Il meglio di ‘Brescia si racconta’: “La notte” di Daniela Martinotti
“La notte” di Daniela Martinotti, che pubblichiamo in maniera integrale per gentile concessione dell’autrice, è uno dei racconti finalisti della 1° edizione del concorso per racconti brevi “Brescia si racconta“. Il racconto fa parte dell’antologia omonima, curata da Brescia si legge ed edita da GAM Editore: una raccolta di venti storie che offrono sguardi inediti sulla provincia di Brescia, selezionate tra quasi duecento partecipanti. Le prime dieci classificate verranno pubblicate, una al mese, in una sezione dedicata del nostro sito.
Puoi acquistare l’antologia “Brescia si racconta” (GAM, 2025) presso la tua libreria di fiducia o sul sito dell’editore
LA NOTTE
di Daniela Martinotti
Delia odiava il turno serale e dover star fuori di notte, lo aveva sempre odiato, ma non poteva evitarlo.
Lavorava da alcuni anni presso un ristorante della Contrada del Mangano a Brescia. All’inizio aveva detto ai colleghi che le risultava complicato fermarsi fino alla sera tardi perché viveva con la madre anziana: l’aveva descritta come una donna problematica, che non poteva lasciare da sola.
«Di giorno,» garantiva a tutti «ci sono i condomini che di tanto in tanto passano a controllarla quando io sono al lavoro, ma la sera…»
Poi, però, sua madre Attilia era morta e con lei se ne era andata l’unica scusa plausibile per evitare di dover attraversare la città sui mezzi pubblici durante le ore peggiori per una donna. Non si poteva permettere un’automobile neppure usata e portava addosso il peso della condizione femminile, con tutte le insicurezze e i rischi che essa comporta. Ci era abituata e fingeva con sé stessa che fosse la normalità. Quindici anni prima, nel quartiere Carmine, aveva subito un’aggressione: si era salvata da una fine terribile solo grazie all’improvvisa rissa di un gruppo di uomini fuori da un locale. Erano tutti ubriachi, ma erano tanti e il loro frastuono aveva spaventato il mostro, mandando all’aria i suoi piani. Niente denuncia in quell’occasione, Delia sapeva che non le sarebbe convenuto: era notte e andava in giro da sola, indossando una gonna corta. Immaginava cosa le avrebbero detto.
Incredibile a dirsi, da allora si trovava a benedire chiunque alzasse il gomito in un pub. Finché lo osservava a debita distanza, ovviamente, e sempre in pieno giorno. Il buio proprio non le piaceva.
Da ormai due anni, suo malgrado, aveva dovuto cedere alla turnazione sul lavoro.
«Bella! Non è che a noi piaccia fare il turno di sera e tornare a casa a notte fonda, ma si deve fare!» le aveva intimato una collega, una donna acida e incattivita dalla vita. Aveva convinto gli altri camerieri del ristorante che l’ultima arrivata non amava faticare e che cercava trattamenti di favore. Così Delia aveva stretto i denti e si era accollata i suoi quattro turni serali al mese. Una notte a settimana si sentiva nuovamente in pericolo e tornava a tremare dentro di sé, senza farlo trasparire all’esterno.
«La preda non deve mai palesarsi al suo predatore. Mai!» La madre glielo ripeteva sempre, per insegnarle a non manifestare i propri timori. Attilia sapeva di cosa parlava perché anche lei a suo tempo era stata preda e Delia le ricordava quell’aggressione ogni giorno per il solo fatto di esistere.
«Sei libera!» le disse la sua collega Ester stendendo l’ultima tovaglia sul tavolo. «È tutto pronto per domani. Dai, va’ a casa.»
“Libera?” pensò Delia. La sua croce iniziava proprio allora. «No, dai. Ti aiuto con l’ultimo tavolo. Apparecchiamo e poi vado» provò a insistere.
«Sciocca! Corri a casa che qui chiudiamo io e Lorenzo. È già molto tardi.»
Delia si infilò il cappotto con rassegnazione, sapeva che procrastinare non sarebbe servito a nulla, ma proprio non aveva voglia di chiudersi la porta alle spalle. Poi sarebbe stata là fuori da sola. Come sempre, del resto. Era la sua condanna.
