Il meglio di ‘Brescia si racconta vol.2’: “Il maestro della banda” di Sara Tomasoni
Questo racconto, che pubblichiamo in maniera integrale per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, è uno dei finalisti della 2a edizione del concorso per racconti brevi “Brescia si racconta“. Il racconto fa parte dell’antologia “Brescia si racconta. Volume 2”, curata da Brescia si legge ed edita da GAM Editore: una raccolta di venti storie che offrono sguardi inediti sulla provincia di Brescia, selezionate tra quasi duecento partecipanti. Le prime dieci classificate verranno pubblicate, una al mese, in una sezione dedicata del nostro sito.
Puoi acquistare l’antologia “Brescia si racconta” (GAM 2026) presso la tua libreria di fiducia o sul sito dell’editore
“Il maestro della banda”
di Sara Tomasoni
Era un bel tipo da giovane, Angelo, sai? Un bel giovanotto stagno, con i lineamenti fini, chiaro di pelle, i capelli neri, folti, sempre un po’ scompigliati, gli occhi scuri, le labbra piene e un bel sorriso storto e furbetto che lo faceva sembrare simpatico a tutti. Come si dice in italiano? Ecco, cordiale, noi in dialetto diciamo cirùs. Era uno di compagnia, sempre al centro dell’attenzione. Ah, come amava la musica! Tutti zitti e incantati quando suonava lui il clarinetto. C’erano diverse scete[1], sai, che gli correvano dietro, lui gli faceva l’occhiolino a tutte, ma poi tanto per lui c’era solo la Caterina. Che bella, Caterina. Alta, con i capelli rossi e gli occhi azzurri, ma poi fine, intelligente, gli piaceva studiare, a lei. Io l’ho conosciuta tanti anni dopo, è stato Angelo che mi ha raccontato tutta la storia, una storia bella fes, ma un po’ triste. Insomma, il papà di Angelo lavorava come operaio in una fabbrica grossa di Brescia e, negli anni del fascismo, nel Dopolavoro di questa fabbrica avevano una bella banda. Il papà di Angelo non suonava, lui però ci portava sempre il figlio piccolo a sentirli e Angelo rimaneva incantato. Ogni tanto, senza farsi vedere, la sera scappava, si metteva dietro la porta dove facevano le prove e li spiava, poi la mamma gliele dava di santa ragione quando ritornava a casa, perché non voleva dire dove era stato. Il papà di Caterina invece, che lavorava lì come contabile, suonava la tromba, mi pare, e si portava dietro anche lei, sempre. Si sono conosciuti così, Angelo e Caterina. Il maestro della banda, un giovanotto che suonava il clarinetto, era un po’ che li aveva visti e una sera alla fine delle prove gli aveva chiesto se volevano provare a suonare. Angelo era andato a casa tutto contento dicendo che voleva iniziare a suonare, i suoi invece non erano contenti, perché non avevano soldi per le lezioni. Quando il maestro gli ha detto che se non si offendevano gli avrebbe fatto lezione gratis, si erano fatti un po’ pregare, ma poi avevano accettato. Angelo non lo vedeva neanche tutto[2], il maestro. Si erano affezionati e il maestro gli voleva bene come a un fratellino, si capiva che era un attaccamento forte proprio, il loro. Anche Caterina aveva iniziato a suonare, ma lei suonava il violino e prendeva lezioni private. Con Angelo erano diventati amici, anche se la Caterina era un po’ più grande, giocavano e suonavano, in poco tempo erano diventati bravissimi. Il papà di lei voleva farla stare assieme a gente di un altro livello, però finché erano piccoli e siccome anche Angelo era così bravo, gli andava bene così e non diceva niente. Intanto era arrivata la guerra: il papà di Angelo era partito per il fronte, ogni tanto mandava delle lettere, ma poi le lettere hanno smesso di arrivare e non ne hanno saputo più niente. Alla fabbrica adesso facevano munizioni e la banda aveva sospeso le attività. Il maestro una sera si presenta dalla mamma di Angelo e le dice che è riuscito a trovare un contatto per scappare in America; aveva degli amici che potevano fargli avere dei documenti e una volta arrivato là sapeva a chi appoggiarsi. Poteva portarsi dietro anche Angelo, gli avrebbe guardato dietro come a uno di casa e non appena poteva, avrebbe portato in America anche tutta la famiglia. Alla povera donna gli piangeva il cuore, ma sapeva che avrebbe lasciato il figlio a una vita migliore e così aveva detto di sì. Era già tutto pronto, quando il maestro era venuto a dire che non erano riusciti a combinare la cosa in tempo anche per lui. Da