Il meglio di ‘Brescia si racconta’: “L’ultimo viaggio” di Maria Cerutti
“L’ultimo viaggio” di Maria Cerutti, che pubblichiamo in maniera integrale per gentile concessione dell’autrice, è uno dei racconti finalisti della 1° edizione del concorso per racconti brevi “Brescia si racconta“. Il racconto fa parte dell’antologia omonima, curata da Brescia si legge ed edita da GAM Editore: una raccolta di venti storie che offrono sguardi inediti sulla provincia di Brescia, selezionate tra quasi duecento partecipanti. Le prime dieci classificate verranno pubblicate, una al mese, in una sezione dedicata del nostro sito.
Puoi acquistare l’antologia “Brescia si racconta” (GAM, 2025) presso la tua libreria di fiducia o sul sito dell’editore
L’ULTIMO VIAGGIO
di Maria Cerutti
Ecco. Questo è proprio il mio ultimo viaggio. In barca non c’ero mai stato e per di più sul mio bellissimo lago. Amato lago, certo, anche se ho sempre avuto il terrore di entrarci dentro, figuriamoci andare al largo su una barca. Pure la compagnia lascia parecchio a desiderare: un prete, un chierichetto e un barcaiolo frettoloso.
Ma tanto a chi può interessare, a questo punto. Nemmeno a me, ormai. Mi lascio trasportare e attraversiamo il golfo di Salò. Addio, addio a tutto.
– – –
Sono nato a Tresnico, vicino a Gardone Riviera, nel 1895, quarto di undici figli ma a parte me e la mia sorella maggiore non si è salvato nessuno. Tutti morti prima di compiere i due anni, alcuni pochi giorni dopo essere nati. A quel tempo era normale e il fatto di non avere granché da mangiare aiutava. Con una gravidanza la mia povera mamma per poco non ci lasciava la pelle. Al settimo mese cominciò a perdere sangue. Tutte le donne del paese vennero ad aiutarla portando lenzuola e stracci ma l’emorragia non si fermava. La caricarono su una bèna[1] e la portarono al più vicino ospedale, a Salò. I sentieri per arrivarci non erano certo una passeggiata e mia madre arrivò più morta che viva. Ma aveva la scorza dura e riuscì a salvarsi. Non così il bambino. Ogni volta era una brutta botta per lei e a ogni bambino perso diventava sempre più triste. I suoi capelli biondi diventarono presto grigi e spenti. Come il suo sorriso.
Ho cominciato presto a lavorare nei campi, con mio padre; sotto padrone, certo, perché non possedevamo nulla, nemmeno le due stanze dove dormivamo. Mia sorella Nina e la mamma facevano le pulizie dove serviva e lavavano i panni al fosso. Novembre era sempre temuto perché in quel periodo scadeva il nostro contratto di affitto e di usufrutto della terra. Sono stati parecchi i traslochi fatti l’11 di novembre, san Martino: mettevamo sul carretto i nostri quattro stracci e via. Non avevamo né asino né cavallo, così io e mio padre ci legavamo alla vita una grossa fune e tiravamo la carretta.