“La vera conseguenza dell’essere vittima è convivere con la propria solitudine, oltre che con la paura” era stato per anni il monito di sua madre e Delia aveva sempre finto di non capire la triste realtà che la sua esistenza non era mai riuscita a riempire la solitudine dell’anziana.
Fece un respiro profondo, salutò Ester, lanciò un timido sorriso a Lorenzo e uscì. I due colleghi le piacevano, erano cortesi e disponibili, ma era inutile chieder loro un passaggio: abitavano tutti in zone opposte della città e a quell’ora nessuno aveva voglia di raddoppiare i tempi del rientro a casa. Ester una volta l’aveva accompagnata con la macchina, ma la donna viveva in una palazzina a Capriolo e Delia non voleva farla andare in direzione opposta per poi tornare indietro. Subiva le sue paure, ma non amava condividerle con gli altri. Appena fuori dal locale, arrivò in fondo a Via Mangano e svoltò in Corsetto Sant’Agata: la aspettava una lunga camminata per raggiungere la fermata Vittoria della metropolitana. Procedeva velocemente, ma senza far troppo rumore o attirare l’attenzione. Di chi?
Non c’era nessuno. Il silenzio si poteva tagliare a fette e l’umidità le penetrava nelle ossa tanto da farle male. Si concentrò sul rumore dei suoi passi ma non riusciva a sentirlo, era coperto da quello dei battiti del suo cuore.
“Arrivata a casa mi faccio una bella tisana…” Nella sua mente pensò a quale preferisse, se tiglio o finocchio. In realtà le odiava entrambe, ma Attilia le beveva sempre e continuare a comprarle le sembrava un giusto tributo. Era un altro dei suoi punti fermi, quelle cose che sapeva non avrebbe cambiato, nonostante il passare del tempo e il mutare delle situazioni: la posizione dei bicchieri nella vetrinetta del soggiorno, la sua solitudine e le tisane di mamma.
Avanzava svelta ma silenziosa come un’ombra. Non alzava gli occhi da terra, li teneva fissi sui piedi, come a non voler correre il rischio di incrociare lo sguardo di nessuno.
Sentì dei passi, uno scricchiolio e poi di nuovo altri passi. Il battito del cuore andò a mille e le gambe divennero molli.
“Tiglio o finocchio? Tiglio o finocchio?”
Poi un guaito di cane e una voce ruppero il silenzio: «Rocky, cazzo, piscia che non ne posso più!»
“Tiglio! Sì, stasera tiglio!” pensò, tirando un sospiro di sollievo e fingendo di non sentirsi sciocca per essersi allarmata solo per un cane con il suo padrone.
Arrivò in Piazza della Vittoria e alla vista della fermata della metropolitana tutto si rimescolò: ciò che prima sembrava l’approdo, il punto di arrivo dopo un tragitto esposta ai pericoli, ora diventava l’inizio di una nuova odissea. La metropolitana a quell’ora non era frequentata da gente raccomandabile, ma non aveva scelta. Si strinse ancora di più nel suo cappotto e scese le scale, facendo attenzione a non scivolare sui gradini umidi. Giunse ai treni in direzione Prealpino, il vagone era già lì. Salì con circospezione. C’era soltanto un uomo che, in fondo alla carrozza, parlava da solo urlando contro il governo e i politici. Delia scelse un sedile dal lato opposto, si sedette e si raggomitolò su sé stessa. Avrebbe voluto avere un’armatura, avrebbe voluto scomparire.
Avrebbe voluto essere a casa sua e non dover aver paura.
Le porte del vagone si chiusero andando a completare l’insulto scritto con uno spray verde scuro che la fermata aveva mutilato, poi il mezzo partì. Il silenzio della notte era vinto solo dal rumore sulle rotaie e dalle lamentele del barbone folle. Rimase con lo sguardo fisso sulle sue scarpe: le suole iniziavano a essere consumate, ma erano ancora comode. Se ai prossimi saldi avesse trovato una bella offerta le avrebbe sostituite. Pensò al magazzino all’ingrosso vicino a casa, in Via Crocifissa di Rosa.
Distava solo quindici minuti a piedi; c’era sempre molta scelta e poi era frequentato per lo più da famiglie e, quando ci andava, al ritorno a casa aveva la buffa sensazione di essere stata a una festa. Sapeva che non era così e un po’ si sentiva sciocca, ma le sembrava anche di essere meno sola.
