La morte, il dolore, la rabbia. Storia della strage di piazza Loggia nel saggio di Paolo Barbieri

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Martedì 28 maggio 1974 è un giorno bigio e piovoso, a Brescia: più un accenno di autunno anticipato che una conferma di primavera. Ciononostante, in tarda mattinata, piazza Loggia è gremita di cittadini che non intendono mancare alla manifestazione indetta dai sindacati e dal comitato antifascista. Sono studenti, insegnanti, operai e pensionati accomunati dal fermo desiderio di protestare contro i recenti e numerosi atti di intimidazione e di violenza a opera di gruppi neofascisti. Paolo Barbieri, all’epoca diciottenne, è uno di loro. Scampato alla morte per un soffio, insieme testimone e sopravvissuto, si carica del dovere morale di fare memoria e ci regala un saggio minuzioso ed essenziale dal titolo “La morte a Brescia. 28 maggio 1974: storia di una strage fascista” (Red Star Press 2019 – acquista qui).

Il libro si apre proprio con il resoconto del tragico 28 maggio del ’74, per poi proseguire e concludersi con un’accurata ricerca documentale circa la cronistoria dell’iter giudiziario legato all’atto terroristico. Un’opera oculata e necessaria che mira a ravvivare il ricordo della strage, in particolare tra le nuove generazioni, e a inquadrarla nella più ampia cornice di quelli che sono passati alla storia come anni di piombo.

La strage

Sul palco stavano già prendendo posto i sindacalisti che dovevano intervenire, quando mi sono sentito chiamare: «Paolo siamo tutti là». Era il mio amico Paolo Pagani che mi indicava il punto della piazza dove si trovavano altri amici […]. Ho raggiunto Paolo, insieme ci siamo diretti verso palazzo Loggia. Franco Castrezzati ha iniziato a parlare e proprio nel momento in cui abbiamo raggiunto gli altri si è udito il boato. «Una bomba…», ha detto qualcuno accanto a noi, mentre dal punto dell’esplosione si è alzata una colonna di fumo bianco. […] Io, Paolo, Oscar e Giovanni, insieme a tanti altri, siamo corsi verso i portici, dove era avvenuta l’esplosione. È stato a quel punto, quando cioè ho visto il luogo esatto dello scoppio, che ho iniziato a tremare. Pochi attimi prima mi trovavo proprio lì. Mi sono bloccato, ho trattenuto un conato di vomito. A terra quei poveri corpi, il sangue… Non ho più avuto la forza di urlare e di proseguire la corsa. Ho visto ragazzi e ragazze piangere, abbracciarsi a vecchi operai pure loro in lacrime. Non dimenticherò mai un uomo che urlava e con un pugno colpiva la serranda abbassata di un negozio.

Paolo Barbieri, “La morte a Brescia. 28 maggio 1974: storia di una strage fascista”, pp. 10-11

Precise e toccanti, le parole con cui l’autore fa rivivere la strage colpiscono come le schegge della bomba occultata nel cestino dei rifiuti vicino a una delle colonne che sostengono la torre dell’orologio, sotto il porticato di fronte a palazzo Loggia. Restituiscono il boato tremendo dell’esplosione delle ore 10:12, l’incredulità e lo spavento presto mutati in terrore, il sangue che si mescola alla pioggia, l’incubo di sette etti di esplosivo che uccidono otto persone e che ne feriscono oltre cento.

Quello di Barbieri è il resoconto crudo e vivido, vissuto e riportato in prima persona, di un atto terroristico che colpisce al cuore la città di Brescia e che, irrimediabilmente, segnerà un oscuro spartiacque fra gli anni precedenti e quelli successivi alla strage.

Il giorno del funerale è indimenticabile. I giornali lo ricorderanno per i fischi alle autorità, ma per chi era lì ed era stato in piazza della Loggia il giorno dell’attentato resterà indelebile il senso di appartenenza a una comunità forte, animata da grandi valori e in grado di respingere l’attacco alla democrazia. Avevo 18 anni e fino a quel giorno la politica era stata gioia […]. 

Dopo la strage qualche cosa si è rotto. La violenza cieca ha segnato tutti nel profondo. […] Scrivere della strage di Brescia affinché non si perda la memoria e perché, soprattutto i giovani, conoscano la storia di quegli anni, per me, è un dovere morale.

Paolo Barbieri, “La morte a Brescia. 28 maggio 1974: storia di una strage fascista”, pp. 12-13

L’inchiesta

Barbieri non ha dubbi: quella di piazza Loggia può essere definitiva come una delle più politiche fra tutte le stragi messe a segno negli anni di piombo. Chi ha collocato l’ordigno nel fatidico cestino metallico ha voluto punire ed eliminare proprio quei cittadini che stavano manifestando a favore della democrazia. 

