Il meglio di ‘Brescia si racconta’: “Hydra horride stabat” di Marcello Rizza
“Hydra horride stabat” di Marcello Rizza, che pubblichiamo in maniera integrale per gentile concessione dell’autore, è uno dei racconti finalisti della 1° edizione del concorso per racconti brevi “Brescia si racconta“. Il racconto fa parte dell’antologia omonima, curata da Brescia si legge ed edita da GAM Editore: una raccolta di venti storie che offrono sguardi inediti sulla provincia di Brescia, selezionate tra quasi duecento partecipanti. Le prime dieci classificate verranno pubblicate, una al mese, in una sezione dedicata del nostro sito.
Puoi acquistare l’antologia “Brescia si racconta” (GAM, 2025) presso la tua libreria di fiducia o sul sito dell’editore
HYDRA HORRIDE STABAT
di Marcello Rizza
“Qualmente tutte le persone di Bagolino abili a portar armi, debbano esser pronte con l’armi alla difesa della detta Terra. È statuito, che tutte, e cadauna persona della Terra adesso, e in perpetuo, abili a portar armi, siino tenuti ad obbedire li Consoli, e Consiglio, o altri che da loro fossero deputati di mantenere, difendere, e garantire a tutto loro potere la predetta Terra, e Territorio di Bagolino, sotto l’obbedienza, e fedeltà del suddetto Serenissimo Dominio di Venezia, ed alla giurisdizione della Magnif. Città di Brescia, in Civile, e Criminale, da ogni e qualunque persona del mondo contraddicente. E se qualcuno ricusasse di obbedir come di sopra, sia perpetuamente bandito, ed espulsato fuori di detta Terra, e tutti li beni suoi divenghino liberi del Comune come di sopra”.
Statuti della Comunità di Bagolino, Prima Parte, Cap. II, MDCCXCVI
E così, condannato dalle parole incise negli statuti della sua terra, Zanetti Battista si trovò espulso da quel mondo che aveva sempre conosciuto. L’ombra del bando lo seguiva fino alle rive del lago d’Idro.
Dalle montagne bagosse, gli umili volgevano lo sguardo verso le città lontane di Milano e Venezia, avvolte dalla leggenda. Dai pascoli alti del Gaver, Battista dominava con lo sguardo due laghi.
A sud, il Garda si stendeva verde e azzurro, vasto come un mare e ricco di promesse che accendevano i sogni. A nord, invece, si adagiava il piccolo lago d’Idro, cupo e severo, stretto tra montagne che concedevano al sole solo brevi apparizioni. Lui desiderava discendere verso il Garda, là dove l’acqua scintillava e i mercanti narravano di ricchezze lontane. Eppure, come sia finito sull’altro lago, piccolo e misero, è presto detto. Quando Battista si propose al Consiglio come guardiano notturno della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, lo fece con quella umile determinazione che gli era propria. Le sue mani, abituate al lavoro paziente della montagna, non conoscevano le armi, se non un piccolo coltello che aveva tagliato solo pane o corde. Ma proprio per quelle mani ruvide e forti, quel fisico che pareva forgiato dalle asperità, il Consiglio vide in lui un soldato. Gli intimarono di armarsi, di farsi difensore della terra come imponevano gli antichi statuti, parole scolpite nella pietra e nei cuori dei bagossi.
«Io? Prendere un’arma contro un uomo?» disse. «Non mi è dato. Il Signore stesso comanda di non uccidere.»
Quelle parole, meritevoli di compassione, accesero invece la collera.
«E la difesa della terra, non è forse un comandamento del cielo? Chi non è con noi, è contro di noi.»
La sentenza fu implacabile. Gli strapparono ogni cosa: le tre giovenche e la terra povera, aspra ma sua. E poi, tra le grida del popolo radunato, fu condotto ai confini dal versante opposto al Garda, quello che giungeva a Pian d’Oneda. La folla lo seguiva, non tanto per odio quanto per il vile bisogno di scaricare una colpa, di trovare un capro espiatorio nel paese ferito anni prima dall’incendio.
