Il meglio di ‘Brescia si racconta vol.2’: “Le lanterne del Carmine” di Stefano Morzenti


“Le lanterne del Carmine”

di Stefano Morzenti

Nel Carmine l’aria aveva un peso. Restava bassa, opprimente. Sapeva di vino rovesciato e ferro caldo.

Lasciati alle spalle i palazzi e le piazze illuminate dai lampioni a gas, la città si stringeva in un grumo di vicoli umidi. Le case si piegavano l’una sull’altra come vecchie comari, e dalle osterie filtravano voci impastate di bestemmie e canzoni stonate. Un ghetto di poveri, di donne sole, di famiglie arrivate dal contado con le mani vuote. Ma era anche un cuore pulsante: lì si lavorava il ferro, si vendeva il pane, si cucivano vestiti che sarebbero finiti addosso a chi disprezzava chi li aveva cuciti.

Giuditta camminava lenta, con il passo misurato di chi non vuole farsi notare. Lo scialle stretto sulle spalle ossute e, tra le dita, un sacchetto di erbe che odorava di salvia e menta secca. Una donna come tante, con le mani screpolate dalle erbe e dai ferri, conosciuta come guaritrice di piccoli mali.

Si fermò nel vicolo dove le luci del Comune non arrivavano. Una lanterna era già appesa, spenta, il vetro opaco, il gancio mangiato dalla ruggine. Lì, la settimana prima, una donna era stata violentata. Nessuno aveva fatto domande.

Giuditta posò la mano sul vetro.

Il freddo le salì nel palmo. Chiuse gli occhi. Il respiro le si fece corto. Non voleva. Non doveva.

Il calore le attraversò il braccio. La fiamma nacque dentro la lanterna senza scintilla, piena, viva. Il bagliore la sfiorò, piegandosi come per salutarla. Le parve di udire un bisbiglio, un filo di voce che non veniva da fuori ma da dentro il petto:

“Non abbassare la testa.”

Dietro di lei qualcuno si fermò. Un respiro trattenuto. Nessuna parola.

Giuditta ritrasse la mano. Il cuore le batteva forte, scomposto. Avrebbe potuto voltarsi. Spiegare. Non lo fece.

Si strinse ancora di più nello scialle e si allontanò.

…

Rosa uscì dall’officina con le mani annerite e la schiena curva.

Il padrone le aveva gridato addosso senza motivo e la vergogna le bruciava ancora sulle guance più della stanchezza. Camminava in fretta, stringendo il fagotto di panni sotto il braccio, mentre le voci degli uomini si spegnevano alle sue spalle.

Prese la via più corta, quella del vicolo accanto alla conceria. Lì l’aria puzzava di aceto e di morte, ma non le importava: voleva solo arrivare a casa.

«Stupida!» le aveva urlato. «Una come te serve solo a piegare la schiena.» Aveva alzato la mano come per schiaffeggiarla. «Se non reggi, tornatene al contado.» E lei si era piegata, come sempre.

Lasciò la via principale dove la luce tremolava, fiacca come una candela prossima a morire, e imboccò il vicolo di san Giovanni. D’improvviso, una chiazza calda sul muro.

Una lanterna pendeva da un gancio arrugginito. Non ricordava di averla mai vista. La luce era ferma, calda e non faceva fumo. Le illuminò le mani, screpolate e gonfie.

Le sembrò di udire un sussurro, appena un fiato. Forse era solo il vento tra le grondaie.

“Alza lo sguardo, non sei fatta per piegarti.” Guardò intorno. Nessuno. Solo il vicolo, l’acqua sporca, i muri scrostati. Allungò una mano. Il vetro era tiepido. Non bruciava. Un calore sottile le attraversò la pelle, e la fatica del giorno, l’offesa, la vergogna, tutto le parve scivolare via come fuliggine lavata dalla pioggia. Per un istante si sentì più di quello che le avevano insegnato a essere.

Tornò a casa con gli occhi lucidi e le mani ancora calde. Una vicina la fermò sulle scale. «Che t’è successo?» Rosa esitò. Poi disse: «Una luce.»

