Il meglio di ‘Brescia si racconta’: “L’ultimo Franciacorta” di Stefano Morzenti


L’ULTIMO FRANCIACORTA

di Stefano Morzenti

La luce tremolante della torcia illuminò il soffitto della galleria. Chiazze scure di umidità macchiavano il cemento screpolato e decine di cavi elettrici penzolavano dalle canaline divelte. Un odore acre riempiva l’aria, un misto di metallo ossidato e muffa che pizzicava le narici e lasciava un sapore amaro sul fondo della gola. Vanessa scavalcò i resti di una vecchia insegna arrugginita e si issò sulla banchina. Sotto gli stivali, frammenti di vetri e macerie scricchiolavano a ogni passo.

Il fascio luminoso percorse le pareti scrostate. Tra i pannelli scheggiati sopravvivevano ancora alcune lettere scolorite dal tempo, di un blu pallido, quasi spettrale. Vittoria. Davvero ironico.

«Vane, muoviti.» La voce bassa di suo padre la riscosse. Era già arrivato ai piedi delle scale e aveva spento la torcia. Dall’alto non giungeva nessuna luce. Erano davvero così in profondità oppure l’ingresso era crollato sotto i bombardamenti? Tese l’orecchio. Nessun rumore. Riaccesero le torce e iniziarono a salire la prima rampa. In quell’enorme sarcofago di cemento ogni passo rimbombava come un colpo di mortaio e il suo cuore non era da meno. Ogni battito le martellava tra le tempie tanto da farle girare la testa. Voltato l’angolo, una tenue luce rosata iniziò a illuminare i gradini.

Papà aveva ragione, il passaggio c’era ancora. Le mancò il fiato. Per tutto il giorno aveva pregato che si sbagliasse, che non ci fosse un modo e che sarebbero semplicemente tornati indietro.

Perché la stava trascinando in quel posto?

Il soffitto del vecchio ingresso era crollato in un groviglio di travi spezzate e macerie, e ampi sprazzi di cielo facevano capolino tra le rovine. Era quasi il tramonto. La lunga scalinata che portava fuori era collassata sotto le bombe, ma la scalata non sembrava troppo complicata. Ancora pochi metri e sarebbero arrivati nella piazza. Le ginocchia iniziarono a tremare. Non si erano mai spinti così in profondità nella zona proibita, mai così vicini al castello. Li avrebbero scoperti subito, magari li stavano già aspettando. Era una follia! Ebbe l’istinto di scappare, di tornare indietro lungo i binari fino al campo profughi in periferia. Al sicuro, dove i soldati non andavano quasi mai.

Si voltò verso le scale alle sue spalle, ma non poteva abbandonare suo padre. Lui alzò una mano e le fece segno di nascondersi, controllò la fondina logora legata alla cintura e iniziò ad arrampicarsi. Nonostante l’età era ancora in forma. Vanessa infilò la mano nella tasca della giacca e strinse il piccolo coltello a serramanico del nonno. Avrebbe voluto anche lei una vera arma, ma non era facile procurarsele. Quella vecchia semiautomatica e una manciata di proiettili erano costati le scorte di due settimane. Un fischio sommesso giunse dall’alto. Era il segnale di via libera. La piazza era gigantesca e completamente vuota. Le facciate degli edifici erano crivellate di colpi, ma nessuna era crollata. Resistevano ostinatamente, seppur martoriate da anni di guerra. Persino la scritta “Poste e telegrafi” era ancora al suo posto, aveva solo perso una “O”. Niente era come se l’era immaginato, era tutto più vivido, più grande, più vero.

«Vieni, non è sicuro stare allo scoperto.» Suo padre si infilò rapido sotto l’arcata di fronte a loro e si accucciò dietro una colonna annerita e scheggiata. Vanessa lo seguì col cuore che picchiava nel petto. «Pa’, cosa vuoi fare?» La voce era poco più di un sussurro. «Siamo troppo vicini al castello, ci individueranno.»