Alcuni gridavano: «È stato lui!»
Battista sopportava ogni ingiuria in silenzio. Il viso, pallido ma sereno, non tradiva paura né rancore. Quando giunsero al confine, volse un ultimo sguardo alle montagne e al cielo sopra Bagolino, carico di nubi. Poi proseguì verso un destino incerto, diretto al lago sbagliato, ma con la coscienza di chi è innocente. Giunto al villaggio, il foresto non passò inosservato. Un lugubre manto di sguardi torvi e indagatori, simili a quelli del mostro dalle sette teste che le antiche leggende volevano nelle profondità del vicino lago, calò su di lui. Il cappello di feltro che nascondeva il viso marchiato da cicatrici, un corpo asciutto sotto il mantello di lana logora, ai piedi gli sgalber di legno consumati ma solidi, scolpiti dalla povertà di mani sapienti: Battista trascinava con sé, insieme al fardello della propria vita, quello ancor più evidente di una terribile condanna. In una bisaccia teneva quel poco che aveva potuto salvare: della carne secca, il coltello smussato, due lacci e quattro archetti per ingannare qualche ignaro uccelletto. E una pietra liscia, levigata dal tempo, dono di una madre che gli aveva lasciato ben più amore che fortuna. Così, in quel silenzio rotto solo dal cigolio degli zoccoli, Battista avanzava tra i sussurri della gente, che già mormorava come il vento nei boschi.
Egli era sempre stato, a detta di molti, un figlio sbagliato; uno di quegli uomini che, vittime di una maledizione, imboccava sempre la via più impervia, quasi che la sofferenza fosse una strada predestinata. E tuttavia, egli non si arrese mai al destino, né alla malasorte. Tra gli sguardi diffidenti dei popolani ricominciò daccapo, contrastando la corrente con vigorose bracciate.
Fu grazie al buon cuore delle suore che, in cambio di piccoli lavori nel vicino convento, riuscì a superare quei primi, terribili mesi. Un pasto caldo, un giaciglio e un tetto… la madre superiora non aveva promesso nulla più che l’ospitalità nei mesi invernali. Ma Battista parlava poco e ascoltava molto: con un po’ di fortuna e qualche buon consiglio poté recuperare un barchino malandato, abbandonato nei pressi del lago, riportandolo a nuova vita. Non che amasse la pesca; anzi, quella vita gli pareva sorda e monotona, distante dal mondo aspro delle montagne che aveva conosciuto.
Ma la necessità sa piegare anche il cuore più ostinato.
I pesci del lago, del resto, ai popolani piacevano. Non erano tanto diversi da quelli di fiume: solo più pallidi, meno battaglieri, quasi pigri. Li cucinavano con cipolle lasciate fermentare fino a trasformarsi in un’acre poltiglia, cotte poi nel vino vecchio, ormai mutato in aceto. Un misero piatto, che però non dispiaceva ai palati e riempiva le pance. Battista si dedicò a questa nuova fatica, lontana dal mondo che conosceva, dal futuro sognato. Ogni remata sul lago era uno strattone doloroso sotto un giogo a cui non poteva sottrarsi. Quando un giorno conobbe Maria, la figlia del vecchio pescatore Pizzoni, credette che le amorevoli preghiere di una madre defunta fossero state accolte lassù. Cresciuta nella povertà, quella ragazza, accarezzata dal sole, conservava uno sguardo fiero. La sua austera bellezza, l’abilità nel lavoro e una innata modestia l’avevano resa desiderabile a tanti. Ma lei sembrava ignorare tutti, come se una vita di stenti l’avesse resa immune a ogni lusinga. Battista, uomo spezzato ma non vinto, attirò la sua attenzione quasi per caso. Forse fu nel giorno della fiera, quando Maria lo vide nell’atto di regalare dei pesci a un bambino scalzo. Bastò un gesto, uno sguardo; l’indomani si parlarono al molo, poi lungo il sentiero che portava a Vesta. Un fiume di parole che crebbe nel turbinio di una corrente irresistibile, forte come quella del Chiese. La loro unione venne consacrata da una piccola cerimonia, con pochi presenti e molti mormorii. La gente non lo perdonò. Lo straniero aveva strappato uno dei fiori più belli dai loro prati: il veleno inquinò gli animi. Persino Don Nicola, il parroco basso e rotondo che camminava curvo, nutriva un’ipocrita compassione per lui. Quando, pochi anni prima, aveva speso una buona parola con le suore, non avrebbe mai pensato che la sorte di quel disgraziato avrebbe potuto prendere una simile piega.
