Il meglio di ‘Brescia si racconta’: “Storia di una donna e di un affresco” di Sara Tomasoni


STORIA DI UNA DONNA E DI UN AFFRESCO

di Sara Tomasoni

La ricordo come fosse ora quella primavera fredda, con l’inverno ancora alle calcagna. Avevo appena compiuto vent’anni e studiavo Economia. Studiavo, a onor del vero, è scorretto; ero iscritto all’università, ma frequentavo più i locali del centro che le lezioni. Condividevo, in via San Faustino, un piccolo appartamento con un altro ragazzo che non vedevo mai, perché durante il giorno, a differenza mia, seguiva le lezioni, la sera si chiudeva a studiare e il mattino, mentre io recuperavo la lucidità persa la sera precedente, lui era già uscito. Talvolta mi facevo vedere in università, più per mantenere i contatti sociali e rimorchiare qualche compagna di corso, che per studiare veramente.

Per farla breve, una sera stavo in compagnia di alcuni amici e avevamo tutti bevuto troppo.

La serata era iniziata in piazza Arnaldo e verso le dieci eravamo già belli carichi. Decidemmo di proseguire verso il Carmine; ci incamminammo facendo baccano senza un particolare motivo, giusto per fare un po’ di cagnara. A un certo punto ci trovammo a ciondolare nei pressi di piazza Vittoria. Mentre, appoggiato ad un pilastro nei pressi del Quadriportico, ridacchiavo per qualche stupidaggine, una donna arrivò all’improvviso dal lato opposto, lanciandosi verso la piazza e ignorandoci del tutto.

Non riuscii a inquadrarla bene; la sentii urlare qualcosa in modo concitato e poi la vidi scomparire oltre le scale che costeggiano l’arengario.

«Oh, avete visto quella?» commentai con troppa enfasi, a causa dell’alcool. «Che cazzo stava urlando?»
«Ma chi?» chiese uno dei miei soci, avanzando verso di me e fermandosi a pochi centimetri dal mio naso. «Vecio, tu sei completamente marcio!» aggiunse sghignazzando sguaiatamente.  «Qui non c’è proprio nessuno.»

Gli altri gli fecero eco, insultandomi con urla sbracate e poi, stanchi di quella sceneggiata, proseguimmo verso il Carmine. La mattina seguente mi svegliai in preda ad un fortissimo mal di testa e liquidai l’incontro della sera precedente dando colpa alla sbornia.

Un paio di settimane dopo ritornai nei paraggi. Passeggiavo per il centro con una ragazza – non ricordo come si chiamasse – sono sempre stato tremendo con le donne – chiacchierando con ben poca partecipazione, così, quando lei volle andarsene, la accompagnai alla fermata della metropolitana in piazza Vittoria. Forse avrei dovuto insistere per portarla a casa, ma feci finta di nulla, d’altronde era ancora presto e io non avevo alcuna intenzione di rientrare. La salutai e mi incamminai lungo i portici. A un tratto sentii un grido: «La casa… l’affresco!»

Girai istintivamente la testa verso la piazza. Una donna, vestita di grigio, camminava agitata davanti al palazzo delle poste, voltandosi forsennatamente in tutte le direzioni. Trasalii: era la donna che avevo visto qualche settimana prima sotto il Quadriportico.

«L’affresco! L’affresco!» continuava, con voce rotta. Si aggirava vaneggiando senza curarsi della gente attorno a sé, ma anche le persone che le stavano attorno sembravano non accorgersi della sua presenza.

Mi tornarono alla mente, allora, le parole del mio amico: «Vecio, tu sei completamente andato! Qui non c’è proprio nessuno.»

Fui scosso da un brivido. Non riuscivo a muovermi, la mia attenzione era completamente catalizzata da quella donna. A un tratto scomparve alla mia vista dietro un angolo cieco dei portici.

Non sentendola più gridare, la cercai ovunque, ma di lei nessuna traccia; con mio grande stupore, sembrava essersi volatilizzata.

«Maledizione» gridai, tirandomi un pugno sulla coscia. Due passanti mi guardarono perplessi. Non potevo dar colpa all’alcol quella sera, ero completamente sobrio. Scrollai le spalle. Tanto valeva bere, mi dissi, era il modo più rapido ed efficace per non pensare.

Mi trascinai verso un bar ed entrai. Ordinai una birra e dopo pochi minuti il barista mi depose un boccale sul tavolo. Indicando uno sconosciuto appoggiato al bancone, mi disse:
«Offre quel giovanotto là.»

Mi voltai e un ragazzo mi fece un cenno di saluto. Aveva i capelli castani ricciuti, la bocca piccola e il naso sottile. Non l’avevo mai visto. Si avvicinò e mi chiese: «Posso sedermi?»
Non ottenne risposta, ma prese comunque una sedia e si accomodò accanto a me.