quel giorno non hanno più avuto sue notizie e Angelo non ha più voluto parlarne con nessuno, solo con me. Dopo la guerra in qualche modo si sono rimboccati tutti le maniche. Nel bombardamento del 1944, gli americani hanno colpito la fabbrica insieme a tutti gli stabilimenti che producevano armi in città. Angelo da ragazzetto era andato a lavorare in una falegnameria; non giravano tanti soldi, però quando poteva si metteva da parte qualcosa per il clarinetto. Caterina aveva continuato a studiare; suo papà, che si era salvato dalla guerra, l’aveva iscritta alle magistrali, voleva che diventasse maestra, e poi continuava col violino. Ogni tanto andava a suonare insieme ad Angelo, di nascosto, però, perché suo papà si era accorto che erano innamorati. Angelo lavorava come un matto, voleva mettere da parte qualche soldo per presentarsi alla famiglia come una persona rispettabile, capisci? Lo sapeva che quelli avevano la cresta alta, volevano dare una posizione alla figlia e d’altronde Caterina era così brava e bella, non mancavano i buoni partiti che le ronzavano attorno. Angelo è andato là dal padre di Caterina diverse volte e gli ha detto di volerla sposare, quello ha capito che faceva sul serio e alla fine delle finite, per tenerla lontana, l’ha mandata a Como da una zia, senza dir niente a nessuno. Angelo lo pregava di dirgli dov’era, di fargliela salutare almeno una volta, è andato addirittura a Como a cercarla, ma non c’è stato niente da fare. In città si diceva che l’avevano fatta sposare con un signorotto di là e un giorno tutta la famiglia ha fatto trasloco e se ne sono andati. Angelo non era più lo stesso, aveva smesso di suonare, certi giorni si dimenticava di andare a lavorare, a momenti lo licenziavano. Le ragazze continuavano a corrergli dietro, tutti gli dicevano di lasciar perdere la Caterina, che poteva trovarne un’altra, ma niente. E poi, qualche anno dopo, ha conosciuto una ragazza che lavorava come bambinaia in una famiglia di industriali qui, in città, me la ricordo quella ragazza, una bella morettina dagli occhi vispi. L’aveva incontrata mentre lei portava a passeggio i bimbi dei padroni e lui stava facendo un posadì[3] in piazza Tebaldo Brusato; aveva capito che passava di lì sempre alla stessa ora, così faceva finta di passare lì anche lui per caso e un giorno aveva preso coraggio, gli era andato vicino e aveva cercato di parlare con lei. Lei all’inizio non gli aveva dato confidenza, ma poi lui si era presentato in casa dei signori per chiedere il permesso di conoscerla. Era tornato il ragazzotto allegro di una volta, la corteggiava con garbo, si sono affezionati e poi si sono sposati. Mi piaceva lei: era una ragazza semplice e buona e gli voleva bene. Angelo ha ripreso a suonare, a studiare e pensa che con gli anni ha preso pure la laurea! E poi niente, un giorno, tanti anni dopo, ho visto una donna che mi guardava imbambolata. All’inizio non l’avevo riconosciuta, poi l’ho guardata bene, era proprio la Caterina! Non sembrava più quella: era sempre bella, ma era consumata, stanca. Mi ha chiesto di lui, mi ha pregato di dirgli che era tornata, io non sapevo cosa fare per non farli soffrire, poveri diavoli. Con Angelo non avevo più parlato di lei, da quando si era sposato, ma alla fine gliel’ho detto. Con le lacrime agli occhi, mi ha detto che non l’aveva dimenticata, ma ormai le cose erano andate avanti, era sposato e aveva dei figli, era meglio lasciar stare, per tutti. Poi lei è tornata con una ragazzetta, avrà avuto sì e no quindici anni, mi ha raccontato che aveva una merceria in via Veneto, mi è sembrato strano, insomma, chissà cosa ne aveva fatto di tutto il suo studio e se suonava ancora. Da quella volta non l’ho più vista. Ho sentito voci, negli anni, si dice che aveva abbandonato il marito a Como per tornare a Brescia da sola con la figlia. La vita, comunque, è andata avanti. Negli ultimi anni mi è arrivata la notizia che era malata, che era andata un po’ giù di testa, ecco, però, se passi da via Veneto, prova a tirare l’orecchio: qualcuno dice che ogni tanto si sente un violino dalla strada e che è la Caterina. Forse ormai è troppo vecchia, ma si sa poi mai; a ogni modo, fermati e ascolta. Te l’avevo detto che era una storia bella fes, no? Triste, quello sì, però ricordati: quando qualcuno ti racconta una storia, ti fa un regalo grosso.