Intanto sul lago l’ombra dell’Idra, il mostro leggendario, avanzava come un oscuro presagio. Si raccontava che la creatura, una volta destata, soffiasse sulle acque, scuotendo il lago e seminando il caos. C’era chi sosteneva che l’allagamento del 1750, capace di far franare il Monte Scissa, non fosse stato altro che un suo capriccio. I più istruiti ridevano di tali superstizioni, attribuendo il disastro alla “piena millenaria”, un evento naturale inevitabile. Ma per i popolani, quei dottori erano ciechi: che ne sapevano loro delle antiche forze che governavano il lago?
«Non era una piena qualunque,» dicevano «era il mostro, arrabbiato con noi.» Ogni parola alimentava il sospetto, e ben presto l’inquietudine si trasformò in accuse.
Come un mulinello, Battista attirò quel rancore. Aveva sentito parlare del mostro, ma non comprese ciò che la gente pensava di lui finché un vecchio sulla via gli sussurrò: «Forse è la maledizione che hai portato tu!».
L’idea dell’Idra cominciò a insinuarsi nei suoi pensieri, germogliando come un seme maledetto, frutto della paura, del risentimento altrui. Ogni volta che remava nel buio, sotto un cielo senza stelle, la sensazione di essere osservato cresceva. Era solo una leggenda, ma il lago sembrava respirare, pulsare di un’energia sconosciuta. L’Idra esisteva davvero o chissà, il lago stava preparando un’altra piena millenaria per reclamare ciò che era suo…
Fu in una sera di inizio estate che Battista e Maria, insieme, la scorsero per la prima volta. La vecchia si aggirava lungo la riva del lago, avvolta in uno scialle nero malgrado il caldo, in cerca di qualcosa sulla riva. Maria, vedendola, si strinse al braccio del marito.
«Quella è la Berta,» disse piano, come temendo che un soffio di vento potesse portare le sue parole fino alla donna, «la chiamano “la Vecchia del Fosso”. Dicono che conosca segreti che nessuno dovrebbe sapere.»
Battista sbuffò: «Segreti? Se sapesse così tanto, non camminerebbe piegata in due come un salice vecchio.» Eppure, non riuscì a distogliere lo sguardo dalla figura inquietante. L’anziana aveva legato un mazzetto di erbe secche con un filo rosso, per poi immergerlo e agitarlo nell’acqua con gesti rituali.
Ma fu solo l’inizio. Nelle settimane seguenti, Battista cominciò a trovare strani oggetti nei pressi della loro casa: un nastro intrecciato con capelli e piume di corvo, dei sacchetti di stoffa nera con ossa di animale, persino una bambolina di stracci, infilzata con spilli. Maria meditava con crescente inquietudine.
«Sono segni di malocchio, Battista. Non possiamo ignorarli.»