In tutti i sensi. Che freddo abbiamo patito durante quei viaggi. Mai come quello provato in trincea, però. Quello lo sento ancora nelle ossa, anche stando accanto al fuoco. Diàol pòrco, che frèt![2]
Ma scusatemi, ogni tanto mi perdo via. Stavo dicendo dei traslochi, giusto? Ecco, un bel giorno siamo arrivati a Piovere di Tignale. Il prete della chiesa di San Marco Evangelista quando ci vide arrancare sull’ultima salita che portava al paese si mise la mano sulla bocca, scosse la testa e ci fece strada verso la chiesa. Pioveva che Dio la mandava, con licenza parlando, e io, mia sorella Nina e nostro padre eravamo completamente fradici e sporchi di fango perché più di una volta eravamo scivolati sui sentieri. La mia povera mamma teneva l’ultima nata, Angelina, avvoltolata nelle fasce che alcune donne del paese le avevano dato, come regalo di addio prima di partire. Una tela cerata la copriva fino ai piedi e almeno loro due non erano troppo bagnate. La bambina dormiva. Forse da troppo tempo, per la verità, ma così almeno lei non sentiva la fame. Lasciammo il carretto sul prato davanti all’ingresso della chiesa, tanto nessuno l’avrebbe toccato, non c’era nulla da rubare. Il prete ci fece cenno di seguirlo in canonica, mise un ciocco di legna nella stufa e ci disse di sederci. Non ce lo facemmo ripetere una seconda volta, eravamo stanchissimi, affamati e tremavamo dal freddo. Dall’armadio della canonica tirò fuori dei grossi mantelli di lana, due coperte, delle calze pulite e una bottiglia di vino rosso.
«Dai, mettetevi addosso questi, almeno vi passerà un po’ il freddo. Aspettatemi qui, vado a vedere se trovo qualcosa da mangiare. Intanto bevete una tazza di vino che vi scalda.»
Bevemmo un poco di quel vino e in meno di dieci minuti tutti avevamo seguito la piccola Angelina, fra le braccia di Morfeo. Quando il prete tornò con alcune patate cotte sotto la cenere e due fette di polenta ci trovò profondamente addormentati, sdraiati a terra accanto alla stufa. Aggiunse un altro pezzo di legna, spense la candela e uscì.
Il mattino dopo quando tornò avevamo già riordinato tutto. Con parecchia forza di volontà non avevamo toccato il cibo. In fin dei conti non era nostro, giusto? Così quando vide il piatto intonso scoppiò in una fragorosa risata.
«Vedo che ho a che fare con delle persone molto oneste. Forza, dai: mangiate, è per voi. Prendete anche queste mele, forza.»
Quanto erano buone quelle patate! La fame è il condimento migliore e noi ne avevamo di arretrata. Masticammo lentamente per non perdere nemmeno una briciola. Poi i nostri genitori chiesero al prete se in paese affittavano una stanza e se qualcuno aveva bisogno di lavoranti. Andava bene qualsiasi cosa, l’importante era poter guadagnare qualcosa. Beh, quella volta fummo davvero fortunati perché servivano dei carbonai e a lui era morta poco prima la sorella che gli faceva da perpetua. La mamma avrebbe potuto badare alla chiesa, mentre Nina avrebbe potuto fare la lavandaia per un paio di famiglie benestanti. Per la casa c’era a disposizione un fondaco lì vicino. Il prete aveva messo una buona parola e l’affitto era più che contenuto. I nostri genitori accettarono subito, contenti di aver trovato così presto da sistemarsi, e già il giorno dopo io e papà partimmo per il bosco per iniziare il nuovo lavoro. All’inizio ci insegnarono come preparare èl giàl, la radura rotonda e pianeggiante dove si sarebbe preparato il carbone. Guardando i carbonai più anziani imparammo a fare èl poiàt, accatastando i rami formando un cono, prima quelli più grossi poi quelli più sottili. Doveva essere fatto a regola d’arte perché i rami per poter diventare carbone dovevano bruciare lentamente per non provocare la fiamma. Un lavoro meticoloso, difficile e che durava parecchio tempo. I carbonai rimanevano nei boschi per lungo tempo, giorno e notte. Tornammo dalla nostra famiglia solamente tre mesi dopo. Angelina era morta. Un mese prima. La mamma disse che le era venuto il glup, la difterite. Una malattia tremenda, mortale per i bambini. Il dottore per tentare di salvarla l’aveva operata sul tavolo della cucina, facendole un taglio alla gola, ma non era servito. Il papà si accasciò a terra, le mani sugli occhi, per cercare di fermare con le dita il dolore.
Rimase così, immobile, per alcune ore. Angelina era il sesto figlio che moriva.