…

Il retrobottega del falegname puzzava di segatura umida e vino cattivo. Il pavimento era irregolare, macchiato di colla e di grasso. Una candela corta, infilata in una bottiglia rotta, creava ombre storte sulle pareti.

Erano in poche. Scialli tirati fin sotto il mento, mani intrecciate, schiene rigide. Donne che lavoravano al telaio, alla concia, per strada. Una vedova, una giovane prostituta con il rossetto sbavato, una mamma di sette figli. Rosa era lì, seduta sul bordo di una cassa.

Giuditta restò vicino al muro. Non parlava. Ascoltava.

Rosa si alzò in piedi. «Non era un sogno.» La voce le tremava appena. «La lanterna… mi ha fatto alzare la testa.»

Un mormorio attraversò la stanza. La lavandaia si fece il segno della croce. «E se fosse il demonio?»

Rosa scosse il capo. «No. Era come… come se qualcuno avesse acceso una cosa che avevo dentro.»

La prostituta fece un passo avanti. «Anche io ne ho vista una.» Si accarezzò la guancia livida e gonfia. «Fuori dal bordello. Un cliente voleva picchiarmi, ma la luce s’è accesa e… io ho urlato. Lui s’è fermato. Poi s’è voltato ed è andato via.»

Giuditta sentiva il peso di ogni parola sulle spalle. Le mani in grembo le bruciavano, come se avesse appena acceso una lanterna. Avrebbe potuto parlare, dire che era lei a chiamare le fiamme, che bastava la sua voce per accenderle, ma non lo fece.

Quando uscirono, una a una, la notte del Carmine sembrava diversa. Giuditta restò sola nel retrobottega, il rumore dei passi che si allontanava.

Riaccese la candela senza toccarla. La fiamma era piccola, ma sufficiente a darle il coraggio di continuare.

…

In officina l’aria era cambiata. Non l’odore, sempre olio, polvere e sudore, ma il modo in cui gli uomini guardavano. Il padrone non urlava più. Passava tra i telai con le mani dietro la schiena, il passo lento. Ogni tanto si fermava, osservava una di loro lavorare, borbottava solo.

Rosa sentiva gli sguardi sulla nuca. Le compagne tacevano. Le mani continuavano a lavorare, ma nessuna abbassava più la testa come prima.

All’uscita, due uomini in giacca scura aspettavano vicino al portone. Non lavoravano lì. Uno scarabocchiò qualcosa su un quaderno, l’altro sputò a terra.

«State attente» mormorò una filatrice. «Girano voci.»

Rosa imboccò il vicolo dei mulini. Il cielo era basso, gonfio di pioggia. Le ronde passavano sempre più spesso. Stivali puliti, bastoni nuovi. Cercavano qualcosa.

Una lanterna si accese sopra un vecchio portone. Una fiamma gentile, che pareva chiamarla per nome. Si voltò, e dietro di lei altre due donne si fermarono: Lucia, con le dita sporche d’inchiostro, e Caterina, la vedova che non sorrideva mai. La lanterna tremò appena, come un respiro.

Dalle ombre sbucarono due gendarmi, non di quelli del Carmine: cappelli buoni, mani senza calli.

«Qui non ci si raduna» ringhiò il caporale.

Con un colpo secco del bastone spaccò il vetro. La luce morì in un soffio.

Rosa fece un passo avanti e il manganello arrivò senza preavviso.

La colpì al braccio. Cadde in ginocchio con il fiato spezzato e un livido che si sarebbe fatto viola entro l’alba.

Le altre due si allontanarono con lo sguardo basso, in silenzio.

Un silenzio che bruciava più del colpo.

Il vicolo era tornato buio.

…

Nel Carmine le notizie correvano come topi nei muri. Giuditta le sentiva addosso mentre preparava le bende, mentre pestava le radici nel mortaio, mentre fingeva che tutto fosse ancora sotto controllo.