…
Matt, che si era svegliato di buon’ora, era rimasto a letto, inebriato dal rumore della pioggia che aveva ripreso a cadere oltre la finestra. Si era alzato, aveva aperto le imposte della sua camera con uno sbadiglio ed era rimasto ad osservare la cupola del Duomo Nuovo colorarsi di un azzurrino cinereo, nella tenue luce diffusa attraverso la fitta coltre di nuvole perlacee. Dopo colazione aveva infilato la vecchia foto nella tasca della giacca ed era uscito incamminandosi sotto l’ombrello attraverso le vie del centro; poi, oltrepassato Campo Marte, aveva imboccato via Veneto. Non fu difficile trovare la merceria, al piano terra di un palazzo anni Sessanta, sotto le fronde dei grandi tigli che, a intervalli ordinati, fiancheggiavano la strada. L’interno del negozio era difficilmente visibile, perché la porta a vetri d’ingresso era ricoperta da annunci e articoli di giornale più disparati. Non c’erano orari di apertura, ma un cartello “Aperto” era appeso alla porta. Una ragazza con una folta frangia castana che spuntava dal cappuccio tirato sopra la testa stava seduta su una panchina di fronte al negozio. Matt le rivolse un leggero sorriso, ma lei non ricambiò così lui, tenendo aperta la porta con un ginocchio, ripose l’ombrello all’ingresso ed entrò. Varcata la soglia, l’acustica asciutta dell’ambiente causò a Matt una lieve vertigine e lui si trovò avvolto dalla penombra e dall’odore secco e pungente che permeava il locale. Stipata in migliaia di cassetti e scatoline, si intravedeva merce di ogni genere: aghi, spilli, fili da cucito, ferri da maglia, bottoni, cerniere, matassine per ricamo, elastici, pizzi, passamaneria. Una scala scorrevole di legno permetteva di accedere ai ripiani più alti, nascosti dalla penombra. Lo stretto corridoio centrale conduceva a un imponente tavolo scuro su cui erano depositati alti cumuli di stoffe; dietro al tavolo vi era una porticina chiusa da una tenda. Nessuno sembrava essersi accorto di lui. Dopo qualche minuto una donna minuta sulla sessantina, con i capelli tinti di un castano freddo, fece il suo ingresso da dietro il bancone.
«Abbiamo appena aperto» disse accendendo le luci. «Posso aiutarla?»
«Volevo solo dare un’occhiata» rispose Matt. La signora alzò le sopracciglia e Matt si rese conto di essere poco credibile.
«Faccia pure» rispose lei. Matt si guardò attorno cercando qualcosa per cui fingere interesse; solo allora notò una signora anziana con i capelli canuti, seduta su una sedia in un angolo. La donna si appoggiò al bancone e si alzò, lasciandosi sfuggire dei gemiti sommessi, poi puntò lo sguardo verso di lui. La sua pelle sembrava di cartapesta e gli occhi erano di un azzurro velato. Mosse qualche passo con la schiena curva e si avvicinò.
«Lei non è di qui» affermò con voce rauca, il respiro pesante.
«No, sono americano» rispose Matt. Lei annuì.
«Lo sa? L’ho aperta io questa merceria, tanti anni fa.»
«Davvero?» le chiese lui, prudente. L’anziana emise un sibilo, facendosi pensosa.
«Da ragazzina abitavo qui, mio papà lavorava in una fabbrica qui vicino. Ah, era una fabbrica tanto grande, sa? C’era anche una banda, con un maestro di musica. Poi, durante la guerra…»
Matt si portò istintivamente la mano alla tasca della giacca.
«Cos’è successo durante la guerra?» incalzò. Lo sguardo della donna si illuminò per una frazione di secondo, poi i suoi occhi si riempirono di lacrime. Prese a singhiozzare rumorosamente e la figlia si precipitò ad abbracciarla, nel tentativo di calmarla. Matt, a malincuore, capì che la sua presenza iniziava ad essere motivo di imbarazzo e, dopo aver ringraziato, si diresse verso l’uscita. Trovò la ragazza che aveva incontrato nell’entrare ancora seduta sulla panchina. Fece per allontanarsi, poi, voltando la testa nella sua direzione, tornò indietro. «Vuoi l’ombrello?» le chiese.
