Lo stupefacente racconto delle peripezie di Faustino e Giovita: ‘la Legenda maior’ negli antichi manoscritti medievali custoditi in Queriniana

Martirio dei santi Faustino e Giovita (Brescia - Santa Giulia). Fotografia di Luca Giarelli, da Wikipedia CC BY-SA 3.0

Il tirapicio, i palloncini, le bancarelle, gli imbonitori che smerciano prodotti dai prodigiosi risultati. Ecco qui tutta la bellezza di una lunga tradizione che ogni anno si ravviva il giorno 15 febbraio, festa dei Santi Faustino e Giovita, patroni di Brescia. I meriti che hanno indotto gli abitanti di Brescia a considerare i due martiri i protettori della città sono legati, come è noto, al loro intervento in difesa della città durante il durissimo assedio del 1438 (e tutte queste vicende sono già state raccontate qui)

Meno conosciute sono forse le circostanze che hanno portato la chiesa a canonizzare i due sventurati e coraggiosi nobili bresciani, circostanze tutte raccontate nella Legenda maior, un prezioso manoscritto del XIII secolo, conservato presso la Biblioteca Queriniana di Brescia.

La passio di Faustino e Giovita – nella forma che conosciamo come Legenda maior – è la narrazione, ricca di vicende singolari, episodi stupefacenti e tragici, che racconta le peripezie, il martirio e la morte dei due santi.

Con ogni probabilità il testo è opera di un presbitero milanese del IX secolo, ma tratta i fatti leggendari avvenuti nel II secolo, durante il principato dell’imperatore Adriano.

Dal momento che le fonti storiche non attestano Faustino e Giovita all’interno della chiesa bresciana prima del V secolo (quando compaiono ricordati nel Martirologio geronimiano,il più antico documento che li menzioni), è possibile affermare che il culto dei due santi si sia consolidato nel corso dell’Alto Medioevo e che la loro storia abbia assunto solo con l’andar dei secoli la forma ampia e articolata che leggiamo nella Legenda maior.

Va in ogni caso precisato che la Legenda Maior non rappresenta a nessun titolo una cronaca attendibile di eventi del II secolo, quanto piuttosto una vera e propria opera letteraria, un’agiografia che risponde a esigenze devozionali, pastorali e identitarie.

La stessa storia della trasmissione del testo dall’antichità ad oggi è complessa e affascinante.

La versione oggi di riferimento della Legenda è quella pubblicata da Fedele Savio nel 1896 negli Analecta Bollandiana, XV. Tuttavia Savio, al momento della trascrizione del testo latino, non poté lavorare direttamente a partire da un testo medievale: egli disponeva, infatti, soltanto di una trascrizione ottocentesca della passio fornitagli dall’avvocato bresciano Gaetano Fornarini, versione questa che risaliva a sua volta alla trascrizione eseguita nel Settecento da Teodosio Borgondio, abate di Sant’Afra, il quale ( e qui il cerchio si chiude) aveva copiato un passionario del XIII secolo.

Perdute le carte intermedie, fu solo nel 1908, dopo la pubblicazione nei già citati Analecta della Lègende des ss. Faustin et Jovite curata dal Savio, che giunse alla Biblioteca Queriniana il codice oggi identificato come Fè d’Ostiani 14, contenente il passionario medievale dove si trova la versione completa della storia dei due martiri.

Il Fè d’Ostiani, protetto da una legatura settecentesca in pergamena, è un volume corposo che raccoglie diversi racconti agiografici copiati da un’unica mano bresciana. La forte connotazione locale dell’opera risulta evidente dalla presenza, non solo della passio dei due santi martiri, ma anche di quelle delle sante Giulia ed Afra, tradizionalmente legate alla storia bresciana. 

Nel 2023, infine, l’intera passio di Faustino e Giovita del Fè d’Ostiani 14 è stata pubblicata in riproduzione anastatica in AAVV, Santi Faustino e Giovita. Patroni di Brescia, Origini e diffusioni del culto, FCB (già recensito qui).

La Legenda maior non può essere considerata attendibile dal punto di vista storico. La stessa  presenza dell’imperatore Adriano a Brescia, ad esempio, (circostanza che dà inizio, di fatto, alle peripezie dei due protagonisti) non trova riscontri nelle fonti ed è controversa perfino l’idea che l’imperatore fosse un persecutore sistematico dei cristiani.