Prima furono passi nuovi, troppo regolari per essere di casa. Poi i bastoni, lucidi, battuti contro gli stivali. Gli uomini in divisa giravano tra i vicoli a ogni ora.

Dalla strada arrivò un colpo secco. Un vetro infranto. Una lanterna spenta, poi un’altra. Le luci morivano in fretta, senza gridare. Giuditta chiuse gli occhi. Ogni fiamma spenta le lasciava addosso una malinconia sottile, come quando si spegne una candela e resta nell’aria l’odore del fumo.

Bussarono alla porta. Colpi sordi dati con un manganello.

«Apri!»

L’ispettore aveva un cappotto scuro e la voce tagliente come vetro. Dietro di lui, quattro uomini.

«Giuditta Moretti» disse. «Guaritrice.»

Lei annuì. Non c’era motivo di negare.

Fece una smorfia. «Dicono che accendi luci.»

Giuditta abbassò lo sguardo e sentì dentro di sé un moto di stanchezza. Il lume sul tavolo si accese da solo. La fiamma salì, ferma.

Uno degli uomini fece un passo indietro.

L’ispettore serrò la bocca. «È abbastanza.»

La presero per le braccia e la trascinarono fuori. C’erano donne affacciate alle finestre: scialli scuri, volti tesi. Tra loro riconobbe Rosa, con gli occhi bassi e il corpo immobile.

«Lasciatela» gridò qualcuno. Un bastone colpì il muro. Silenzio.

Giuditta camminò senza voltarsi.

…

Rosa si svegliò prima dell’alba con il braccio che pulsava sotto la pelle tesa. Il livido era sceso verso il gomito, giallo ai bordi, viola al centro. Lo toccò piano. Non per farsi coraggio: per ricordare.

In strada il Carmine aveva un odore diverso. Fumo vecchio, pioggia trattenuta nei muri. Le botteghe erano ancora chiuse, ma dietro le imposte c’era movimento.

Rosa uscì con lo scialle sulle spalle e una lanterna vuota sotto il braccio. Il vetro era scheggiato, il gancio piegato. Non era sua. L’aveva trovata dietro la conceria, buttata tra gli stracci.

Nel vicolo ne vide un’altra. Poi un’altra ancora. Donne ferme, sparse, come indecise se restare o andarsene. Nessuna parlava. Le mani tenevano stoppini, candele, bottiglie sporche di cera. Gli sguardi scivolavano via.

La paura le salì dallo stomaco e le entrò in gola come polvere. Per un istante pregò che qualcun’altra si muovesse prima di lei. Esporsi voleva dire farsi vedere. E farsi vedere voleva dire farsi prendere.

Camminò fino a fermarsi sotto un arco basso, dove il muro trasudava acqua. Posò la lanterna per terra. Le dita tremavano, ma non tanto da non riuscire a fare il nodo allo stoppino.

Dietro di lei qualcuna fece un passo indietro. Un’altra donna si coprì la bocca, ma nessuna la fermò.

Accese.

La fiamma prese male e per un istante parve troppo debole. Rosa trattenne il respiro, poi il vetro si scaldò piano, come un fiato che prende forza. Capì che non doveva essere bella, solo visibile.

Un rumore di stivali arrivò dall’angolo della strada.  Due guardie, bastoni bassi, mani pronte.

«Spegnila!»

Rosa restò dov’era.

Il bastone colpì la lanterna. Il vetro si incrinò, ma non si ruppe.

Un’altra manganellata la colpì alla coscia. Le ginocchia cedettero. Si piegò ma non cadde.  Qualcuno urlò. Non lei.

Quando rialzò la testa, altre luci si stavano accendendo. Una alla volta.

Restò lì, con il fiato corto e la lanterna rotta in mano.

La guardia fece un passo indietro. Non per paura: per calcolo. Disse qualcosa al compagno, a bassa voce. I bastoni restarono abbassati.

Si mosse per prima. Non chiamò nessuno. Fece un passo, poi un altro, verso la strada larga che portava fuori dal Carmine. Sentì dietro di sé il rumore di altri passi che si aggiungevano, irregolari, come un corpo che impara a camminare dopo essere stato fermo troppo a lungo.

