“Il giardino dei fiori infelici”: una fiaba nera piena di povertà e violenza, nel potente romanzo gotico dello scrittore camuno Nicola Lucchi
Letto e recensito da Chiara Massini per Brescia si legge
Lo pensavano tutti che non avrei dovuto mettere al mondo quel figlio. Qualcuno, a volte, aveva perfino il coraggio di dirlo. “Affogalo nel torrente e seppelliscilo in giardino, se non altro farà bene ai fiori.”
Nicola Lucchi, Il giardino dei fiori infelici
Cresciamo nutriti dall’amore, dalle aspettative e dai valori di chi ci mette al mondo. Già nella pancia della donna che chiameremo madre respiriamo l’amore e le aspettative di chi ci ha dato la vita e quando vediamo per la prima volta la luce già qualcuno ha scritto una direzione per noi. Ma se è vero che il modo in cui nasciamo è determinato anche da quello che sentiamo attraverso lo strato di pelle sottile, da quello che nostra madre prova e sente all’esterno, cosa accade quando, insieme all’amore, arrivano paura, rifiuto e violenza?
Lucas viene concepito e nasce così, come un fiore alimentato da acqua inquinata, nella parte più remota del bosco in cui non arriva mai la luce del sole. Viene al mondo senza piangere, senza ridere, senza provare emozioni, o almeno, senza essere in grado di esternarle. Viene nutrito a paura dall’ombra del ciliegio che sta in giardino. È un protagonista atipico, non empatizza all’apparenza con nessuno, ma chi ha il coraggio di conoscere la sua storia non può che empatizzare con lui. Anche se è un pluriomicida.
Con Il giardino dei fiori infelici (NEO, 2026), vincitore del Premio Nazionale di Narrativa NEO Edizioni 2025, lo scrittore e sceneggiatore camuno Nicola Lucchi costruisce una storia di povertà e violenza che sfugge alle definizioni: thriller, gotico, horror e romanzo sociale convivono in un racconto cupo e profondamente umano. È la storia di un paese intero che non ha il coraggio di guardare in faccia le proprie responsabilità, che preferisce nascondere sotto il tappeto tutto ciò che considera diverso, che non si interroga sulle proprie colpe e non ammette di aver cresciuto tutti i suoi figli in modi diversi.
Una discesa agli inferi
Conosciamo Lucas il giorno in cui viene scortato a casa dai Carabinieri con l’accusa di omicidio. Mancano i corpi delle vittime e il movente e, proprio nel bosco in cui è cresciuto, le guardie sperano di trovare le risposte ai molti interrogativi che la sua confessione ha aperto. L’unica condizione imposta dal ragazzo è che ad accompagnarlo in quella che viene definita una via crucis ci sia Don Raffaele, un sacerdote che ha lasciato da tempo il paese e che ora non può tirarsi indietro dai propri doveri.
I due, come Dante e Virgilio, imboccano la strada della selva oscura e camminano fianco a fianco in quella che è a tutti gli effetti una discesa all’inferno. Un abisso di dolore che travolgerà tutti quanti. Anche se qui si ha l’impressione che il sacerdote non sia la guida che tutti si aspetterebbero, ma anzi, che sia il ragazzo a volerlo condurre lentamente alla fine della sua storia. Il bosco, luogo ameno per antonomasia, diventa un luogo asfissiante, claustrofobico, sinonimo di orrore. Quel giardino dei fiori infelici che ha nascosto per anni un segreto inconfessabile. E proprio i fiori diventano il filo conduttore dei sette capitoli che compongono il romanzo.
A narrarci la sua storia e quella della sua famiglia è la madre Olga, la “strega del villaggio”, chiamata così fin dal giorno in cui ha ammesso di parlare con i morti. È lei il vero cuore della storia: una donna emarginata fin dalla nascita, accusata della morte della madre e poi della nascita di un figlio considerato un mostro. Solo Olga conosce davvero Lucas e solo il suo amore sembra resistere all’orrore che li circonda.
È narratrice e spettatrice, ma in realtà è una personaggia principale. Lei sola conosce e ama Lucas la cui vita è già segnata, come quella della madre, prima ancora di venire al mondo. E nel raccontarci la sua storia, ci racconta quella di una comunità chiusa di metà ‘900 sperduta tra le montagne di quella che potrebbe essere la Valle Camonica, terra natia dell’autore, che non viene citata esplicitamente ma che è possibile scorgere in alcuni dettagli disseminati nel testo. Ma potremmo benissimo essere in qualsiasi luogo di confine, isolato tra i monti o in mezzo al deserto, un posto che alimenta quel dolore, quel rancore di cui si nutrono i protagonisti.
Una fiaba nera disturbante
“Il giardino dei fiori infelici” è sì un romanzo che parla di colpa ma non soltanto di quella del protagonista, che nemmeno per un attimo ha provato rimorso per quello che ha fatto – d’altronde lui non può provare emozioni. Qui parliamo di una colpa silenziosa, di omertà, di stare in silenzio diventando complici.
È una fiaba nera potente e silenziosa che ci urla in faccia tutto il suo dolore. È una storia di esclusione e di violenza, di orrore che nasce da altro orrore, di amore, in questo caso quello tra madre e figlio, che è l’unica forma d’amore che conosciamo nel libro, che può essere distorto.
È un romanzo disturbante, dove i dialoghi ti annientano e accompagnano fino alla consapevolezza finale: anche le vittime possono diventare carnefici.

Titolo: Il giardino dei fiori infelici
Autore: Nicola Lucchi
Editore: NEO, 2026
Genere: gotico, noir
Pagine: 180
ISBN: 9791280857408
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