Quando Pasolini scoprì la grandezza di Romanino, svelando la poesia dietro l’arte pittorica: il Rinascimento “altro” di Romeo Seccamani
Letto e recensito da Rosanna Romele per Brescia si legge
…l’arte è genesi della creatività umana ma soprattutto è l’origine della rivelazione del sentire arcano, che anima l’emotività del pensiero intuitivo-immaginario.
Romeo Seccamani – Romanino e Pasolini
Cosa mai potrebbe accomunare uno dei massini rappresentanti della scuola pittorica bresciana cinquecentesca a uno dei più significativi intellettuali italiani del Novecento?
Con “Romanino e Pasolini. L’Altro Rinascimento” (La Quadra, 2024) Romeo Seccamani indaga i presupposti dell’affermarsi di una diversa espressione artistica, che interessa particolarmente l’Italia Settentrionale, tracciando un percorso che tra vicende artistiche e storiche conduce, lungo tutto il XV secolo, fino a Girolamo Romanino e al suo genio a lungo incompreso. Per arrivare a Pasolini si dovrà attendere un giorno di settembre del 1965…
Tutto ebbe inizio con Gentile da Fabriano
Il Rinascimento a Brescia assume la una sua forma embrionale con l’avvio del cantiere di Gentile da Fabriano al Broletto.
Gentile da Fabriano giunge a Brescia su invito di Pandolfo Malatesta e ci rimane dal 1414 al 1419. Dipinge per il Malatesta la Cappella di San Giorgio, scomparsa nel XVII secolo. Doveva trattarsi di un’opera veramente grandiosa, sontuosa, un tempietto di piccole dimensioni dove, all’apparato decorativo gotico si contrapponevano scene di grande naturalismo. Il tutto realizzato con pregiati pigmenti. L’opera, probabilmente la più alta espressione artistica di Gentile, era nota attraverso testimonianze dell’epoca. Nel 1985, durante i lavori di restauro, nel sottotetto di Palazzo Broletto, l’autore scopre alcuni brani di affreschi e riconosce immediatamente in essi la mano di Gentile da Fabriano.
Questo emozionante evento gli darà negli anni spunto di riflessione sulle origini dell’Umanesimo e Rinascimento a Brescia e in Lombardia, dove l’espressione artistica si manifesta con caratteristiche diverse dal Veneto e specialmente da Firenze il cui Rinascimento rimane paradigma assoluto di riferimento per la storia dell’arte.
Un Rinascimento “del nord” dai tratti unici e distintivi
Ecco allora l’Altro Rinascimento del libro di Seccamani. Quello non ufficiale, ma altrettanto importante, dettato da una sensibilità e un modo di percepire le realtà peculiari di Lombardia e Veneto. Una ricerca della verità, un naturalismo della forma e del colore ben distante dal classicismo reinterpretato dagli artisti del Rinascimento fiorentino. Con questi sentimenti Gentile mette in atto grandi cicli affrescati a Brescia e Venezia, purtroppo perduti. I pochi brandelli ritrovati nel Broletto dimostrano come la pittura di questo grande artista, per quanto ancora contenuta all’interno schemi tardo-gotici, andasse oltre, tutta tesa a una rinnovata percezione dell’Uomo e della realtà circostante eppure ricca di poetica.
Le idee che Gentile da Fabriano va sviluppando durante la sua permanenza nel Settentrione d’Italia incideranno fortemente sulla formazione dell’ambiente artistico lombardo e veneto. La cappella del Broletto, nel XVII Secolo, era ancora riconosciuta come la più importante opera d’arte bresciana. Nell’ambiente veneto grandi nomi si formarono alla scuola di Gentile: tra questi Bellini, Vivarini, Squarcione.
A Brescia, pochi anni dopo la realizzazione della Cappella del Broletto, nasce Vincenzo Foppa. E proprio nell’opera del Foppa Seccamani vede il capostipite del realismo umanistico lombardo, spunti e suggestioni mutuate dall’opera di Gentile. Né può ignorare l’opera di Leonardo a Milano, nella quale ravvede sentimenti ed emozioni simili a quelli espressi da Gentile. Da questi artisti l’autore traccia il filo conduttore che porterà alla pittura dei tre maestri bresciani. Filo conduttore costituito prevalentemente dalla mancata aderenza al classicismo che caratterizzava il Rinascimento fiorentino, nonché dalla sensibilità e attenzione alla società e all’ambiente naturale reinterpretati tramite la forma e il colore.