Per altre tre fermate nel vagone restarono soltanto lei e il barbone che inveiva da solo, ma alla stazione successiva, Ospedale, salirono due uomini. Delia alzò appena lo sguardo.
“Mai alzare lo sguardo quando sei sola in metropolitana di notte!” La madre glielo ripeteva sempre. Delia odiava la metro, di qualunque linea e di qualunque colore. La sua esistenza era cominciata proprio su un vagone, di notte, perché la madre aveva avuto la sciocca idea di alzare lo sguardo.
“Mai alzare lo sguardo da sola in metropolitana di notte!”
I due uomini la fissarono. Delia riabbassò gli occhi ma poteva sentire il peso delle loro attenzioni. Sempre tenendo il volto rivolto in basso, cercò di ricordare se oltre al barbone avesse visto qualcun altro sul vagone accanto. Maledizione! Non riusciva a mettere a fuoco.
“Se sei in pericolo non girare convulsamente la testa in cerca di aiuto, perché loro capiranno che hai paura!” Delia immaginò la madre, quarant’anni prima, da sola, di notte su un vagone. La vide girare convulsamente la testa, il resto lo conosceva molto bene.
«Cosa fai qui tutta sola?» le chiese, canzonandola, uno dei due.
Delia non mosse neppure un muscolo. Sentiva il cuore andare da un’ascella all’altra, ma quanto poteva battere veloce?
«Oh! Stronza, dico a te! Cos’è, fai la preziosa?»
«La signora ti snobba!» disse sarcastico l’altro, scoppiando in una risata che la fece agghiacciare.
“Mai alzare lo sguardo da sola in metropolitana di notte!”
«Parlo con te!» le gridò l’uomo, proprio mentre si aprirono nuovamente le porte del vagone.
Entrarono tre ragazzi pieni di catene, Delia non li vedeva ma ne sentiva il rumore a ogni loro movimento. Capì che si erano avvicinati.
«Capo, hai da accendere?» chiese uno al tipo davanti a lei.
Fu un attimo, Delia scattò in piedi e sgusciò fuori dalle porte del vagone ancora aperte, appena in tempo prima che si richiudessero alle sue spalle. Si voltò e solo allora alzò la testa ed ebbe il coraggio di guardare negli occhi l’uomo che le aveva parlato. Lo fissò attraverso il vetro del vagone che stava già ripartendo. Da dietro l’insulto in verde scuro, lui le fece il dito medio e tirò fuori la lingua, ma la velocità che aumentava si portò via quell’immagine.
La donna restò ferma qualche secondo, cercando di regolarizzare il respiro, poi uscì dalla metropolitana e tornò in superficie. Era scesa a Europa, una fermata prima del dovuto, ora le sarebbe toccato camminare di più, ma l’adrenalina per lo scampato pericolo le faceva apparire la cosa di poca importanza. Appena fuori, percepì l’aria fredda sul viso, inspirò a pieni polmoni, ma l’euforia non durò molto, perché in cima alla scala si ritrovò persa nella notte, di nuovo sola, di nuovo esposta.
“Tiglio o finocchio?” riprese a pensare. “Avevo detto tiglio ma in fondo il finocchio è rilassante… magari…” Aveva ripreso a camminare, svelta, ma cercando di non fare rumore sull’asfalto.
Superò la rotonda di Via Branze e si incamminò per Viale Europa: non c’era anima viva. L’umidità che inizialmente le aveva dato una bella sferzata, ravvivandole i sensi, ora l’indeboliva passo dopo passo, facendola sentire un pulcino bagnato e vulnerabile. Di nuovo.
“Mi sa che forse stasera vado sul finocchio? Perché no?”
Si concentrò sul suo divano. Ancora mezzo chilometro e si sarebbe messa comoda. Avrebbe tolto le scarpe e si sarebbe raggomitolata sotto un plaid con la sua tazza fumante in mano. Avrebbe acceso la TV, ovviamente. Se di notte, sola per strada, cercava di scomparire e non far sentire la sua presenza, a casa, dopo aver chiuso bene la porta a doppia mandata, accendeva la televisione e si circondava di rumori per dimenticarsi di non appartenere a nessuno.
“Ma quasi quasi… appena a casa, dritta a letto!” pensò, fingendo tranquillità con sé stessa. “A chi interessa la tisana? Una bella dormita, ecco cosa ci vuole!”