«Ero in piazza, prima» disse. «L’ho vista anche io.» Gli rivolsi un’occhiata interrogativa.

«La donna che urlava» continuò.

Si fece più vicino fino a sussurrarmi nell’orecchio: «A me succede da tempo.»
«Non so di cosa tu stia parlando» gli risposi secco. Lui rise sommessamente.

«Quand’è così, tanto vale che io me ne vada» mi disse, alzandosi. Lo trattenni per un braccio.
«Fermo! Dimmi chi è» gli chiesi. «Perché grida?»

 Mi fissò socchiudendo gli occhi per un lungo istante.

«Aspettala all’arco del Granarolo» disse. «Poi seguila.»

«Dove hai detto?» chiesi.

«All’arco del Granarolo» ripeté, liberandosi dalla mia stretta.

«Quando la rivedrò?» gli urlai.

Lo sconosciuto si allontanò indirizzandomi un cenno del capo; lo seguii con lo sguardo dalla vetrina del bar mentre si incamminava verso la piazza. Rimasi per un po’ a fissare le bollicine della birra che non avevo minimamente toccato, poi mi alzai e uscii dal locale. Trascorsi i giorni seguenti pervaso da una grandissima inquietudine che a breve diventò vero e proprio delirio. Mi sforzavo di dimenticare la donna farneticante di piazza Vittoria, ma più cercavo di considerarla un frutto della mia fantasia, più ne ero ossessionato e non facevo altro che pensare continuamente a lei e al ragazzo del bar.

Quanto all’arco del Granarolo, non ne avevo mai sentito parlare. Se questo mi dava l’illusione di rimanere in una bolla di sicura e beata inconsapevolezza, d’altra parte la mia smania di sapere non mi lasciava requie. Un pomeriggio cedetti. Mi bastò poco per capire che avrei facilmente trovato l’arco percorrendo i portici di via X Giornate. Un brivido di piacere mi colse e mi incamminai più veloce che potei. Rimasi per ore ad osservare i busti di quattro uomini che si guardavano l’un l’altro, due per lato, incastonati in altrettanti tondi, la balaustra all’estremità superiore, gli stemmi sulla chiave di volta. Ritentai il giorno seguente e quello dopo ancora. Per settimane intere feci la spola tra i portici e la piazza, inutilmente.
Una sera, quando ormai avevo perso le speranze, lo sentii di nuovo.

«L’affresco…»
Quel grido. Flebile, come un lamento. Quasi le piombai addosso. Era una donna senza età, con un viso bello, d’altri tempi, il naso lungo e schiacciato, gli occhi con la palpebra leggermente chiusa, le sopracciglia folte, i capelli neri, trattenuti da una crocchia. Vestiva un modesto abito grigio, lungo al polpaccio. Ci guardammo per un lungo istante, poi lei fuggì via, in direzione di piazza Vittoria.

«Ferma!» le gridai, rincorrendola.

Non appena misi piede sul lucido pavimento del Quadriportico, mi sentii mancare la terra sotto i piedi. Percepii un rumore che si fece sempre più fragoroso e mi scansai appena prima che l’edificio si sgretolasse davanti ai miei occhi. Non era solo quell’edificio ad andare a pezzi: tutti i fabbricati di piazza Vittoria sembravano sbriciolarsi come pane secco e, mentre cadevano miseramente al suolo, un’alta recinzione di legno andava ergendosi sulle macerie. Attorno a me via X Giornate era ancora deserta, nel buio di una notte senza luna, ma al di là della recinzione potevo udire le voci concitate di persone in piena attività e il cielo era illuminato a giorno. Costeggiai il recinto, finché non trovai un varco nell’alta palizzata: un enorme cantiere si estendeva nello spazio prima occupato dalla piazza. Un solo muro, in mezzo ai detriti, si ergeva solitario poco distante dalla Loggia. Ebbi il tempo di muovere solo alcuni passi perché subito migliaia di mattoncini presero forma dalle rovine, schizzando impazziti in tutte le direzioni per poi impilarsi in edifici alti e fitti. Cercando di schivarli alla bell’e meglio, corsi lungo un varco che andava formandosi e sbucai in uno slargo tra i caseggiati ormai saldamente costruiti. Era una bella piazzetta ornata da una fontana di pietra con una bassa vasca circolare e una colonna al centro. I raggi del sole la accarezzavano dolcemente e la piazza brulicava di vita.