E arrivò un nuovo anno e con esso gli ultimi due nati, due gemelli. Io ero diventato carbonaio, avevo vent’anni e credevo di avere tutta una vita davanti, possibilmente senza figli perché il dolore che avevo visto negli occhi e nel cuore dei miei genitori durante tutti quegli anni non volevo proprio provarlo. Mia sorella si era sposata con un pescatore di Bogliaco e aveva già quattro figli. Gestiva una piccola bottega nel centro del paese dove si poteva trovare un po’ di tutto. Insomma, non se la cavava troppo male, a parte il marito. Non la vedevamo molto spesso perché lui era molto possessivo nei suoi confronti. Quando portavo la legna e il carbone al porto di Gargnano allungavo di poco la strada e con il carretto tirato dal nostro mulo passavo a trovarla. Mi dava sempre qualcosa da mangiare, delle candele e il sale, di nascosto, facendomi segno col dito sulle labbra di stare zitto. Amavo mia sorella e mi mancava.
Quando scendevo a Gargnano col mio carico avevo anche la possibilità di fermarmi all’osteria per una tazza di vino e per giocare a morra con alcuni coetanei. Era la mia unica distrazione poi tornavo a Piovere. No, non è vero. Avevo anche un’altra distrazione. Si chiamava Annina, aveva diciassette anni ed era la figlia dell’oste. Era bellissima e io rimanevo senza parole quando mi portava la mia tazza di vino al tavolo. La immaginavo accanto a me, per tutta la vita, felici e innamorati. Chissà se pure lei provava qualcosa nei miei confronti, non l’ho mai saputo. L’unica frase che riuscii a biascicare, l’anno che compii vent’anni fu: «Le do la buona sera, signorina». Punto. Tutto qui. E da lei ebbi solo un sorriso.
Ma era il maggio del 1915: la Patria chiedeva a tutti i suoi figli di gioire perché avevano la possibilità di andare a combattere il nemico, al fronte. Il nemico? E chi era questo nemico? Cosa mai poteva volere da me? Io manco sapevo chi fosse l’arciduca d’Austria Ferdinando. E io, noi, cosa c’entravamo? Ma pure io dovetti piegare la testa e finii nella 5a divisione alpini, arruolato nel battaglione Morbegno e spedito al passo del Paradiso.
«De Rossi Giuseppe, presente!»
Presente. Non avrei mai voluto essere presente. Né lì né altrove, in quella guerra porca. In mezzo a tutta quella neve. Dov’erano finiti i miei boschi? I faggi, i castagni, il carbone, la mia famiglia, mia sorella e il mio impossibile amore, Annina? Via, lontani e perduti. Chissà mai se li avrei rivisti ancora.
E quel mattino, quel terribile mattino del 9 giugno, prima delle sette, la certezza di averli perduti per sempre divenne realtà. Sotto il comando del colonnello Castelli ci trovammo nel fondovalle del Tonale, una nebbia che si tagliava col coltello e gli austriaci sopra le nostre teste, in alto, sulle postazioni che avevamo lasciato. In silenzio, un passo dietro l’altro. La nebbia si alza, spazzata via da un vento gelido e gli austriaci possono vederci. Per loro è come il tiro a segno e noi cadiamo come mosche. Un massacro. Non so neppure io come feci a salvarmi quella volta.
Tre anni e mezzo. Quella porca di guerra era durata un tempo infinito, lunghissimo. Nelle trincee avevo sofferto un freddo assurdo, sotto la pioggia o la neve. I pidocchi proliferavano fra le pieghe delle nostre divise sporche e sotto gli elmetti. E quanti dei miei compagni vidi morire, carne da macello in nome della Patria. Non avevo avuto più notizie dei miei. Chissà come stavano, chissà se si preoccupavano per me. Sepolto vivo in quelle trincee, tra filo spinato e bombe a mano imparai a non pregare più. Dio non poteva esistere.