Le gambe, seppur stanche per l’intera giornata di lavoro e ancora deboli per lo spavento, avrebbero voluto correre. Delia avrebbe voluto scappare via da lì, via dall’oscurità che l’avvolgeva togliendole il fiato. Odiava la notte, proprio come sua madre, ma ancora di più odiava quella sensazione di paura costante che continuava a fingere fosse una condizione normale, comune a tutte.
Finalmente raggiunse la rotonda a metà di Via Sorelle Agazzi, mancava poco a casa. Svoltò a sinistra in Via dello Stadio. Raggiunse con lo sguardo il piccolo cancello di casa a metà della via e si sentì meglio, ma a ogni passo la serratura della sua porta le sembrava più lontana.
“Manca poco” pensò.
Quella strada che di giorno le appariva gradevole, con i suoi piccoli cancelli che davano su ingressi dietro i quali lei immaginava famiglie serene, di notte la proiettava su uno dei set cinematografici di quei film che tanto odiava fin da piccola. Cacciò la mano destra nella borsa senza fermare il passo. Frugò tra il portafogli, i fazzoletti di carta e la spazzola. Poi sentì il freddo del piccolo mazzo di chiavi e lo estrasse mantenendo il ritmo della camminata. Il respiro di nuovo irregolare.
Infilò la chiave e la girò nella serratura. Scivolò dentro l’entrata del condominio come uno spettro e si richiuse il portone alle spalle, facendo scattare il serrame. Infilò il paletto e lo bloccò con il fermo.
Sentì le gambe ancora più molli di prima e per pochi secondi si appoggiò con la schiena al chiavistello ben serrato. Era di nuovo al buio, nell’ingresso del piccolo condominio, ma finalmente al sicuro e questa volta sorrise. “Tiglio” pensò. “Sì, stasera scelgo il tiglio!”
DANIELA MARTINOTTI è nata a Milano, vive a Crema, è sposata e ha due figli. È laureata in Lettere Classiche e in Scienze Storiche. Ha collaborato con l’Università degli Studi di Milano ed è docente di lettere presso il liceo della sua città. Ha pubblicato opere di divulgazione: un saggio storico, ”La Corte Imperiale a Roma” (2010) e, sulla rivista storica specialistica ”Insula Fulcheria”, l’articolo “La pratica della dote a Crema e nel Cremasco nel XV secolo, dagli atti del notaio Matteo Bravio il Vecchio” (2016). Ha collaborato alla stesura del volume “B. N. Zucchi, Diario (1710-1740)” per Sestante Edizioni (2019), curando parte della trascrizione dei testi originari e, ogni anno, tiene conferenze per l’UNI-Crema. Ha pubblicato il romanzo “Michelangelo e i due fuochi dell’ellisse” (Capponi Editore, 2025).
Puoi trovare questo e altri 19 racconti scelti nell’antologia “Brescia si racconta”, a cura di Brescia si legge, edita da GAM Edizioni (2025). Richiedila nella tua libreria di fiducia (ISBN: 9791281717374) o acquistala online sul sito dell’editore.

Venti racconti potenti e sorprendenti, selezionati tra i quasi duecento iscritti alla prima edizione del concorso “Brescia si racconta”, per altrettanti punti di vista inediti sulla nostra provincia. Tra confessioni intime che aprono squarci imprevisti e sguardi nuovi sui grandi traumi collettivi, tra visioni oniriche e frammenti di vite che oscillano tra la cronaca e la leggenda, venti storie a chilometro zero, vive e ruspanti, che usano il potere della letteratura per andare oltre gli stereotipi e per raccontare senza troppe sovrastrutture la nostra provincia e la comunità che la abita.
Racconti di (ordine alfabetico): Fabio Ballini, Maddalena Bazzani, Marta Bonisoli, Sveva Castrocaro, Maria Cerutti, Manuela Corsino, Ombretta Costanzo, Domenico Di Natale, Silvia Faini, Emanuele Galesi, Matteo Gilberti, Roberto Gregorio, Alessia Maghella, Daniela Martinotti, Stefano Morzenti, Stefano Novara, Michele Piccardi, Marcello Rizza, Giovanni Francesco Scalvini, Sara Tomasoni.
A cura di Brescia si legge Aps, progetto collettivo e aperto di promozione culturale dedicato ai libri che raccontano Brescia e la sua provincia e piattaforma al servizio della scena letteraria locale.