Le luci avanzavano basse, protette dai palmi. Qualcuna si spegneva, altre si accendevano. Nessuno parlava. Il rumore era quello dei vetri che tintinnavano, dei fiati corti, delle suole sul selciato umido.

Quando lasciarono i vicoli, l’aria cambiò. Più fredda. Più aperta. Brescia compariva a tratti: una finestra illuminata, un balcone con qualcuno che guardava e poi si ritraeva. Una donna fece il segno della croce. Un uomo scoppiò a ridere.

Rosa sentiva il cuore battere nelle tempie. Ogni passo la portava più lontano dal riparo dell’ombra.

Arrivarono in piazza Loggia che il cielo stava schiarendo appena, un grigio sottile sopra la pietra. Lo spazio si aprì davanti a loro. Le guardie ai lati si irrigidirono, ma nessuna diede l’ordine.

Rosa si fermò al centro. Posò la lanterna a terra. Le mani le bruciavano.

Le altre fecero lo stesso. Una dopo l’altra. Un cerchio storto di luce prese forma sulla pietra fredda.

…

La cella era ancora buia quando Giuditta si alzò. L’umidità colava lungo i muri e si raccoglieva negli angoli, dove la paglia marciva senza fare rumore. La schiena le tirava e le ginocchia rispondevano lente. Il pavimento era freddo, ruvido sotto i piedi nudi. Si avvicinò alla finestra alta, quella feritoia che dava più aria che luce.

Fuori, il cielo era un grigio sottile e uniforme.

Poi vide le luci.

Una processione giungeva dalla strada che portava verso la piazza. Lenta, scomposta. Donne in fila imperfetta, spalle chiuse negli scialli, passi corti. Le luci erano tenute basse, protette dalle mani. Qualcuna tremava, qualcuna si spegneva e tornava viva poco dopo.

Giuditta trattenne il respiro.

Riconobbe il modo di camminare prima ancora dei volti. Quel passo leggermente sbilenco, come chi porta addosso qualcosa che pesa ma non vuole mollare. Rosa era lì, in mezzo, una luce più opaca delle altre, ma costante.

Giuditta sentì il petto stringersi. Non era orgoglio. Era la fine di una tensione tenuta troppo a lungo. Come quando si posa un peso e le braccia continuano a tremare.

Le luci cambiarono entrando nella piazza. Si aprirono. Non più un filo, ma una macchia irregolare che respirava. Non cercavano ordine. Non ne avevano bisogno.

Giuditta alzò la mano. Il calore rispose, stanco ma presente. Per un istante la fiamma nacque nel palmo, piccola, instabile. Le scottò la pelle. Non la trattenne.

La lasciò andare.

Giuditta si sedette contro il muro. Il freddo tornò a farsi sentire, lento, definitivo. Le mani le rimasero vuote.

Guardò ancora una volta dalla finestra. Le luci resistevano, non tutte.

Chiuse gli occhi.

La luce, forse, poteva camminare da sola.


STEFANO MORZENTI, classe 1984, è nato e cresciuto nelle industriose e (poco) ridenti valli della provincia di Brescia e lavora da sempre nella cooperazione sociale. Divide il suo tempo tra l’ufficio, la pila di libri che cresce sul comodino e la scrittura, che per lui è un gioco serio. Non ha più scheletri nell’armadio perché tutto lo spazio è ormai occupato da una quantità imbarazzante di racconti iniziati e mai finiti. Alcuni sono stati pubblicati da Historica Edizioni, su “Metatron – Rivista di Letteratura del Fuori”, su “Inkroci” e nella prima edizione di “Brescia si racconta”. Nel tempo libero, quando non sta leggendo, scrivendo o fingendo di farlo, coltiva la curiosità e una forma avanzata di procrastinazione creativa, che consiste nel convincersi che ogni nuova esperienza (anche la più banale) potrebbe rivelarsi una miniera d’oro narrativa.

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