– – –
E ora sono qui. Sono tornato a Piovere, finalmente. Ma non sono più io, non sono più il ragazzo, il carbonaio, il fratello, il figlio. Non c’è più nessuno. La mia povera mamma e i due piccoli gemelli sono stati falciati dalla mitragliata di un aereo. Il mio povero papà, pochi mesi prima del mio ritorno, è precipitato da una scogliera a picco sul lago mentre faceva èl cornaröl, quelli che tagliano gli alberi cresciuti sulle pareti a strapiombo per poi venderne la legna. Aveva una corda legata alla vita ed era stato calato lentamente lungo la parete rocciosa, trattenuto dal suo compagno di lavoro, chiamato da tutti il Rosso per il colore dei suoi capelli. Una vipera, calpestata per sbaglio, ha morsicato il Rosso e lui ha lasciato la presa. La corda è scivolata via veloce dalle sue mani e insieme a quella anche mio padre. Il blu della profondità del lago è stata l’ultima cosa che ha visto. Il suo corpo non è stato mai più trovato.
E così ora sono qui. Solo, sporco, affamato, un catorcio. Devo andare da mia sorella. Forse lei c’è ancora. Lo spero, almeno. Forse lei potrà aiutarmi. Corro sulla vecchia mulattiera che percorrevo col mulo quando portavo il carbone al molo di Gargnano. Da lì veniva spedito a Peschiera e poi chissà dove, a scaldare le famiglie che potevano permetterselo. Corro e corro lungo la strada, verso Bogliaco. Supero l’antica villa dei Bettoni e finalmente arrivo davanti alla porta della sua casa.
Ho paura. Ho paura di non trovare nessuno.
Busso, piano. Dall’altra parte sento il pianto di un piccolo. Si affaccia mio cognato e subito dietro di lui vedo la figura di mia sorella. Ha in braccio un piccolino e piange. Silenziosamente piange. Mio cognato mi guarda, serio. Non un sorriso, non un saluto. Tossisce da far paura e mi arriva addosso la sua saliva. Anche il piccolino tossisce. Vedo le occhiaie di mia sorella, la sua pelle pallida con macchie bluastre. Mio cognato chiude la porta sulla mia faccia stranita e dice: «Vattene. Non possiamo aiutarti e non possiamo farti entrare. Stiamo male. Vai via.»
Sento il pianto di mia sorella, angoscioso e inframmezzato a colpi di tosse. La sento vomitare.
Resto davanti alla porta ancora per un po’, stordito. Non so proprio cosa fare e dove andare. Ritorno lentamente verso Gargnano, mi fermo vicino al lago e mi addormento, sfinito, ascoltando la lenta risacca.
Sono tre giorni che non mangio, mi sento male, la testa mi duole e non trovo nessuno che possa darmi una mano. La guerra ha lasciato come eredità una povertà infinita. Mi sposto a fatica verso Salò. Per fortuna a Maderno trovo un contadino e mi dà un passaggio sul suo carretto. Mi lascia accanto all’orologio di piazza Vittorio Emanuele II, la Fossa come l’abbiamo sempre chiamata, e mi dà due mele, le altre deve venderle e non può darmene altre. Le mangio lentamente, faccio fatica e le vomito dopo poco. La tosse mi prende all’improvviso, mi sconquassa il petto. Sto troppo male, mi sento la febbre e ho freddo. Mi pare di essere ancora in trincea, in inverno. Ho freddo, ho freddo.
L’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi è il lago, il mio lago. Il mio bellissimo e luminoso lago, in fondo alla discesa della Fossa. Il rumore delle sue onde è l’ultima cosa che sento.
– – –
«L’abbiamo trovato così, accasciato. Ci siamo accorte subito che era morto ma non ci siamo fidate a toccarlo.»
«Con tutti i casi di influenza che ci sono in giro…»
«Avete fatto bene. State distanti, tutti. Allontanatevi, non c’è nulla di bello da vedere. Circolare.»