Ma lui, testardo, prima li bruciava poi gettava la cenere nel lago, convinto che fossero solo scherzi di cattivo gusto. Tuttavia, cominciava a sentirsi inquieto e una notte, mentre rientrava carico di pescato, ebbe l’impressione di vedere qualcosa muoversi sotto la superficie dell’acqua. Non il riflesso delle stelle, né quello di un pesce: era qualcosa di enorme e sinistro. «L’Idra…» sussurrò lui, rabbrividendo.
Nel frattempo, la Vecchia del Fosso non smetteva di farsi vedere. Una volta attorno alla chiesa; un’altra, seduta ai margini del mercato con il cestino di erbe e amuleti. I paesani mormoravano, ma nessuno osava accusarla apertamente. Fu invece un uomo a parlarle: il fabbro, un tipo grosso e taciturno, che tempo addietro era stato rifiutato da Maria. Si fermò vicino alla vecchia, stringendo tra le mani un coltello appena acquistato. Le parlò sottovoce.
Ma i sortilegi della Vecchia, per quanto temuti, non ebbero alcun effetto. L’anno trascorse senza sventure e i due sposi sembravano più uniti che mai. Fu allora che il fabbro, esasperato, decise di rinunciare ai dubbi servigi della megera e di fare da sé.
La pioggia cadeva da giorni, un martellare incessante che sembrava voler scavare l’anima stessa della terra. Il lago d’Idro si era alzato come mai, le acque scure, a ridosso delle case vicine, sempre più gonfie e minacciose. Battista rientrò all’alba dalla pesca, esausto e inzuppato, con la cesta quasi vuota. L’acqua era troppo alta, i pesci si nascondevano nei punti più inaccessibili… persino remare era diventato un’impresa. Quando spinse la porta di casa, si accorse che qualcosa non andava: la stanza era vuota, avvolta da un silenzio surreale, rotto solo dal tintinnio della pioggia.
Chiamò Maria una, due, tre volte, poi il suo sguardo preoccupato cadde sul corpo riverso accanto al focolare. Il sangue scuro si mescolava alla cenere fredda, una macchia che sembrava urlare in quel silenzio. Maria era distesa, coi vestiti strappati e con segni di violenza disonesta sul volto e sulle gambe, accoltellata al petto, il viso sereno come se avesse trovato pace solo nel momento finale. Battista cadde in ginocchio, un grido strozzato che rimase intrappolato in gola.
Per giorni si prese cura del corpo della moglie, preparandolo con mani ferme. Ogni gesto era un atto di devozione: scelse il suo vestito migliore, le intrecciò le mani fredde con un rosario, vegliò accanto a lei parlando sottovoce, come fosse ancora lì. Il giorno del funerale, la chiesa di San Michele era gremita.
I paesani non avevano potuto ignorare la tragedia, molti erano stati costretti a restare in piedi. Mancava solo il fabbro: un’assenza che non passò inosservata. Battista non disse nulla, ma il dubbio gli si insinuò come un tarlo nella mente. Tornato a casa, stette alla finestra fino a notte fonda, osservando il lago che continuava a crescere: forse il respiro del mostro gonfiava le acque. Cosa avrebbe dato perché reclamasse anche lui. La notte del quarto giorno, la pioggia sembrava riversarsi dal cielo come una cascata senza fine. Battista uscì, avvolto dal mantello, il viso teso e lo sguardo fisso verso il lago la cui superficie, ormai priva di rive riconoscibili, si agitava come una creatura viva. La barca lo attendeva, traballante nel buio, legata con una corda ormai sommersa. Sciolse il nodo e si lasciò scivolare sull’acqua. Non era uscito per pescare. Mentre remava, pensò alle parole di sua madre: “Dio vede e provvede”. Le aveva udite per la prima volta quando, bambino, lei gli bendava la mano ferita. Ricordava soprattutto la fede che vi aveva sentito vibrare. Ma allora, perché il buon Dio non aveva mai provveduto a lui? Ora, nel mezzo di quelle acque furiose, quella fede gli sembrava più un’abitudine. Volle però credere per un’ultima volta e, alzando lo sguardo al cielo, mormorò:
«Se sei lì, prendimi ora. Non voglio più vedere domani.»
