava così male.
Poi, come un rito, un piccolo gruppo iniziava a giocare a pincanélo e da lì partivano tornei che duravano ore. Chi vince regna, si finisce quando ne abbiamo tutti pieni i coglioni, questa era la regola. «Chesta l’è chela dei piö forti[3]» come diceva quel tizio alto e magro con i capelli lunghi, di cui ora mi sfugge il nome, a ogni singola partita che prendeva il via. Ogni. Singola. Partita. Come una sorta di fischio d’inizio, e avanti che si giocava.
Per molti quelle furiose partite erano più di un semplice passatempo; erano un tentativo di affermarsi, di uscire vincitori, di finire la serata in modo leggendario; perché quello che ci trasmettevano Bione e la Valle era mediocrità percepita come eccellenza. Abituarsi ad accontentarsi di poco ed elevarlo a successo.
Le serate si trascinavano così, soporifere e piatte, di mese in mese, di stagione in stagione; finché un giorno, dopo aver messo con cura le sedie sui tavoli e aver pulito il pavimento, il proprietario del bar decise di tagliarsi le vene. Nessuno aveva mai notato in lui qualche disagio, nessuno aveva mai percepito il suo demone interiore, tutti troppo intenti a pensare ai fatti propri. Fortunatamente non morì, ma poco tempo dopo il bar venne messo in vendita e la magia finì. La domanda era sorta spontanea: se anche il proprietario dell’unico locale del paese, ben avviato e sempre affollato, decide di farla finita, allora a noi ragazzi che non avevamo altro che quel posto, cosa ci restava? Quali erano le nostre prospettive?
Se in mezzo al mare del nulla la nostra scialuppa di salvataggio iniziava ad imbarcare acqua, cosa dovevamo fare?
Noi non sapevamo nuotare, e il tempo stava passando.
Arrivati faticosamente a riva, ci accorgemmo che il tempo era passato, stavamo crescendo e le nostre priorità stavano cambiando, il lavoro stava diventando il nuovo focus.
La Valsabbia e il lavoro sono un connubio inscindibile, come Batman & Robin o Simon & Garfunkel; non può esistere l’uno senza l’altro. È ciò sulla quale si fonda tutto l’apparato culturale ed economico della Valle, e lo dimostrano le decine e decine di fabbriche sparse lungo il territorio, spacciate come fiore all’occhiello, come orgoglio di cui farsi vanto, come retaggio da tramandare.
Ecomostri che rilasciano polveri sottili che si ergono come giganti alle spalle di ridenti villette a schiera nel centro del paese, galvaniche che sversano residui chimici direttamente nei fiumi eliminando per sempre la fauna ittica, fonderie che nascondono scarti di alluminio sotto terra per abbattere i costi di smaltimento; e il menù delle specialità valsabbine potrebbe continuare per pagine e pagine.
Questo è il nostro orgoglio. Questo è il nostro vanto. Questo è il nostro retaggio.
Ma le aziende danno lavoro e bisogna accettarne le conseguenze, tanto poi di qualcosa bisogna pur morire e poco importa se sarà per un tumore ai polmoni o per un pianoforte che cade dal cielo come capita a Willy il Coyote.
La Valsabbia ed il lavoro: dove se non fai almeno dieci faticosissime, fottutissime ore a spaccarti la schiena vieni trattato come poco più di un’assunzione obbligatoria, dove se non fai almeno tre differenti mansioni all’interno dell’attività lavorativa, non sei produttivo e il datore di te non sa che farsene perché gli stai facendo perdere tempo e denaro. La Valsabbia, dove la gente vive per lavorare, non lavora per vivere.
E tutto ciò viene consapevolmente accettato da ogni generazione: dalla mia, da quelle prima della mia e da quelle successive; perché se provi, come ho provato io, a mettere in dubbio le tradizioni, le convenzioni sociali, la cultura tossica; se provi ad andare controcorrente ed esprimere te stesso, cercando un futuro diverso, beh, allora verrai certamente additato come strambo, eccentrico, nei migliori dei casi “originale”, la maggior parte delle volte, un drogato. O, che Dio ce ne scampi, un comunista.
Ero un punk, portavo fieramente una cresta in stile Mohawk, tatuaggi e piercing, t-shirt dei Clash o dei Bad Religion, jeans strappati e Converse rosse in un luogo dove la palette cromatica che andava per la maggiore era il camouflage da cacciatore.
E non accettavo lo stile di vita valsabbino, sarei morto piuttosto di inginocchiarmi di fronte a esso.
Lottavo con tutto me stesso per non finire nella ragnatela della valsabbinitá, se dovevo stare in quel cazzo di posto, lo avrei fatto a modo mio. Me lo ripetevo come un mantra. Quanto ero illuso.
Ero nella mia naturale fase di ribellione, cercavo in ogni modo possibile di cambiare le cose, di incanalare la rabbia per uscire dall’atrofizzazione sociale alla quale mi stava portando la Valle; decisi quindi di imbracciare un basso e coinvolgere altri quattro stronzi che come me non avevano prospettive, ma erano determinati a fare sentire la propria voce in un posto dove pochi avevano orecchie per ascoltare. Inutile dire che una punk band in Valsabbia poteva avere lo stesso successo dell’hamburger vegano da McDonald’s.