Le poggiò una mano sulla spalla e le aggiustò la sciarpa intorno al collo. «Tranquilla.»

Il suo tono calmo era quasi irritante. «Manca poco e poi saremo al sicuro.»

Vanessa gli spinse via la mano. «Perché siamo venuti fin qui?»

Fece un mezzo sorriso nascosto tra i baffi folti e la barba ispida. «Dobbiamo prendere una cosa, poi potremo andarcene per sempre.»

Andarsene? E dove? Lei era nata e cresciuta tra le baracche del campo. Era sempre stata lì, tra i rottami dei carri armati e i cumuli di rifiuti. Sapeva dove rubare del cibo, sapeva dove nascondersi e sapeva quali erano i confini della zona assegnata. La sua vita era quella, perché lui voleva qualcosa di diverso? 

Suo padre si alzò in piedi. «Andiamo, costeggeremo i portici così non potranno vederci.»

Vanessa girò intorno alla colonna e, nella penombra, si ritrovò davanti il muso di una gigantesca bestia che emergeva dalle macerie, un enorme corno puntava dritto verso di lei. Il terrore la travolse e dallo stomaco salì fino in gola. Spalancò la bocca ma una mano callosa gliela tappò immediatamente. Il suo urlo si soffocò.

«Va tutto bene» sussurrò suo padre «è qui da sempre e non ha mai fatto male a nessuno.»

Era solo una statua, una grande statua di un rinoceronte semi-sommersa dai detriti. Lungo i portici si affacciavano solo vecchi negozi devastati. Serrande contorte, vetrine sventrate, scaffali vuoti. Ovunque c’erano segni di saccheggio e desolazione. Un manichino con un vestito sbrindellato era stato impiccato a una trave di metallo e dondolava lentamente nel buio. Vanessa distolse lo sguardo.

Una volta aveva visto un ragazzo della sua età impiccato a un traliccio solo per essersi avvicinato troppo alla zona proibita. Non voleva pensarci.

Sulla sinistra si apriva un’altra grande piazza. Sgranò gli occhi. Un maestoso edificio si stagliava contro le ultime luci del giorno. Era completamente annerito dal fumo e con la cupola schiacciata e deformata le ricordava un cranio fracassato, ma era comunque bellissimo. L’aveva già visto, ma solo in foto.

Afferrò il padre per la manica. «È lui, vero?»

Annuì. «Il Palazzo della Loggia.» Si scostò i capelli grigi dalla fronte. «È ancora in piedi, nonostante tutto.»

Fece una lunga pausa e scosse la testa. «Ormai non riesco quasi più a ricordare come fosse prima dell’invasione.» La voce piatta, ma carica di dolore.

Le fece un cenno col capo e si infilò in uno degli edifici.

«Quando ero piccolo, il nonno aveva una minuscola osteria al Carmine. Una manciata di tavoli con le tovaglie a quadri, una piccola cucina e nient’altro.» Armeggiò con lo zaino e tirò fuori un piede di porco. «Quando i blindati sono arrivati alle porte della città è dovuto scappare con me e la nonna, abbandonando tutto. Aveva una piccola…»

Dei passi risuonarono sotto i portici. Quattro, forse cinque persone. Sghignazzavano. Soldati lealisti di pattuglia. Lo sapeva. Si erano avvicinati troppo al castello! Adesso sarebbero entrati e li avrebbero impiccati come il manichino. Chiuse gli occhi e si strinse le ginocchia al petto. Le voci si allontanarono. Vanessa, con le lacrime agli occhi, mosse appena le labbra per paura di fare rumore. «Papà, torniamo indietro. Ti prego»

Lui scosse la testa. «Ci siamo quasi, dobbiamo solo attraversare San Faustino.»

«Ma sei fuori di testa?» Gli afferrò il bavero e lo strinse fino a farsi male. «È dove sono accampati i mercenari, ci spareranno a vista.»