Il primo Cinquecento a Brescia e gli anni del Romanino
Sono gli anni dell’esordio dei bresciani: Savoldo, Romanino e Moretto. I tre recepiscono gli insegnamenti della pittura lombarda, ma catturano anche lo spirito di innovazione in corso. Sanno dare concretezza all’interpretazione poetica della realtà, mantenendo un certo distacco dal classicismo imperante. E’ proprio nei primi anni del Cinquecento che entra in scena Girolamo Romanino. Seccamani ipotizza che si sia formato alla scuola del Foppa, anche se non sappiamo molto dei suoi primi anni.
Osservando la sua opera appare evidente, nel secondo decennio del secolo, un cambio di rotta dell’artista, un ripensamento, forse influenzato anche dal traumatico Sacco di Brescia del 1512. L’autore pensa che se Romanino fosse rimasto nei ranghi del Secondo Rinascimento, del classicismo di stampo fiorentino, forse sarebbe stato celebrato come uno dei grandi artisti dell’epoca. Ma l’inquietudine di Romanino lo conduce su vie diverse, quelle che lo renderanno un convinto pittore anticlassico, libero di esprimersi in uno stile svincolato dalle regole estetiche e prospettiche.
Romanino intuisce che il classicismo, il manierismo, avrebbero condotto la sua arte lontano dal conoscere e rappresentare la condizione umana. Assume quindi una cifra stilistica assolutamente nuova. Assai significativo dell’alterità di Romanino rispetto alla pittura del tempo è il fatto che Vasari, nella sezione dei bresciani delle “Vite dei Pittori Italiani”, quasi lo ignori non comprendendone il valore.
Nell’arte di Romanino il gesto pittorico, il colore, la forma, tutto concorre nel trasmettere emozioni.
Egli quindi abbandona la tecnica di predisporre accurati progetti da eseguire correttamente nel disegno e nelle proporzioni, poiché sente che tutto ciò compromette il fine di imprimere nel segno e nel colore quel vero senso di moto, quel segnale quasi fonico, o mormorio di fondo, non solo dell’animo umano, ma dell’intero creato.
Romeo Seccamani – Romanino e Pasolini
In sostanza, il messaggio trasmesso dall’opera di Romanino è che la realtà umana non è la favola idealizzata rappresentata dalla pittura di maniera. Questo messaggio è troppo avanguardistico. Sarà necessario un lungo periodo di storicizzazione affinché se ne comprenda appieno il valore.
Dall’arte alla letteratura
Per non perdere di vista il singolare titolo del libro di Seccamani, arriviamo a un primo parallelismo fra la forma artistica di Romanino e l’omologa letteraria, che si colloca sempre nel XVI secolo con Teofilo Folengo. Definito il ribelle della parola, Folengo è colui che inventa una nuova lingua maccheronica in contrapposizione al classicismo del Bembo. Una forma letteraria che, da stravaganza accademica, divenne con lui espressione di una nuova e rispettabile lingua poetica. E’ forse questo legame ideale tra i due a indurre Giovanni Testori, in veste di critico d’arte e grande cantore del Romanino, a definirlo in pieno Novecento come pittore dialettale.
E siamo giunti finalmente al 7 settembre 1965, quando al Teatro Grande di Brescia si svolse una tavola rotonda dedicata alla prima mostra allora in corso su Girolamo Romanino. Si trattò senza dubbio di un evento memorabile per la storia dell’arte bresciana, a cui presenziarono i più noti intellettuali italiani dell’epoca: Renato Guttuso, Ernesto Balducci, Guido Piovene, Franco Russoli, Gian Alberto Dell’Acqua e Pier Paolo Pasolini. Gli interventi di Pasolini, che non conosceva Romanino e aveva appena percorso i luoghi della sua pittura in Valle Camonica e nel bresciano, lasciarono attonita la platea. Pasolini asserì di amare più Romanino di Tiziano. Tra gli intervenuti fu soltanto Pasolini a riconoscere la grandezza e il protendere al futuro di Romanino, il suo essere esponente non del Rinascimento italiano, bensì di un Rinascimento europeo in contrapposizione alla provincialità attribuitagli dagli altri.
L’intervento di Pasolini rimase inedito e viene finalmente pubblicato in appendice al testo di Seccamani. Si tratta di un intervento prezioso che dà un’interpretazione umanistica, non tecnicistica di Romanino e ci aiuta a guardare la sua opera come una poesia, un manifesto, con uno sguardo e un sentimento diversi.

Titolo: Romanino e Pasolini
Autore: Romeo Seccamani
Editore: La Quadra, 2024
Genere: Saggio
Pagine: 204
ISBN: 9788895251738
Incontrarci non è stato facile, ora non perdiamoci di vista! Iscriviti alla nostra newsletter per essere aggiornato su ciò che accade sulla “scena letteraria bresciana”


