“In principio fu lo sguardo”: un taccuino vagabondo per raccontare gli incontri straordinari di un giornalista culturale di razza

Spigolature, riflessioni, scorci di memoir, affondi tra le pieghe di una vita fecondissima, appunti di viaggio, ricordi: difficile incasellare in qualche genere l’ultimo lavoro di Nino Dolfo, “In principio fu lo sguardo” (Oligo 2025), libro tanto prezioso in testimonianze quanto godibile nella lettura.

Del resto Nino Dolfo, cronista di razza, già al Corriere della Sera, dorso bresciano, e al Bresciaoggi, critico letterario e cinematografico e non solo, ci ha deliziato per anni con i suoi pezzi da attento interprete del proprio tempo e appassionato di lavoro, di cultura, di sapere.

Il sottotitolo di “taccuino vagabondo” dà l’idea e la misura di ciò che si può trovare nelle quasi 200 pagine uscite per il virgiliano Oligo Editore: un campionario suddiviso in una trentina di capitoli con alcune immagini in apertura vasto e proteiforme di figure, molte già scomparse, ma rimaste nell’immaginario come filosofi, cineasti, fotografi, scrittori, poeti, attori che egli ha potuto conoscere nel corso di lunghi anni di carriera.

“Scrivere serve a rendere più tollerabile l’esistenza”, ricordava Manganelli citato proprio da Dolfo, e di scrittura quest’ultimo ne ha prodotta, vissuta, frequentata molta sì che c’è l’imbarazzo della scelta nel piluccare qua e là tra i tanti momenti, tutti significativi, raccontati con fluidità.

Forse è opportuno partire da quel Gianni Celati, magnifico interprete di un’epoca e di uno stile della nostra Italia letteraria e che troviamo richiamato in uno dei testi iniziali del libro: il cronista bresciano, come lo scrittore italo-inglese, ha percorso la provincia, l’ha sedimentata in sé, ha saputo farne un elemento vitale elevandola a luogo dell’anima, a mondo centripeto di uomini di cultura.

Ne ha solcato gli infratti e così sul suo “torpedone” sono saliti Paolo Villaggio ed Emanuele Severino, Gianni Serra e Lawrence Ferlinghetti, Ugo Mulas, Silvano Agosti e Vincenzo Cerami, Alberto Sironi e Franco Piavoli e molti, molti altri, incrociati, conosciuti, apprezzati.

A ognuno è dedicato un cameo, un medaglione di sapienza e di riconoscenza, per ciascuno non mancano parole di stima e talvolta di nostalgia nel rievocare collaborazioni, sguardi, parole, conversazioni avute e vissute.

Prendiamo ad esempio Gianni Serra, regista e intellettuale ostracizzato fino a farlo scomparire dalle scene perché scomodo, troppo intelligente, forse eccessivamente visionario tanto che pure la sua Montichiari natale dove nacque nel 1933 non lo ha pressoché degnato di attenzione alla morte occorsa giusto un lustro fa. Eppure Serra è stato centrale anche per la tv italiana collaborando per esempio con calibri come Bongiorno e Tortora, tanto per citarne due.

E che dire di Silvano Agosti, un bresciano di cui andare orgogliosi nel mondo, “non un soggetto singolo, ma una squadra”, che ha sollecitato Nazioni Unite e Unesco a dichiarare l’essere umano “patrimonio dell’umanità”? Mentre infuriano guerre, l’odio e la violenza dominano social e vita quotidiana, eccolo andare in controtendenza questo lucido interprete di un umanesimo raro e prezioso.

Dolfo passa in rassegna un campionario di caratteri e di stili consentendoci di entrare nel suo mondo, dove acume e acribia, sottigliezza e curiosità dominano sempre ogni pensiero: così scopriamo un lato inedito di Paolo Villaggio, cultore di Plauto, Musil e Garcìa Marquez, raggiunto molti anni fa a Darfo Boario per ritirare il premio di re della risata. Mentre solo per uno sfortunato accidente del destino non fu possibile avere Clint Eastwood a Brescia, città alla quale il grande attore statunitense aveva fatto riferimento molti anni fa, invitato espressamente dal sindaco del tempo Paolo Corsini.

E delizioso è il ricordo di un amico fraterno di Dolfo, Renato Borsoni, mente geniale e “crealista”, per dirla alla Bergonzoni, che molto ha dato al teatro e più in generale alla cultura nella città della Leonessa (suo è il merito di aver fondato e diretto fino al 1988 il Ctb, ad esempio, o il recupero della memoria di Ermengarda nell’ambito del Teatro Romano e del Monastero di Santa Giulia).

Così come un contributo essenziale è quello che ha dato Franco Piavoli, “uomo libero e liberato dalla poesia – leggiamo ancora da quest’opera – cioè quel linguaggio che non ha padrone né assilli di fatturato”: e del resto il regista di Pozzolengo, residente non a caso vicino a un poeta vero, Canzio Bogarelli, ha fornito plurime prove di una visione lenta e incisiva del mondo e del suo ambiente, da innovatore del linguaggio qual è. E intellettuale nell’accezione più alta, attrice di raro talento, è Lucilla Giagnoni, abile interprete di un’armonia unica tra letteratura, tradizione sacra e scienza, profonda in ogni sua rappresentazione.

Nostalgico e romantico, infine, è il testo dedicato a Vincenzo Cerami, più volte di scena a Brescia per presentare libri o tenere relazioni, che Dolfo rammenta essersi grazie a lui innamorato dei versi di Caproni, il poeta più metafisico del Novecento, “armonia perfetta tra professione, dignità ed eleganza”.

Tante piccole e grandi verità insomma, sprazzi di un’umanità viva e vera emergono da “In principio fu lo sguardo” in cui nulla è lasciato al caso affinché il lettore si appropri di una bellezza antica e sempre attuale, spesso protagonista  in una città, Brescia, che ha funto da luogo centripeto, talvolta irriconoscente (è il caso, lo citiamo noi, di un Vittorio Sereni a cui non si è mai pensato di dedicare nemmeno un vicolo), più spesso capace di essere cuore pulsante di tanta cultura, importata o esportata. Dolfo e le sue “nature morte” vividissime ce ne ha fornito una prova convincente, sagace, incisiva, da par suo, insomma.


Titolo: In principio fu lo sguardo. Taccuino vagabondo di un cronista di cultura
Autore: Nino Dolfo
Editore: Oligo Editore, 2025

Genere: critica letteraria
Pagine: 190
ISBN: 9791281000551

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