Le acque ribollirono sotto la pioggia sferzante. Il vento urlava furioso, e poi accadde l’imponderabile: una colonna d’acqua si innalzò di fronte a lui, sfidando ogni legge del lago e della quiete.
Per un istante eterno, gli sembrò che dietro quel muro liquido si agitassero forme impossibili: sette teste serpentine dagli occhi ardenti e fauci spalancate. Era l’Idra, o forse il lago stesso, che pareva animarsi per reclamare un tributo antico come le sue sponde. La barca si spezzò come un ramo secco e lui fu trascinato nell’abisso. Per la prima volta nella sua vita non lottò, lasciando fare al destino.
Ma il lago non lo volle. Battista si svegliò all’alba, dolorante eppure vivo, disteso sul greto del fiume Chiese. Osservò esausto l’acqua scorrere accanto a lui… la pioggia si era placata. Non c’era traccia dell’Idra o della barca: né il mostro, né la piena millenaria lo avevano reclamato. Era condannato a vivere. Barcollando si alzò e scorse Vobarno in lontananza, con i campanili e le case di pietra: Idro apparteneva al passato. La sua vita si apriva, ancora, in rivoli imprevisti.
Lentamente si avviò verso il futuro incerto ma, a metà cammino, fu sorpreso da un grido lontano, in cui riconobbe le voci delle due donne che lo avevano così amato:
«Dio vede…»
«…e provvede.»
MARCELLO RIZZA ha svolto per le Forze dell’Ordine attività di paracadutismo militare e ha comandato le Stazioni dei Carabinieri di Preseglie, Idro e Bagolino. È stato insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare. Laureato in Scienze Politiche e Giurisprudenza, ha collaborato con l’associazione culturale, rivista ed etichetta discografica “Misty Lane”. Alcuni suoi racconti appaiono all’interno di diverse antologie. Nel 2023 ha vinto il concorso letterario “Il Vento dei Calanchi” con l’opera “La Lettera nel Cassetto” e nel 2024 ha vinto il concorso letterario “Città di Cattolica” con l’opera “Chopin dei Chiari di Luna”.
Puoi trovare questo e altri 19 racconti scelti nell’antologia “Brescia si racconta”, a cura di Brescia si legge, edita da GAM Edizioni (2025). Richiedila nella tua libreria di fiducia (ISBN: 9791281717374) o acquistala online sul sito dell’editore.

Venti racconti potenti e sorprendenti, selezionati tra i quasi duecento iscritti alla prima edizione del concorso “Brescia si racconta”, per altrettanti punti di vista inediti sulla nostra provincia. Tra confessioni intime che aprono squarci imprevisti e sguardi nuovi sui grandi traumi collettivi, tra visioni oniriche e frammenti di vite che oscillano tra la cronaca e la leggenda, venti storie a chilometro zero, vive e ruspanti, che usano il potere della letteratura per andare oltre gli stereotipi e per raccontare senza troppe sovrastrutture la nostra provincia e la comunità che la abita.
Racconti di (ordine alfabetico): Fabio Ballini, Maddalena Bazzani, Marta Bonisoli, Sveva Castrocaro, Maria Cerutti, Manuela Corsino, Ombretta Costanzo, Domenico Di Natale, Silvia Faini, Emanuele Galesi, Matteo Gilberti, Roberto Gregorio, Alessia Maghella, Daniela Martinotti, Stefano Morzenti, Stefano Novara, Michele Piccardi, Marcello Rizza, Giovanni Francesco Scalvini, Sara Tomasoni.
A cura di Brescia si legge Aps, progetto collettivo e aperto di promozione culturale dedicato ai libri che raccontano Brescia e la sua provincia e piattaforma al servizio della scena letteraria locale.


