“L’orto dei frutti dimenticati”: sulle rive del Sebino, il racconto di persone che hanno fatto la differenza nell’indifferenza

Ogni giorno infilato nel rosario della vita è diverso dall’altro, ma non lo viviamo più come veniva vissuto ai tempi delle cose semplici.

Gianluca Serioli – L’orto dei frutti dimenticati – pag. 29

A Pennabili, borgo tra i più celebri della Romagna, Tonino Guerra aveva ideato il museo diffuso “Luoghi dell’Anima” al cui interno si trova “l’orto dei frutti dimenticati”, che custodisce piante da frutto appartenenti alla flora spontanea appenninica.  Se il poeta romagnolo ha voluto preservare dall’oblio e dall’estinzione specie vegetali come i susini biricoccolo, gostiniana, luglienga e rusticano o come i peschi buco incavato e gianbela e i fichi brogiotto bianco e verdino, così lo scrittore iseano Gianluca Serioli nellle pagine del suo libro “L’orto dei frutti dimenticati” (Gilgamesh Edizioni, 2025) ha immortalato lo Sbragalenzöi, il Cicala, il Ciospo, il Ciulla e tante altre specie umane lacustri per non disperdere le “voci della strada senza età rimaste inascoltate” (pag. 261).

L’orto dei frutti dimenticati è un luogo dove trovo tutti i miei rimpianti, ciò che poteva essere e non è stato, ciò che è stato e non doveva essere. Coltivazioni di sogni, malintesi, equivoci, parole non dette o parole dette nel modo sbagliato.

 Gianluca Serioli – L’orto dei frutti dimenticati – pag. 260

Il libro di Serioli, partendo anche dall’immagine utilizzata per la copertina (una fotografia del 1922 che immortala una carovana di bambini pronti per essere accompagnati a scuola) raccoglie frammenti di vita trasformandoli in racconti di paese.

C’è una nostalgia rispettosa che si insinua tra le righe, un vagare affettuoso tra i ricordi personali e di comunità, alla ricerca di quella radice di verità che sembra essere stata estirpata dalla frenesia e dalla superficialità dei nostri giorni. Non c’è clamore né bellezza esteriore: i protagonisti dei racconti di Serioli sono le “anime salve” di De André, caricate dal peso della fatica, del dolore, della solitudine ma mai piegate su sé stesse, in fondo mai vinte.

Chi sono davvero? Sono uno che non viene mai preso sul serio. Sono uno che nello sguardo di tanti non è previsto. Sono uno che fa di tutto nel suo niente quotidiano. Sono lo scemo del villaggio. Sono nebbia e sole, sono il mio tempo, sono rabbia e sentimento. Sono un libro aperto dai capitoli incompiuti. Sono il guardiano dei miei sospiri. Sono una poesia priva di rime e di quartine. Sono note scarne di una canzone che fatica a tenere il tempo. Ecco, sono di nuovo fuori dal tempo 

Gianluca Serioli – L’orto dei frutti dimenticati – pag. 13

Il punto di osservazione dell’autore è gentile, accogliente, compassionevole perché mai giudicante, riflessivo perché solitario, frutto della passione per le albe iseane e per gli spazi aperti. Così dipinge Mauro Dj Art, “un elogio alla solitudine e alla dignità dei vinti” (p. 21), e Gelindo che “era il fiore di un bosco appassitoIngenuo, trasparente, greve solo con sé stesso. Era un libro aperto con tutti i congiuntivi al loro posto. Facile da leggere, ma difficile da interpretare” (p. 68). Le descrizioni di Serioli alternano così tensioni poetiche ed episodi spassosi, tipici di un tempo in cui lo scherno era una carezza data di fretta. Talvolta i colpi assegnati al malcapitato erano più che bassi, come accadde al Ciunfista, uomo non certo paziente ma di cuore, aggrovigliato in una rete di “dispetti, vendette, fango e infamie” (pag. 180) con il collega amministratore Gianni Proietti.

C’è tutto un mondo piccolo e raccolto nell’orto iseano di Gianluca Serioli, gustoso in sovrappiù per i lettori che amano emozionarsi ancora in bianco e nero e non disprezzano ciò che ChatGPT potrebbe catalogare come demodé.


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Titolo: L’orto dei frutti dimenticati
Autore: Gianluca Serioli
Editore: Gilgamesh Edizioni, 2025

Genere: racconti
Pagine: 272
ISBN: 9788868677404

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