Il carabiniere fa allontanare tutti i curiosi che si sono messi attorno a quel giovane ragazzo morto per strada. Ha ancora la divisa da militare. Un alpino tornato dalla grande guerra.
«Póer gnàro[3], avrà a far tanto vent’anni. Scampare alla guerra per morire così. Mi sbaglierò ma sembra proprio la Spagnola. Spero proprio di non aver ragione…»
Il barcaiolo allontana la sua lunga barca dall’ormeggio, accanto al Duomo, dirigendosi verso il golfo. Accanto a lui il prete e il chierichetto recitano a bassa voce il rosario che dovrebbe accompagnare nel suo ultimo viaggio il giovane ragazzo, trovato morto in piazza. Nessuno ha potuto pagare un funerale come si deve, per lui non c’è nessuna carrozza con cavalli bardati a lutto. Il Comune di Salò ha pagato il suo trasporto in barca verso il cimitero, dall’altra parte del golfo. Il più in fretta possibile perché i casi di febbre Spagnola stanno aumentando e nessuno ha voglia di averci a che fare.
La barca ondeggia lenta seguendo il muoversi delle onde. Nelle profondità del lago i carpioni nuotano silenziosi, indifferenti.
[1] Carretto agricolo costruito intrecciando rami di vimini o rami di salice usato per i lavori nei campi e per il trasporto, per esempio, del letame.
[2] Diavolo porco, che freddo!
[3] Povero ragazzo
MARIA CERUTTI, di Fasano Sopra (Bs), si è diplomata all’Istituto statale d’arte. Ha lavorato come grafica e in uno studio d’architettura e oggi insegna Taijiquan. Scrive racconti, alcuni diventati monologhi teatrali, oltre a poesie in dialetto e favole, partecipando a diversi concorsi letterari. Una serie di favole e storie, che le sono state narrate da diverse persone, è diventata il podcast “Dai nonna”. Un suo scritto più complesso, che ha richiesto parecchi anni di lavoro, è una raccolta di termini e modi di dire dialettali di Gardone Riviera e Fasano del Garda, contenente ricordi personali e la rievocazione di fatti successi sulla Riviera. Il Garda fa parte delle sue radici ed è presente nei suoi scritti, perché quando si nasce col blu del Garda negli occhi, questo rimane nel cuore per sempre.
Puoi trovare questo e altri 19 racconti scelti nell’antologia “Brescia si racconta”, a cura di Brescia si legge, edita da GAM Edizioni (2025). Richiedila nella tua libreria di fiducia (ISBN: 9791281717374) o acquistala online sul sito dell’editore.

Venti racconti potenti e sorprendenti, selezionati tra i quasi duecento iscritti alla prima edizione del concorso “Brescia si racconta”, per altrettanti punti di vista inediti sulla nostra provincia. Tra confessioni intime che aprono squarci imprevisti e sguardi nuovi sui grandi traumi collettivi, tra visioni oniriche e frammenti di vite che oscillano tra la cronaca e la leggenda, venti storie a chilometro zero, vive e ruspanti, che usano il potere della letteratura per andare oltre gli stereotipi e per raccontare senza troppe sovrastrutture la nostra provincia e la comunità che la abita.
Racconti di (ordine alfabetico): Fabio Ballini, Maddalena Bazzani, Marta Bonisoli, Sveva Castrocaro, Maria Cerutti, Manuela Corsino, Ombretta Costanzo, Domenico Di Natale, Silvia Faini, Emanuele Galesi, Matteo Gilberti, Roberto Gregorio, Alessia Maghella, Daniela Martinotti, Stefano Morzenti, Stefano Novara, Michele Piccardi, Marcello Rizza, Giovanni Francesco Scalvini, Sara Tomasoni.
A cura di Brescia si legge Aps, progetto collettivo e aperto di promozione culturale dedicato ai libri che raccontano Brescia e la sua provincia e piattaforma al servizio della scena letteraria locale.