La narrazione, divisa in sei parti, è scritta in un latino chiaro,  lineare, spesso semplice e ripetitivo, ma comunque ricco di efficacia espressiva. Con ritmo sostenuto, nel racconto si alternano dialoghi serrati e scene di forte impatto drammatico che ricordano, per intensità, le sacre rappresentazioni.

Pur con oscillazioni a seconda dei vari passaggi, il tono complessivo è epico ed enfatico, i personaggi per lo più stereotipati: irremovibili ed eroici i martiri, crudeli e folli i persecutori.

I protagonisti sono presentati come giovani nobilissimi, appartenenti a famiglie senatorie bresciane, la cui conversione al cristianesimo appare ai pagani come una forma di follia. Il conflitto con le autorità romane è immediato e radicale.

Secondo il racconto, durante un viaggio nell’Italia settentrionale l’imperatore Adriano viene informato dal governatore Italico che a Brescia due giovani stanno disprezzando gli dèi tradizionali e facendo proseliti, sostenendo che il vero Dio è vivo nei cieli.

L’accusa, si comprende immediatamente, non è solo religiosa, ma anche politica: il rifiuto di sacrificare all’imperatore mette in discussione l’ordine pubblico e Italico riferisce con preoccupazione ad Adriano il fatto che, su esempio di Faustino e Giovita, molti atri giovani stiano abbandonando gli antichi dei.

Convocati e minacciati, Faustino e Giovita rispondono con fermezza che non adoreranno “deos ligneos et lapideos et aereos, in quibus non est sensus neque intellectus”, dèi di legno, di pietra e di bronzo privi di sensibilità e di intelletto. I due santi, anzi, rispondono con determinazione e una punta di spavalderia che è “giunto per noi il tempo in cui gioiamo più che piangere” (alludendo implicitamente alla palma del martirio e alla gioia di poter morire per Cristo) e, conseguentemente, rifiutano.

L’esordio della Legenda presenta, dunque, sin da subito alcuni motivi poi ricorrenti nella storia: la scelta di fede cristiana di Faustino e Giovita vista come pazzia dai pagani, la contrapposizione tra l’idolo materiale a cui si chiede di sacrificare e il Dio vivente invisibile a cui i due rimangono incrollabilmente devoti. Soprattutto, la storia si struttura fin dalle prime pagine secondo uno schema ben preciso che verrà in parte rotto solo verso la conclusione: l’intimazione di sacrificare a un dio pagano (il Sole, Marte, Saturno, Apollo, ecc.), il netto rifiuto dei santi, le minacce e le torture (che, puntualmente, lasciano i due illesi), il verificarsi di uno o più eventi prodigiosi, le conseguenti conversioni di individui o di folle di fronte all’ostentazione della potenza del Dio cristiano.  

Torture e prove costituiscono il nucleo centrale del racconto e si susseguono con crescente intensità spettacolare, a partire da quanto narrato nella prima parte della Legenda, dove, nel circo di Brescia i santi vengono gettati in pasto a leoni, leopardi, orsi e perfino a cinquanta tori. Ma le belve, anziché aggredirli, si ammansiscono. Quando un sacerdote pagano introduce la statua di Saturno per provocare l’intervento della divinità, il risultato è opposto a quello atteso: gli animali si scagliano contro i pagani, divorandoli e straziandoli senza lasciare nulla di loro. La scena, fortemente teatrale, ribalta completamente la logica del martirio: ciò che doveva essere spettacolo di condanna diventa manifestazione trionfale della potenza cristiana. Perfino Afra, moglie di Italico, si converte, dolendosi non tanto della morte del marito (va da sé, sbranato – lui sì- dalle belve) quanto della sorte della sua anima.

Il racconto si arricchisce progressivamente di prodigi: statue di dei pagani che si polverizzano al canto dei santi, piombo fuso che non produce danno, occhi cavati che ricompaiono il giorno seguente, animali guidati dagli angeli, tigri parlanti, tempeste sedate durante viaggi per mare.