«Ho il giubbino, grazie» rispose lei, senza guardarlo ma, notando che non se ne andava, alzò la testa, scrutandolo da sotto il cappuccio. «Posso sedermi?» le domandò. Lei, per tutta risposta, si fece da parte e Matt prese posto accanto a lei, aprendo l’ombrello e coprendo entrambi.
«Tu abiti qui vicino?»
«Sì» rispose lei togliendosi il cappuccio.
«Senti mai un violino suonare?»
La ragazza lo fissò. «A volte.»
«Sai chi è?»
Lei non rispose e i due rimasero in silenzio a osservare le gocce di pioggia che cadevano con leggeri rimbalzi sull’asfalto.
«Non doveva comprare nulla in merceria, vero?» gli chiese. Lui scosse la testa.
«Laura» si presentò lei, allungando la mano e lui gliela strinse.
«Matt» rispose lui, poi estrasse la vecchia fotografia in bianco e nero dalla tasca della giacca e gliela porse. Lo scatto, ingiallito dal tempo, ritraeva un giovane di circa venticinque anni, circondato da un gruppo di uomini di diverse età in divisa da lavoro; il giovane teneva le mani sulle spalle di un bambino. Sul retro era riportata, con una bella calligrafia, una dedica: “Al maestro di musica, i suoi bandisti del Dopolavoro – Brescia, 1938”.
«Sai» riprese lui «mi hanno detto che raccontare una storia a qualcuno è un grande regalo…»
Laura tornò alla merceria il giorno successivo, camminando spedita con in mano la valigetta del clarinetto del nonno. Le folate di vento facevano vorticare in aria le foglie ai lati del marciapiede e i lunghi capelli castani della ragazza si sollevarono all’improvviso come una nuvola attorno alla sua testa. Prima di entrare alzò lo sguardo: il cielo era ancora coperto di nuvole fitte.
«Buongiorno» disse, varcando la porta. «Arrivo subito» rispose la titolare, tornando a chiacchierare con una cliente. Laura, voltandosi per controllare che nessuno la stesse osservando, si diresse verso l’anziana donna seduta a lato del bancone.
«Caterina» la chiamò piano, ma la donna non rispose. Estrasse dalla custodia la vecchia foto del maestro con i musicisti e con gentilezza gliela mise in mano, insieme ad un bigliettino. L’anziana fece passare un dito sulla figura del bambino e la sua bocca sottile si piegò in un sorriso. Laura le prese la fotografia dalle mani e la ripose nuovamente nella custodia, lasciandole il biglietto in mano, poi appoggiò il clarinetto accanto alla sedia, prima di avviarsi verso l’uscita.
«Arrivederci, grazie» salutò, rivolta alla proprietaria.
Brescia, 4 giugno 1975
Caterina,
che potere ha il tempo su chi ama? Ho rinunciato a te da così tanto, ormai, che ho quasi paura di svegliarmi un giorno e scoprire di averti dimenticato. Ma basta un suono o un silenzio, e ti vedo: vedo il tuo viso che prende forma dal buio, davanti a me, quasi trasfigurato nella luce; il violino appoggiato saldamente alla tua spalla, la linea del tuo mento, l’adrenalina nei tuoi occhi, quel contatto magnetico di anime che si concretizza ogni volta che il mio sguardo trova il tuo, in un miracolo che si crea qui tra noi, oggi come ieri, nella gioia che solo la musica condivisa intensamente sa regalare. Sei così viva dentro di me che non ho più paura. Mi basta la certezza di quell’unico, breve, eterno momento.
Ti amerò per sempre,
Angelo
SARA TOMASONI, nata a Brescia nel 1989, inizia da bambina lo studio del pianoforte e, dopo la maturità scientifica, si diploma presso il Conservatorio di Brescia. Interessata ad approfondire le sue conoscenze su vari fronti, si laurea prima in Fisica e poi in Matematica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha lavorato in progetti di ricerca ed è stata insegnante di matematica e fisica presso alcuni licei di Brescia e provincia. Attualmente continua a coltivare il suo amore per la musica e insegna matematica presso la Scuola Secondaria di Primo Grado di Rezzato. È da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda la storia e la cultura del suo territorio. Il suo racconto “Storia di una donna e di un affresco” è stato incluso tra i finalisti della prima edizione del concorso “Brescia si racconta”.
[1] Ragazze
[2] Lo adorava
[3] Riposino