Tuttavia, sottolinea l’autore, le autorità incaricate di far luce sulla strage e sui suoi responsabili falliscono nel compito più importante, ovvero quello di trattare la bomba di piazza Loggia come parte integrante di un panorama più ampio, lo stesso in cui si inseriscono la strage di piazza Fontana e tutti gli altri atti di terrorismo di quegli anni. L’inquietante panorama, cioè, della strategia della tensione. 

La tragedia del 28 maggio del ’74 viene al contrario fatta passare alla stregua di un ordinario fatto di cronaca nera, del tutto limitato alla cornice provinciale. Non a caso, a pochi giorni di distanza dallo scoppio della bomba, il filosofo Emanuele Severino scrive le seguenti parole, tanto vere quanto lungimiranti, in merito agli esordi delle indagini: “Il problema è che il fascismo viene presentato come qualcosa di ben più debole di ciò che è in realtà”. Non si tiene quindi conto dell’orientamento politico dello Stato italiano nella guerra fredda, delle forze sotterranee che in tutta Italia cercano di ostacolare una presa di potere del comunismo o che, sia a destra che a sinistra, abbracciano estremismi e fomentano il clima di violenza diffusa con spedizioni punitive, sequestri e prese di forza, onde scatenare una reazione nella cittadinanza che conduca ad atti repressivi o addirittura golpe. 

La rabbia è il sentimento che più afferra chi legge le carte dell’inchiesta sulla strage. Indagini approssimative, assoluzioni, censure all’operato dei magistrati, lungaggini e approssimazioni, depistaggi, strascichi giudiziari protrattisi sostanzialmente nel nulla e, infine, favoritismi nei confronti dei responsabili.

Tutto ciò viene illustrato dall’autore con stralci di discorsi degli stessi imputati della strage, dei magistrati incaricati di giudicarli, di giornalisti, intellettuali e politici del tempo. Fra le pagine si materializzano nostalgici della RSI, spie, ordinovisti, delinquenti comuni e personaggi tanto improbabili quanto reali che si muovono sullo scacchiere tra Milano, Brescia e il Veneto.

Il primo fra tutti gli imperativi: fare memoria

Se però da un lato la giustizia umana dei tribunali e delle inchieste sembra ristagnare senza scampo, l’impegno civile di chi ricorda e aiuta gli altri a ricordare riporta fatti, drammi e nomi al posto che loro spetta, senza edulcorazioni né mistificazioni, ricomponendo la dignità delle vittime e di tutte le persone coinvolte, di un’intera città e, di riflesso, di tutta un’Italia insanguinata da anni difficili e rivoluzionari, lastricati di piombo e di tritolo. Ed è proprio ciò che il saggio di Barbieri fa, con un invito alla memoria che non si spegne dopo il punto a chiusura dell’ultima frase.

In piazza Loggia, di fianco al monumento fatto erigere a ricordo delle vittime, lo squarcio causato dallo scoppio della bomba è ancora visibile sulla colonna sotto la torre dell’orologio. Almeno questo, nel guazzabuglio di negligenze e di sviamenti, è rimasto, non è stato toccato. Del resto, non si può celare una ferita di simile portata senza andare congiuntamente a offuscare il suo lascito così doloroso e incancellabile, che ancora una volta ci sprona a perseguire e a difendere la libertà, quella vera e dovuta, che sarà sempre sotto lo scacco di forze avverse e che sempre, ognuno di noi, avrà il dovere di salvaguardare con le proprie forze, di difendere con le parole e con i fatti. Che la ferita nel marmo continui a restare, allora, perché, come ben afferma l’autore:

Ripararla sarebbe un delitto, sarebbe come voler dimenticare il dolore, cancellare la memoria civile di una città che nei giorni prima e dopo la strage fu capace di dare una risposta democratica esemplare.

Paolo Barbieri, “La morte a Brescia. 28 maggio 1974: storia di una strage fascista”, p. 30

Non servono altre parole per concludere, se non i nomi delle otto vittime della strage, che riportiamo qui come se li stessimo incidendo sulla pietra, a perpetuo memento:

Livia Bottardi Milani, Giulietta Banzi Bazoli, Clementina Calzari Trebeschi, Alberto Trebeschi, Luigi Pinto, tutti insegnanti, Euplo Natali, pensionato ed ex resistente, Bartolomeo Talenti e Vittorio Zambarda, operai.


Titolo: La morte a Brescia. 28 maggio 1974: storia di una strage fascista
Autore: Paolo Barbieri
Editore: Red Star Press, 2019

Genere: Saggio
Pagine: 127
ISBN: 9788867182251

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