Gli argenti sacri del Museo Diocesano, preziose testimonianze del passato che diventano memoria collettiva

Un dettaglio del calice della Madonna di Valverde

(…) il ruolo del museo può rivelarsi fondamentale per la ricostruzione di una storia organica e sistematica dell’arte orafa bresciana, all’interno della quale attendono di essere inquadrati anche i significativi contributi di studio locali, dedicati ad alcuni suoi specifici aspetti. Forte di una tradizione plurisecolare, la produzione orafa di fatto costituì, a dispetto dell’oblio a cui è stata condannata, un’importante espressione della vocazione artistica della nostra città, nonché un potente motore della sua economia.

Renata Massa, Segni del sacro. Gli argenti del Museo Diocesano di Brescia, pag. 15

“Segni del sacro – Gli argenti del Museo Diocesano di Brescia” (SilvanaEditoriale, 2025) è un saggio che ci introduce nel mondo magico dell’oreficeria sacra. E’ bene innanzitutto ricordare in proposito che a partire dalla prima metà del XVI secolo il paratico degli orefici bresciano annoverava oltre trecento artigiani, che già nel 1483 avevano potuto chiamare il più importante artista dell’epoca, Vincenzo Foppa, per la realizzazione della pala d’altare della loro cappella presso la chiesa di Santa Maria del Carmine. 

Dalle importantissime botteghe orafe uscì un vero tesoro d’arte sacra, conservato nelle chiese locali, e per il quale, già dal 1988, la Diocesi di Brescia ha iniziato un sistematico lavoro di inventariazione. 

L’autrice ci offre un catalogo ragionato delle suppellettili liturgiche, il cui studio è spesso riservato ad un pubblico esclusivo di addetti ai lavori: il libro ha invece tutt’altra intenzione, cioè quella di avvicinare all’argomento anche chi non ha una preparazione tecnica specifica e per questo utilizza un linguaggio discorsivo, scientificamente ineccepibile ma alla portata di tutti.

Dopo un’esaustiva presentazione del lavoro, l’autrice illustra le opere pezzo per pezzo, raccontandone la provenienza, il gusto, i dettagli e le particolarità. Si tratta di ostensori, calici, croci d’altare, reliquiari e candelieri, per ognuno dei quali il lettore può apprezzare la manualità di chi li ha realizzati benché, a volte, compromessa da maldestri interventi di restauro. Tra questi, spicca per la preziosità dei materiali e la pregevole fattura il reliquario “Gambara”, dono del Vescovo cinquecentesco Umberto Gambara alla chiesa di Santa Maria delle Grazie. Renata Massa, storica dell’arte e docente della materia (che ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche sull’argomento) rileva come lo studio dell’arte orafa sia da un lato ancora piuttosto negletto e dall’altro reso difficoltoso dallo stato in cui si trovano gli oggetti sacri, che soffrono di pezzi danneggiati o mancanti oppure di manomissioni che ne hanno compromesso l’integrità. Un attento lavoro di ricerca ha consentito però all’autrice di riconoscere la punzonatura di alcune suppellettili così da poterle ricondurre alla bottega d’origine, quantomeno per quelle risalenti al Settecento.

Grazie ai punzoni sono così emersi i nomi dei più accreditati maestri dell’oreficeria bresciana settecentesca – Gerolamo Quadri, Ventura Rovetta, ..- ed è stata accertata la provenienza veneziana di alcuni pregevoli manufatti.

Renata Massa, op. cit., pag. 8

Emerge così il ruolo didattico e l’intendimento comunicativo degli oggetti sacri, volti ad enunciare il culto eucaristico e dei santi, base dell’ortodossia cattolica contro la dilagante “eresia” protestante.

A seguito dei nuovi orientamenti espressi nel dicembre 1963 dal Concilio Vaticano II, intere categorie di ciò che possiamo annoverare nel “patrimonio di cultura materiale” sono scomparse dall’uso liturgico e questo ha comportato la loro dispersione sul mercato antiquario.  Si tratta in particolare delle “Cartegloria” e delle “Paci”, la cui definizione è opportunamente illustrata nel ricco e chiaro glossario a corredo del saggio: le prime riportavano le parti invariabili della Messa in tre tabelle riccamente incorniciate e che costituivano parte del corredo dell’altare, mentre le seconde raffiguravano immagini sacre riportate su tavolette offerte al bacio dei fedeli prima della comunione, in segno di fraternità e riconciliazione. Al fine di evitarne l’inevitabile perdita, paci e cartegloria sono state raccolte e fatte confluire al patrimonio museale, nell’intento di attribuire al Museo il compito di ricostruire un mondo di valori spirituali espressi dalla fede religiosa e dalla ricerca della bellezza.

Questa breve presentazione della collezione museale rende conto solo in parte della sua effettiva varietà e ricchezza e suggerisce implicitamente le infinite direzioni di ricerca e di approfondimento interdisciplinare che il museo, finalmente dotato di un catalogo scientifico, può intraprendere per valorizzare il prezioso patrimonio comune di cui è depositario, ricucendone i legami col tessuto produttivo, culturale e religioso del territorio e le comunità di appartenenza, svolgendo così finalmente, con nuova consapevolezza e maggiore sistematicità, il ruolo culturale che gli compete.

Renata Massa, op. cit., pag. 14

A corredo del testo, oltre al Glossario citato in precedenza, è riportata una ricca bibliografia generale; ognuno degli oggetti sacri schedati è inoltre visibile nel dettaglio mediante accurate fotografie.


Titolo: Segni del sacro – Gli argenti del Museo Diocesano di Brescia
Autore: Renata Massa
Editore: SilvanaEditoriale (2025)

Genere: saggio
Pagine: 136
ISBN: 9788836662586

Candida Bertoli

È laureata in Giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto amministrativo comparato: la tesi di dottorato, sulla protezione dei beni culturali, è depositata all’Unesco, a Parigi. Adora leggere fin da quando era bambina e le sue passioni sono l’arte e la storia. Per anni ha gestito i volontari del FAI sia a livello cittadino che regionale e ama raccontare Brescia. La sua casa è piena di libri, in ogni spazio possibile e di ogni genere. Partecipa al Festival della Letteratura di Mantova da sempre, e nel 2019 le è stato conferito il premio di “Massimo esperto della storia del Festival”

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