Un uomo in pantaloni di velluto marrone e bretelle la attraversava in bicicletta e un bambino giocava a saltare su e giù dal bordo della vasca mentre la madre, attardatasi a chiacchierare, lo raggiunse di corsa per raccoglierlo in braccio. Alcune persone uscivano da un negozio protetto da una pesante tenda che recava scritto a grandi lettere il nome di una vetreria. Dietro la vetreria, in fondo alla strada, si ergeva il familiare profilo della Loggia mentre alla mia destra riuscivo a scorgere l’arco del Granarolo e, dietro, l’imponente cupola del Duomo Nuovo. Una bimbetta che non doveva aveva più di quattro o cinque anni, con le guance paffute e i capelli a scodella, il vestito a fiori chiuso da un nastro al collo e le calze al ginocchio, sembrò incamminarsi verso di me piegando la testolina con fare curioso.

Quando, per andarle incontro, inciampai nel ciottolato, lei non si scompose. Corse via senza degnarmi di uno sguardo e mi resi conto che non poteva vedermi, esattamente come la donna urlante, in piazza.

Che fine aveva fatto piazza Vittoria? E quella donna?  Dovevo assolutamente rintracciarla.

Mi voltai dando le spalle alla Loggia e presi a camminare nella via da cui ero arrivato di corsa poco prima. Alti caseggiati dall’intonaco scrostato mi circondavano, sventrati da vicoli angusti.

Ne imboccai uno, a caso. Il fetore di urina impregnava l’aria, mischiandosi all’odore persistente di cibo. Voci di vecchie e urla di bambini provenivano dall’interno delle case. Passai lungo il fianco di quella che sembrava una chiesetta e in un vicolo poco distante trovai degli orinatoi, il puzzo era terribile. Avevo l’impressione di essermi perso in un ambiente familiare: non so per quanto tempo peregrinai per quelle viuzze, ossessivamente e senza meta, avido di odori, colori, rumori, passando sotto bassi archi, portici e stretti cortili, scorgendo, a volte, angoli noti, attraverso un dedalo di strade, slarghi, portoni, balconi in ferro battuto, botteghe più o meno modeste, vicoli affastellati in un assetto antico, ma per me del tutto nuovo. Mi trovai in un’altra piazzetta proprio di fronte all’inizio di via X Giornate: era protetta da una fila di giovani piante e anch’essa ornata da una fontana, con una vasca ottagonale a motivi geometrici e, sulla colonna centrale, dei delfini con le code intrecciate. Improvvisamente sentii un urlo familiare: era lei! Mi vide e per la prima volta si fermò ad aspettarmi, poi riprese a correre in preda all’agitazione e io le andai dietro, attraverso il varco che la sua marcia forsennata creava tra la gente. Tutti la scansavano contrariati.

 «Non c’è tempo da perdere…l’affresco!»

«Ma quale affresco? Di cosa parli?» le gridai. Nei pressi della vetreria, nell’altra piazzetta, si fermò e, voltandosi, mi guardò negli occhi. Ansimava. La raggiunsi e lentamente mi avvicinai a lei, fino a sentire l’odore del suo respiro. Sembrava, improvvisamente, calma. Proseguì camminando verso la Loggia. Mossi un passo per seguirla, poi un boato, fortissimo. Caddi a terra stordito, tenendomi le mani sulle orecchie, poi tutto implose.

Mi risvegliai, steso a terra, davanti alla fermata della metropolitana di piazza Vittoria.

«E così non sei riuscito a resistere, eh? Come ti senti?»

Davanti a me c’era il ragazzo del bar. Mi guardai attorno: era ancora notte ed eravamo completamente soli.
«Vieni» disse, tendendo la mano per aiutarmi ad alzarmi.

 «Cos’è accaduto? Cos’era quel posto?» chiesi.

«Il quartiere delle Pescherie» rispose. Notando la mia perplessità aggiunse: «È stato demolito per far posto a questa piazza.» Lo fissai turbato. «E quella donna?»

Alzò le spalle. «Non so chi sia. Ma ricordi quell’unico muro rimasto in piedi in mezzo alle macerie, quando tutto è crollato? Vieni con me.»

Mi condusse di fianco alle poste, sul retro della chiesa di Sant’Agata e, circa a metà della strada, si fermò, con il naso all’insù.

«La casa, l’affresco…» recitò.

Un brandello di muro di un colore indefinibile era incastonato nel fianco del massiccio edificio delle poste, ergendosi per quattro piani, due finestre ciascuno.

«Li vedi gli affreschi? Sono di Lattanzio Gambara, un pittore del Cinquecento. Al momento della costruzione di piazza Vittoria, il soprintendente si impuntò per evitare la demolizione, salvandoli in extremis, così il muro venne inglobato nel palazzo delle poste. Si dice che sia raffigurato l’assassinio di Agrippina, ma ormai sono troppo rovinati.»

