Villachiara e i semi della ribellione: storia di un film e di un’epoca di lotte contadine nella bassa bresciana degli anni ’70

Un piccolo paese della campagna bresciana ha allestito il set, raccontato, collettivamente, la propria storia recente, le proprie origini, le grandi trasformazioni che hanno segnato il Novecento.

Gianluca Delbarba, I semi della ribellione nella terra di Villachiara, pag. 114

“Il mondo degli ultimi” di Gian Butturini è la sfida di un artista ecclettico che, alla fine degli anni Settanta, decide di raccontare in un film il mondo contadino e la sua gente. Al contempo, la pellicola è il frutto di un grande sforzo collettivo che coinvolse la popolazione di Villachiara, il paese della Bassa Bresciana che ospitò le riprese. Un’intera comunità si identificò nel progetto e mise a disposizione del regista energie, risorse e soprattutto un patrimonio di memorie condivise. Alla storia di questa impresa artistica, che fu anche politica e produttiva, è dedicato “I semi della ribellione nella terra di Villachiara” di Gianluca Delbarba, edito da GAM.

L’autore, manager pubblico e revisore dei conti, già presidente di Acque Bresciane, ha un forte legame con il territorio di Villachiara e con le vicende storiche del paese. Il lavoro dedicato a “Il mondo degli ultimi”, oggetto anche di una tesi di laurea, è il punto di arrivo di anni di ricerche. Per ripercorrere la genesi del film, Delbarba attinge a atti e documenti dell’epoca ma anche testimonianze dei protagonisti di allora che, a distanza di quarant’anni, ricordano l’impatto che il progetto ebbe nella comunità di Villachiara e cosa è rimasto dei semi di quell’epoca di ribellione nella società di oggi.

La nuova stagione del cinema italiano nacque in evidente contrapposizione alla tradizione cinematografica fascista dei cosiddetti “telefoni bianchi” e della volontà di rappresentare in maniera edulcorata un Paese forte, in crescita, ricco, felice e costruito intorno al modello di famiglia perfetta e intriso di opulenza e fiducia. Il nuovo cinema italiano non voleva invece nascondere nulla, e puntò sul potere dello sguardo: vedere e testimoniare, ridare così dignità morale e visibilità a un Paese povero ma vitale che guerra e fascismo avevano drammaticamente compromesso.

Gianluca Delbarba, I semi della ribellione nella terra di Villachiara, pag. 14

Il secondo dopoguerra è un momento di grande fermento culturale. Anche per il cinema italiano, la caduta del regime è un’occasione di rinascita. Dopo anni di agiografia fascista, registi come Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Luchino Visconti si concentrano sulla realtà e, in opere come Ladri di Biciclette, Paisà e Ossessione, fanno proprio lo sguardo degli ultimi. Il cosiddetto Neorealismo è la matrice del cinema “popolare”: descrivendo il quotidiano, restituisce la voglia di riscatto di un Paese prostrato che, dopo la dittatura, aspira a sconfiggere anche la miseria. “I semi della ribellione nella terra di Villachiara” inizia proprio con un excursus di quei film che, dalla fine degli anni Quaranta, hanno per protagonisti gli emarginati: dai contadini e mezzadri delle campagne a chi partiva per cercare fortuna in città, col rischio di ritrovare proprio nei grandi centri urbani del Nord gli stessi meccanismi di sfruttamento e ingiustizia.

Con “Il mondo degli ultimi”, Gian Butturini recupera quell’approccio. Nato a Brescia nel 1935, Butturini muove i primi passi da vetrinista per le drogherie Faita, per poi affermarsi come grafico con campagne pubblicitarie di rilevanza internazionale. Dopo un viaggio a Londra nel 1969, inizia a coltivare la passione per la fotografia. A catturarlo sono le divisioni di classe, l’emarginazione, la tossicodipendenza, ma anche la nascente cultura hippie e la Beat Generation. I suoi documentari dall’Ulster, da Cuba, dal Cile, dai paesi del Maghreb e dell’Africa subsahariana sono stati premiati in tutto il mondo.

L’idea di girare un film dedicato al mondo contadino nasce nel 1978, a margine di un convegno promosso dal Comune di Villachiara, dedicato alle lotte nell’alta padana nel 1949. Dai dialoghi con alcuni abitanti e forse anche dalla loro iniziale ritrosia a rievocare anni difficili e ferite ancora aperte, Butturini si convince della bontà del suo proposito. La pellicola può ricordare per temi e ambientazioni “L’albero degli zoccoli”, capolavoro di Ermanno Olmi del 1978, ma si distingue per una visione politica del tutto originale. Butturini immagina un film in cui i contadini possano riconoscersi, che non nasconda lo sfruttamento e la sottomissione e mostri i veri rapporti di forza all’interno delle cascine. Un’opera aderente al reale. E quindi politica.

In “I semi della ribellione nella terra di Villachiara”, Delbarba ricostruisce con cura il percorso che, da un’intuizione felice ma ostica da concretizzare, mobilita le energie di un intero paese. Per la popolazione di Villachiara, infatti, il film diventa un’opera collettiva in cui rispecchiarsi e ritrovare le ragioni della propria militanza.