«Credimi,» disse stringendo il piede di porco, «non ci vedranno nemmeno.»

Raggiunsero uno stretto vicolo poco lontano dalla piazza e si infilarono in quello che doveva essere stato il cortile di un palazzo. Ora era poco più di un cimitero di pietre e legno marcio. Molti dei muri erano crollati e, attraverso lo scheletro dell’edificio, le torri del castello incombevano minacciose sopra di loro.

«Deve essere qui, da qualche parte.» La voce di suo padre aveva avuto un piccolo tremito. «Un grande tombino di ghisa con sopra un leone.»

Il pavimento era un disastro di calcinacci e tegole rotte. Una spessa trave spezzata poggiava su un cumulo di mattoni e le erbacce l’avevano avvolta per metà. Iniziarono a spostare le macerie, pezzo dopo pezzo. Le mani si graffiavano a ogni gesto e la polvere le si appiccicava alla pelle sudata.

Ogni movimento era un rischio e lavorare senza far rumore era quasi impossibile. Avrebbero potuto impiegarci delle ore e ormai il sole era tramontato. Vanessa urtò con il gomito una pila di sassi. Non era nulla, ma le parve un boato. Trattenne il respiro e rimase immobile a fissare l’ingresso del vicolo. Una goccia di sudore le scese lungo la guancia e si perse nella sciarpa.

«Eccolo» bisbigliò suo padre all’improvviso «dammi una mano.»

Un grande quadrato di metallo scuro spuntava da sotto un mucchio di assi marce. Sembrava vecchio, corroso dal tempo e incredibilmente pesante. Suo padre infilò il piede di porco in una delle fessure e spinsero insieme. Lo stridore del metallo lacerò il silenzio della sera. Quello l’avrebbero certamente sentito, ormai era finita. Col cuore che batteva all’impazzata caricò tutto il peso sulla leva e spinse ancora. I muscoli delle braccia le iniziarono a tremare. Suo padre, paonazzo, digrignava i denti per lo sforzo. Un rumore secco e il tombino si aprì. Lo spinsero di lato quel tanto che bastava e suo padre le fece segno di scendere. «Aspettami in fondo, io ti seguo.»

Vanessa accese la torcia e la puntò verso il basso. Un profondo pozzo di pietra si perdeva negli abissi della città.  Su un lato era fissata una stretta scala a pioli. Aveva il fiatone e il sangue le ruggiva nelle orecchie. «Sbrigati, non abbiamo più tempo.»

Strinse la torcia tra i denti e si calò nel pozzo. Poggiò i piedi sulla pietra umida. L’abisso non era poi così profondo. Sembrava un vecchissimo tunnel di mattoni e proseguiva dritto davanti a lei fino a perdersi nell’oscurità. Lo scrosciare dell’acqua era quasi assordante e il freddo iniziò subito a penetrarle attraverso la pelle. Da sopra la sua testa giunsero il clangore del tombino che tornava al suo posto e i passi affrettati di suo padre giù per la scala. «Pa’, dove siamo?»

«Poco più avanti c’è uno dei tanti fiumi che passano sotto Brescia.» Con la torcia illuminò lo stretto passaggio. «Non ricordo quale, il nonno me lo avrà ripetuto mille volte.»

Vanessa si sfregò le mani per scacciare i brividi. «Perché i fiumi sono qua sotto?»

«Perché negli anni ci hanno costruito sopra e li hanno coperti. È così che si nascondono le cose, no? Si seppelliscono.» Ridacchiò tra sé. «Vieni, dobbiamo cercare l’uscita giusta.» Sembrava di nuovo sereno, come se non stessero facendo la cosa più stupida della loro vita. L’acqua era gelida, un morso che le risaliva le gambe ogni volta che si muoveva. Scorreva impetuosa, portando con sé frammenti di legno, foglie e sporcizia di ogni tipo. Non superava il ginocchio, ma la corrente era abbastanza forte da farla tentennare a ogni passo. Sbatté la testa contro una pietra sporgente. Il soffitto a volta era basso e in molti punti dovevano chinarsi per poter passare. Puntò la torcia lungo il muro. Non aveva mai visto nulla di simile. In quel punto le pareti erano di mattoni ma, poco più in là, diventavano di pietra, poi di cemento e di nuovo di mattoni. Quel tunnel aveva sicuramente delle storie da raccontare.