Mi voltai verso di lui.

«Tu come sai tutte queste cose?»

«Io abito qui» rispose, ridendo.

Guardai per un lungo istante quel muro, ma l’illuminazione era troppo scarsa. Quando mi voltai di nuovo, il ragazzo era scomparso.

Non li incontrai mai più, né lui, né quella donna.

Da quel momento in avanti, il quartiere delle Pescherie divenne la mia ossessione. Recuperai materiale di ogni genere: testimonianze, fotografie, documenti. Imparai a memoria le vecchie mappe del centro storico con i nomi pittoreschi di quei vicoli e di quelle piazzette: c’erano piazzetta delle Pescherie Vecchie e quella delle Pescherie Nuove, poi c’era la contrada dei Cappelari, il vicolo rampa, vicolo del Granarolo, vicolo delle Prigioni, vicolo del Ballerino, vicolo della Sardella Gioiosa… Passavo i pomeriggi in piazza Tebaldo Brusato, chiacchierando con i delfini della sopravvissuta fontana delle pescherie Nuove, o in piazza Vittoria, cercando risposte davanti agli affreschi del Gambara.

Fu proprio in un assolato pomeriggio d’estate che me ne resi conto, scrutando attentamente e a lungo ognuna delle figure, alcune solamente accennate e consumate dal tempo. Tra le più definite, immortalato sulla parete del terzo piano, un ragazzo con i capelli castani ricciuti, la bocca piccola e il naso sottile guardava di sotto, allargando le braccia. Una risata mi uscì spontanea dalle labbra.
Ma come avevo potuto non accorgermene prima?

«Io abito qui» aveva detto.

– – –

«E così, chiacchierando, ho perso la mia fermata» disse il vecchio.

 La ragazza si alzò, preparandosi a scendere.

 «Oh, cavoli! Qual era?»

«Piazza Vittoria, ovviamente.»

La ragazza rise. «Va a vedere l’affresco?»

«L’affresco lo vedo ogni giorno, mia cara. Ho preso casa lì.» 

«È una storia vera?» gli sussurrò lei con fare complice.

Il vecchio sorrise, i capelli nivei e la lunga barba sembravano fulgidi sotto la calda luce del sole.
«Chi può dirlo?» esclamò. Si salutarono. La ragazza si recò spesso in piazza Vittoria ad osservare gli affreschi di Lattanzio Gambara. Salutava la figura del vecchio dai capelli nivei e la lunga barba che guardava di sotto, con una mano tesa e il ragazzo con i capelli ricciuti, la bocca piccola e il naso sottile che allargava le braccia.


SARA TOMASONI, nata a Brescia nel 1989, inizia lo studio del pianoforte all’età di cinque anni e, dopo la maturità scientifica, si diploma nel 2009 presso il Conservatorio di Brescia. Interessata ad approfondire le sue conoscenze su vari fronti, si laurea prima in Fisica e poi in Matematica nel 2014 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha lavorato in progetti di ricerca ed è stata in seguito insegnante di matematica e fisica presso alcuni licei di Brescia e provincia. Attualmente continua a coltivare il suo amore per la musica e dal 2021 insegna matematica e scienze presso la Scuola Secondaria di Primo Grado di Rezzato. È da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda la storia, l’arte e la cultura del suo territorio.


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Venti racconti potenti e sorprendenti, selezionati tra i quasi duecento iscritti alla prima edizione del concorso “Brescia si racconta”, per altrettanti punti di vista inediti sulla nostra provincia. Tra confessioni intime che aprono squarci imprevisti e sguardi nuovi sui grandi traumi collettivi, tra visioni oniriche e frammenti di vite che oscillano tra la cronaca e la leggenda, venti storie a chilometro zero, vive e ruspanti, che usano il potere della letteratura per andare oltre gli stereotipi e per raccontare senza troppe sovrastrutture la nostra provincia e la comunità che la abita.

Racconti di (ordine alfabetico): Fabio Ballini, Maddalena Bazzani, Marta Bonisoli, Sveva Castrocaro, Maria Cerutti, Manuela Corsino, Ombretta Costanzo, Domenico Di Natale, Silvia Faini, Emanuele Galesi, Matteo Gilberti, Roberto Gregorio, Alessia Maghella, Daniela Martinotti, Stefano Morzenti, Stefano Novara, Michele Piccardi, Marcello Rizza, Giovanni Francesco Scalvini, Sara Tomasoni.

A cura di Brescia si legge Aps, progetto collettivo e aperto di promozione culturale dedicato ai libri che raccontano Brescia e la sua provincia e piattaforma al servizio della scena letteraria locale.

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