Butturini intendeva realizzare un film che raccontasse una vicenda nella quale i contadini potessero riconoscersi come lui stesso illustrò: “Se vogliamo il film è anche un omaggio alla mia gente. Senza nulla di celebrativo, però. Recuperare i valori della civiltà contadina significa chiarire la loro natura subalterna. Una sottocultura che andava modificata, non distrutta come invece è avvenuto. Registro un genocidio culturale, ma non faccio vedere i contadini belli, buoni e puliti, i contadini erano sporchi, magri e anche brutti, erano però vivi, ed è così che li mostro”.

Gianluca Delbarba, I semi della ribellione nella terra di Villachiara, pag. 88

Nel secondo dopoguerra, Villachiara, comune rurale della Bassa Bresciana, fu luogo di rivendicazione e lotta per le classi contadine. Uno degli episodi più noti risale al 27 dicembre 1949, quando la cascina Martinenghe di proprietà della famiglia Palazzoli, venne occupata dai contadini. Da quel giorno, gli oltre cento salariati proclamarono l’autogestione, affidando la direzione dell’azienda al Consiglio di Cascina. La situazione si trascinò, tra tensioni e trattative, fino all’accordo firmato in Broletto il 29 marzo 1950, con il ritorno dei proprietari e la condanna a otto mesi di reclusione per i nove membri del Consiglio. Di li a poco, i fatti delle Martinenghe iniziarono ad alimentare racconti e ricordi. Non è quindi casuale l’entusiasmo che nel 1979 accompagna le fasi di preparazione e poi le riprese de “Il mondo degli ultimi”. Come sottolinea l’ex sindaco Arcangelo Riccardi in una delle testimonianze raccolte nel libro, “quelle occupazioni si erano fatte mito”. La popolazione fa a gara per recuperare oggetti, abiti e attrezzature che si rivelano indispensabili per allestire i set. E ovviamente per partecipare come comparse.

L’apporto della comunità di Villachiara si rivela indispensabile anche per coprire i costi. Il film esiste grazie alle sottoscrizioni popolari e ai contributi istituzionali di Comune e Provincia. Alcune testimonianze del libro rievocano i viaggi dei militanti locali alla sede bolognese del PCI, nella speranza di raccogliere i contributi promessi. Va ad aggiungersi, poi, l’incasso di tre concerti degli Inti-Illimani, gruppo cileno molto popolare all’epoca che realizzò anche la colonna sonora. Uno degli spettacoli si tenne proprio a Villachiara.

Per un paese di poco più di mille abitanti, fu un’impresa straordinaria. I numerosi documenti, le testimonianze e gli aneddoti di protagonisti dell’epoca restituiscono l’entusiasmo e l’unione d’intenti della popolazione, ma anche le difficoltà e le incertezze che si dovettero superare per raggiungere l’obiettivo.

Villachiara si strinse intorno alla troupe percependo come proprio un film che raccontasse la propria storia. I cittadini misero a disposizione le proprie case, attrezzi agricoli, indumenti e altri oggetti e facendo le comparse. In particolare vennero recuperati: biciclette, zoccoli, attrezzi agricoli, un traghetto degli anni Cinquanta usato in passato per la navigazione sul Po. In paese venne allestita anche la mensa, dove la cuoca Luigina (anche lei comparsa nel film) cucinava per tutti.

Gianluca Delbarba, I semi della ribellione nella terra di Villachiara, pag. 94

“I semi della ribellione nella terra di Villachiara” di Gianluca Delbarba è un racconto sulla memoria che non ha nulla di commemorativo. L’intento non è rievocare una pagina del passato e celebrarla ad uso e consumo del momento presente, come spesso accade per avvenimenti pur importanti legati alla storia locale. In ogni epoca c’è chi combatte per migliorare le proprie condizioni di vita e ogni passo in avanti vale anche per le generazioni future; il libro è un invito a prestare ascolto alle ragioni di chi lotta, in quella pienezza che forse solo il tempo aiuta a comprendere.

L’esperienza di Villachiara che, alle fine degli anni Settanta, si unisce per ricordare le proprie radici contadine diventa così l’occasione per riflettere sul valore della memoria e soprattutto sul senso ultimo di opporsi alle ingiustizie. I semi della ribellione, suggeriti fin dal titolo, sono parte delle nostre radici: riaffiorano dal mondo di ieri e, in forme diverse, germogliano in quello di oggi.


Titolo: I semi della ribellione nella terra di Villachiara. «Il mondo degli ultimi» di Gian Butturini e il racconto delle lotte contadine
Autore: Gianluca Delbarba
Editore: GAM
Anno: 2025

Genere: Saggio
Pagine: 132
EAN: 9791281717398

Il libro è segnalato nella mappa letteraria consultabile in www.mappaletteraria.it

Roberto Bonzi

Nasce nel 1978 a Nuvolento. Fin da piccolo, ama la scuola alla follia: trascorre metà della giornata a leggere e scrivere, l'altra a convincere i compagni di non essere un secchione. Dopo la laurea in "Discipline economiche e sociali" all'Università Bocconi, inizia ad occuparsi di comunicazione, di fiere e di congressi. Nel frattempo, dopo una parentesi come vicesindaco e assessore all’istruzione e cultura del suo paese natale, continua a leggere e scrivere (Come lontano da Irene, 2010; Remigio ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la matematica, 2015; Centro Fiera del Garda. Nascita e sviluppo di un polo fieristico per la Lombardia orientale, 2017) e a spiegare in giro cosa non è.

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