Da una conduttura arrugginita un grosso ratto si tuffò nell’acqua con un tonfo. Vanessa trattenne un grido e si aggrappò al braccio del padre. Lui la strinse a sé. «Il fiume attraversa San Faustino e passa proprio sotto la vecchia chiesa del Carmine.» Puntò la torcia verso l’alto. «E sotto l’osteria del nonno.»

I piedi di Vanessa erano ormai insensibili e l’umidità le aveva impregnato completamente i vestiti. «Mi dici, adesso, cosa stiamo cercando?»

«Come ti stavo dicendo, il nonno è dovuto scappare in fretta e ha preso solo quello che poteva.»

Il tunnel piegò un po’ a sinistra. «Teneva alcune bottiglie in un vecchio pozzetto dietro il bancone, per le occasioni speciali, diceva, e quando è scappato le ha dovute lasciare.»

«E tu come lo sai? Avevi cinque o sei anni.»

Si fermò al centro del fiume, la testa leggermente china. «Me lo ha raccontato lui l’anno scorso, poco prima di lasciarci.»

Fu quasi come uno schiaffo e il tunnel parve vorticare intorno a lei. Vanessa gli artigliò lo zaino e lo costrinse a voltarsi. «Il nonno aveva la demenza!» urlò con voce rotta e quasi tremante «La metà delle volte neanche ricordava il mio nome!»

Suo padre la fissò negli occhi e sorrise. «Non ha mai dimenticato quei giorni, non avrebbe potuto.» Le accarezzò la guancia come quando era bambina. «Fidati di me, come io mi sono fidato di lui.»

Arrivarono sotto un’altra scala. Sembrava molto più recente e anche il tombino si aprì senza troppa fatica. Era scesa la sera e il vicolo era deserto. Dall’alto del colle i fari del castello vagavano sui tetti delle case, lenti e inesorabili. Vanessa si addossò al muro. Tra quei vicoli stretti non potevano certo vederla, ma la loro sola presenza era bastata a terrorizzarla. Alle sue spalle, poche vie più in là, rumoreggiava l’accampamento. Erano maledettamente vicini! Davanti a lei una piccola porta ad arco inghiottita dalle ombre. Il battente di destra non c’era più e l’insegna dipinta sull’intonaco era ormai illeggibile. Scesero i tre gradini e si ritrovarono in una stanza angusta con le pareti di pietra che sembravano chiudersi su di loro. Un pungente odore di cenere e legna bruciata le invase le narici.

I pochi tavoli erano stati fatti a pezzi e le sedie, ammucchiate in un angolo, erano ormai una pila di carbone. Sul pavimento erano sparsi i cocci di decine di bottiglie.

Suo padre impallidì, ma cercò di nasconderlo. «È dietro il bancone, in una botola nel pavimento.»

Tutte le mensole erano vuote e il grande specchio era talmente sporco e crepato da riuscire a stento a riflettere la luce delle torce. Il pavimento non aveva nessuna botola.

«È impossibile.» La voce di suo padre sembrò spezzarsi. «Io me la ricordo, mi nascondevo sempre sotto il bancone e…» Spalancò gli occhi. «Non era dietro, era sotto.»

Allungò la mano e tirò lo sportello con tanta forza da rompere un cardine. Comparve una piccola botola. Sembrava un semplice tombino, era insignificante e forse proprio per quello nessuno ci aveva mai guardato dentro. O almeno così sperava. Suo padre sollevò il coperchio con delicatezza e infilò la mano nel buco. Lunghissimi, esasperanti secondi, poi la sua bocca si increspò in un sorriso.