A Roma Faustino e Giovita camminano sulle acque del Tevere “tanquam super terram”, predicano, battezzano e suscitano nuovamente conversioni di massa. L’imperatore stesso sembra sopraffatto dall’impotenza, arrivando a esclamare che forse gli dèi proteggono quei giovani e non permettono che siano danneggiati.

Specularmente rispetto all’inizio, la passio si avvia alla conclusione con il racconto di un’altra prova nel circo che, effettivamente, non poteva mancare ai fini della spettacolarità della narrazione: Faustino e Giovita vengono condotti per essere dati in pasto alle belve niente di meno che nel Colosseo, il centro della romanità e il simbolo, dunque, della nequitia e dell’iniquitas dell’idolatria.

Qui lo schema narrativo appare movimentarsi con qualche elemento di novità: Adriano sembra sul punto di cedere e promette persino agli eroi cristiani di far loro erigere una statua d’oro e di farli mettere nel numero degli dei, compare poi un nuovo personaggio che si rivelerà decisivo nello sviluppo della vicenda, il comes Aurelianus, che rinfocola l’ira e l’odio di Adriano.

Soprattutto, in questa fase della storia il pathos raggiunge il livello più elevato: si moltiplicano le apparizioni prodigiose di fanciulli dalla veste candida, gli interventi angelici, le possessioni demoniache, come se la battaglia definitiva per le sorti dei due intrepidi cristiani richiedesse l’intervento di tutte le forze celestiali e infernali.

La narrazione si muove tra Brescia, Milano, Roma, Napoli, Asti e Albenga, intrecciando le vicende di Faustino e Giovita con quelle di altri santi come Calogero di Brescia e Secondo di Asti. In questo modo la Legenda maior collega tradizioni locali differenti e crea una rete di memorie martiriali che attraversa l’Italia settentrionale e centrale.

Calogero, già ministro del palazzo imperiale e comandante della coorte pretoria, convertito alla vera fede da Faustino e Giovita, viene lui pure perseguitato e, quindi, condotto in prigione ad Asti dove inizia al cristianesimo Secondo. Su costui, in seguito battezzato da Faustino, si sposta la Legenda, raccontandone la vita e la morte per decapitazione ad Asti (città di cui diverrà patrono), mentre Calogero troverà il martirio ad Albenga

Il centro simbolico di tutta la storia rimane, comunque, Brescia. I luoghi della città — il Capitolium, il circo, le porte urbiche, il fiume Mella — diventano scenari sacralizzati, spazi nei quali si manifesta la vittoria del cristianesimo.

Quando finalmente giunge l’ordine di esecuzione definitiva, il ritmo narrativo si fa più rapido e, dopo tante peripezie, il martirio, deciso da Aureliano, viene raccontato con sorprendente sobrietà.  

Condotti fuori dalla città, lungo la via Cremonense, Faustino e Giovita vengono decapitati. La conclusione della Legenda sottolinea il significato teologico dell’evento: “martyres autem Christi susceperunt momentaneam morte, ut vitam adquirerent sempiternam”, i martiri accettano una morte momentanea per ottenere la vita eterna.

La Legenda maior , come si è visto, lungi dal costituire una fonte storica affidabile, ha il grandissimo pregio di costruire un racconto potente, coerente e identitario. Attraverso la distruzione degli idoli, la conversione dei pagani, la sacralizzazione degli spazi urbani, la passio definisce l’immagine di Brescia come città dei martiri, protetta da patroni nobili, coraggiosi e vittoriosi.

La sua forza non sta nella verosimiglianza storica, ma nella coerenza simbolica: il cristianesimo trionfa sugli idoli, la fede disarma la violenza, la città si riconosce nei suoi patroni.

In fondo, la Legenda maior racconta meno come morirono Faustino e Giovita, e molto di più perché Brescia aveva bisogno di credere che morissero così.


Silvia Lorenzini

Bresciana, laureata in Lettere Classiche presso l'Università di Pavia. Ha trascorso anni a girovagare fra la Germania e l'Inghilterra per ragioni di studio, di lavoro e di amore. Dal 2005 insegna Italiano e Latino in uno dei licei cittadini. Appassionata di storia locale, adora la montagna, la musica, i libri e non saprebbe vivere se le mancasse anche solo una di queste tre cose.

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