Vivevo anche una fase autodistruttiva, ero spazientito e non ci pensavo un attimo a mandare tutti affanculo.
Quindi non appena ne avevo l’occasione, me ne andavo. Anche solo scendere a Brescia, nella mia città, andare ad un concerto, finire a sgomitare nel pogo sotto a un palco era un atto liberatorio. Mi faceva sentire parte di qualcosa, mi faceva sentire esattamente dove volevo essere.
Ma le serate ad una certa finivano, e bisognava tornare a fare i conti con la realtà, in fondo il tetto sulla mia testa si trovava ancora a Bione.
Però ammetto che fosse divertente rincasare la mattina, sulla mia Ford Escorttalmente scassata che, quando pioveva, imbarcava letteralmente acqua, e incrociare gli sguardi inquisitori delle famiglie che entravano in Chiesa. Tutti col vestito buono, tutti pronti a prostrarsi di fronte a Dio, a fare il segno della croce e parlare male del prossimo non appena la messa era finita. Andate in pace, ipocriti figli di puttana.
Nonostante tutti gli sforzi, non ci stavo riuscendo; il seme della Valle Sabbia stava comunque crescendo in me, ed era pronto ad esplodere fuori dal mio petto come un fottutissimo Xenomorfo di Alien.
Ho combattuto con tutte le mie forze, con tutta la mia determinazione, ma in qualche modo l’ambiente nella quale ero cresciuto mi aveva contaminato e, più cercavo di allontanarmi, più la Valsabbia mi richiamava sempre a sé.
Ero ancora un punk, ma la fiamma si era affievolita o forse stavo solo diventando adulto.
Le ore a lavoro stavano diventando sempre di più, le responsabilità nella vita quotidiana sempre più grandi, la gratificazione sempre minore, ma lo accettavo. Come accettavo le zone d’ombra del settore nella quale lavoravo, accettavo di arrivare in ritardo alla festa del mio compleanno, mentre la mia famiglia era a casa ad aspettarmi con la torta. Avevo accettato di dedicare meno tempo alle mie passioni, avevo lasciato il basso a prendere polvere in un angolo, che la pila di libri e fumetti si accumulasse, avevo smesso di fare lunghe camminate con i miei cani.
Avevo smesso di lottare.
Stavo accettando la solita strada che mi portava a lavoro, incrociando ogni giorno alla stessa ora le stesse persone che erano alle prese con la loro routine che, cazzo, era diventata anche la mia. Stavo accettando le solite stupide facce, le solite stupide opinioni, stavo accettando la coda in cassa al supermercato, il traffico delle 18:00, il finto perbenismo dei compaesani…
Stavo finendo in quella prigione, stavo accettando l’abitudine, stavo accettando tutto ciò che avevo sempre odiato e dalla quale avevo sempre cercato di fuggire.
Non potevo resistere, e me ne sono andato.
Mentre scavallo per l’ennesima volta il Colle di Sant’Eusebio, lungo le tristemente note Coste, mentre percorro l’ennesimo tornante, mi guardo indietro e ripenso a tutto ciò che è stato, a tutto ciò che ho vissuto.
Ripenso a tutto quanto e, sebbene siano passati anni, oggi mi chiedo: e se la Valle non c’entrasse nulla? E se il problema fossi sempre stato io?
Alla fine ero io che combattevo contro i mulini a vento? Non lo saprò mai, e forse non voglio nemmeno saperlo.
Certamente vivere in provincia mi ha temprato, mi ha costretto a fare i conti con me stesso, molte più volte di quante non avrei voluto.
Oggi vivo da un’altra parte; anche se non sono sicuro di avere cambiato in meglio. Non è New York, ma almeno qui non conosco nessuno.
Ho lasciato la Valle Sabbia, che nonostante tutto mi ha reso l’uomo che sono ora.
Ho lasciato la Valle Sabbia, ma in fondo lei non ha mai davvero lasciato me.
PAOLO LAFFRANCHI nasce a Brescia nel 1988 e sin da ragazzo sviluppa una forte passione per fumetti, libri, film, serie TV, musica, scrittura e tutto ciò che coinvolge l’ambito della creatività. Da sempre attratto dalle potenzialità della scrittura, muove i primi passi da sceneggiatore per fumetti scrivendo storie brevi per corsi di fumetti e parallelamente forma una punk band con la quale suona per dieci anni. Dopo un periodo di immobilismo artistico, nel 2023 riscopre insieme al fratello Nicola la passione per la scrittura che sfocia nel 2025 con la pubblicazione del graphic novel noir/fantasy “Over the Rainbow” edito da Cityland Comix. Nello stesso anno viene premiato nel concorso letterario “Premio Mercurio”. Vive ha Caino con la sua ragazza, due gatti e tre cani.
[1] Fuori dai coglioni
[2] Calcio balilla
[3] Questa è quella dei più forti