Si mosse con tale lentezza che Vanessa, per un attimo, pensò avesse trovato una granata. Appoggiò a terra l’oggetto recuperato, davanti alla torcia. Era una bottiglia nera, con una grande etichetta ingiallita: Franciacorta 2025.

«L’ultima vendemmia prima che il gas tossico distruggesse tutte le viti nel raggio di trenta chilometri» disse con un filo di voce «probabilmente è una delle ultime bottiglie esistenti.»

Vanessa sollevò un sopracciglio. «E vale così tanto?»

Suo padre le mise le braccia intorno al collo e la strinse a sé. «Con questa potremo comprarci un passaggio verso la valle, lì gli invasori sono stati respinti. La resistenza ha armi in abbondanza e le vecchie miniere sono dei bunker naturali.» Le baciò la fronte. «Lì potremo essere di nuovo liberi.»

Vanessa alzò lo sguardo negli occhi lucidi del padre. Liberi?

Poteva davvero esserci una vita diversa dall’unica che aveva sempre conosciuto? Allungò la mano e accarezzò col dito il vetro scuro. Sì, liberi!

Si tolse la sciarpa e la avvolse intorno alla bottiglia. «Adesso cosa facciamo, papà?» Lui la prese per mano. «Andiamo, ora non ci resta che arrivare alla frontiera di Mompiano.»


STEFANO MORZENTI, classe 1984, è nato e cresciuto nelle industriose e (poco) ridenti valli della provincia di Brescia e lavora da sempre nella cooperazione sociale. Divide il suo tempo tra l’ufficio, la pila di libri che cresce sul comodino e la scrittura, che per lui è un gioco serio. Non ha più scheletri nell’armadio perché tutto lo spazio è ormai occupato da una quantità imbarazzante di racconti iniziati e mai finiti. Alcuni sono stati pubblicati da Historica Edizioni, su “Metatron – Rivista di Letteratura del Fuori” e su “Inkroci”. Nel tempo libero, quando non sta leggendo, scrivendo o fingendo di farlo, coltiva la curiosità e una forma avanzata di procrastinazione creativa, che consiste nel convincersi che ogni nuova esperienza (anche la più banale) potrebbe rivelarsi una miniera d’oro narrativa.


Puoi trovare questo e altri 19 racconti scelti nell’antologia “Brescia si racconta”, a cura di Brescia si legge, edita da GAM Edizioni (2025). Richiedila nella tua libreria di fiducia (ISBN: 9791281717374) o acquistala online sul sito dell’editore.

Venti racconti potenti e sorprendenti, selezionati tra i quasi duecento iscritti alla prima edizione del concorso “Brescia si racconta”, per altrettanti punti di vista inediti sulla nostra provincia. Tra confessioni intime che aprono squarci imprevisti e sguardi nuovi sui grandi traumi collettivi, tra visioni oniriche e frammenti di vite che oscillano tra la cronaca e la leggenda, venti storie a chilometro zero, vive e ruspanti, che usano il potere della letteratura per andare oltre gli stereotipi e per raccontare senza troppe sovrastrutture la nostra provincia e la comunità che la abita.

Racconti di (ordine alfabetico): Fabio Ballini, Maddalena Bazzani, Marta Bonisoli, Sveva Castrocaro, Maria Cerutti, Manuela Corsino, Ombretta Costanzo, Domenico Di Natale, Silvia Faini, Emanuele Galesi, Matteo Gilberti, Roberto Gregorio, Alessia Maghella, Daniela Martinotti, Stefano Morzenti, Stefano Novara, Michele Piccardi, Marcello Rizza, Giovanni Francesco Scalvini, Sara Tomasoni.

A cura di Brescia si legge Aps, progetto collettivo e aperto di promozione culturale dedicato ai libri che raccontano Brescia e la sua provincia e piattaforma al servizio della scena letteraria locale.

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