Il meglio di ‘Brescia si racconta’: “Per un cestino di fragole” di Alessia Maghella
“Per un cestino di fragole” di Alessia Maghella, che pubblichiamo in maniera integrale per gentile concessione dell’autrice, è il racconto arrivato al terzo posto della 1° edizione del concorso per racconti brevi “Brescia si racconta“. Il racconto fa parte dell’antologia omonima, curata da Brescia si legge ed edita da GAM Editore: una raccolta di venti storie che offrono sguardi inediti sulla provincia di Brescia, selezionate tra quasi duecento partecipanti. Le prime dieci classificate verranno pubblicate, una al mese, in una sezione dedicata del nostro sito.
Puoi acquistare l’antologia “Brescia si racconta” (GAM, 2025) ordinandolo presso la tua libreria di fiducia o sul sito dell’editore
PER UN CESTINO DI FRAGOLE
di Alessia Maghella
A Liliana e a chi, nel lutto, sta ritrovando il proprio senso.
Entrate nel vostro salotto di casa, un luogo a voi caro e, con sguardo complessivo, osservate. Fidatevi di me, vi invito a sostare in silenzio in un ambiente in cui vi riconoscete. Vi siete mai resi conto di quanti oggetti, tra quelli dimenticati e quelli di contorno, abbelliscono il vostro rifugio? Ebbene, per quanto riguarda me, non sapevo nemmeno cosa vi fosse con precisione nella mia camera da letto, ma conoscevo il perché e il mio si chiamava Liliana.
Ho iniziato a rendermi conto della presenza scombinata di molte suppellettili, calendari e appunti che rintoccano l’ora della stanchezza, quella dell’assunzione dell’ennesima pastiglia contro i malanni del mio tempo, candele a olio fiammanti del mio pesante essere, ventagli rotti, centrini a uncinetto e porta pastiglie ricoperti di perline, solo da quando l’unico gestore di controllo della mia vita si era alzato in volo lasciando i comandi della mia solitudine in queste mani a manovrarne, l’ultima mia fase, l’atterraggio. Il divano letto sotto la finestra è una postazione perfetta dalla quale tutto, ora, è più comprensibile. Da qui, le roccaforti dei miei pregiudizi si sgretolano sotto la pesantezza del tempo, rotolano lungo i confini dei miei anni fino alla distesa della mia rassegnazione. I cannoni posti ai lati delle torrette sparano semi di papavero che, in cielo, diventano fiori rossi e bucano nuvole gonfie delle mie vecchie paure, ma leggere al refolo di vento profumato d’ortensia, l’unico che, ancora oggi, accetto come guida nel mio atterraggio.
Da questo divano letto respiro. Vedo e sento tutto ciò che non conveniva sapere a un uomo e a un padre acerbo, ma orgoglioso così come gli anni mi hanno voluto ricordare.
Ho novant’anni, ma il 13 ottobre ne compio novanta e uno; quell’uno in più di cui mi sento di non avere il diritto e che, per questo, pesa tanto quanto quel secchio d’acqua che mi crepò la schiena come la terra secca del campo adiacente a casa.
Era aprile e avevo appena vangato quel piccolo orto che curavo con passione. Lo volevo rendere gentile, ciò che non sono mai stato in grado di mostrare né a Liliana né ai miei figli. Liliana – l’avrete capito – era mia moglie e assieme abbiamo quattro figli, due maschi e due femmine, ora tutti maritati e con figli, i miei nipoti, uno più intraprendente dell’altro. Uno di questi porta il nome del nostro terzo figlio, Fabio, strappatoci dalla poliomielite nel 1962. In verità, non l’abbiamo mai veramente conosciuto, era piccolo e noi con lui. Io lavoravo tutto il giorno e Liliana, ventenne ma già madre consapevole che, nonostante la neve, il suo amore avrebbe cavalcato, più di ottanta chilometri al giorno nei campi pur di riportarlo a casa sulla sua bicicletta. Eravamo giovani, innamorati, ma consapevoli di essere tra quei poveri che la vita ha realizzato per volontà di credere in qualcosa, oltre le bombe, le violenze della guerra e la perdita, anche di sé stessi.
Quando la fotografia di Fabio mi scivola inaspettatamente tra le mani, tutto il mio amore di padre finisce in un cenno del capo. Amavo e amo i miei figli, li amavo al mare, sul piazzale del distributore di benzina a Brescia, precisamente in via Triumplina. Li amavo sempre, quando li forzavamo a trascorrere i pomeriggi d’estate a Fiesse, nella casa dei nonni, un vecchio fienile della mia famiglia. A Fiesse il tempo trova riposo all’ombra di vecchie querce e giovani frassini, i bambini giocano con l’acqua dei canali, lo starnazzo delle anatre, le biglie e assaporano le caramelle della drogheria de la Maria e, nei campi, la libertà. Forse questo ai miei tempi.
Non mi hanno insegnato a parlare né ascoltare o forse, per me, l’emotività è sempre stata impervia e troppo, troppo scomoda. Sia a Brescia che a Fiesse amavo i miei figli, ma davo la netta sensazione contraria, li osservavo dal fondo della tavola per intimorirli e intimare loro di finire la cena. Alcuni gustavano la minestra con appetito e altri, mi stuzzicavano reazioni tutt’altro che affettuose. In quelle occasioni tornavo l’uomo dall’animo zoppicante che fatica a reggere il passo delle pretese sfacciate della gioventù. Tornavo l’uomo che, all’età di quattro anni, doveva dividere un tuorlo d’uovo con cinque fratelli e la memoria cedeva al peso arrogante della fame. Non potevo capire il loro desiderio di cambiamento. «Il cibo non si butta e tel mangèt», così ribadivo la mia autorità di capo famiglia.
Lasciavo il compito di spegnere ogni battibecco al pugno sul tavolo e far cadere ogni petulante lamentela nella minestra.
Silenzio.
Lasciavo sciogliere le mie mancanze nel brodo bollente senza rendermi conto di negare loro il tempo per essere bambini. D’altronde, mi hanno conosciuto schivo, severo e, nella mia solitudine, autoritario. Mi chiedo se a un padre sia mai stato concesso di poter mostrare amore ai suoi figli. Come sempre sprofondo nelle mie non risposte. A Liliana, oltre ai miei perché, affidavo anche la mia impacciata nullità di padre. Non potevo reggere il confronto col suo amore per i figli, nemmeno dal mio metro e novanta. Sì, sono molto alto, ora ho i capelli bianchi ma ciò che non sono cambiate, se non per la pelle rugosa, sono le mie grandi mani che lavorano la terra da sempre. Per quello che mi riesce, cerco di curarla, ma ci riesco solo se si tratta di pomodori, peperoni, insalata e tantissime fragole.
«Liliana, t’ho purtat le maöle da l’órt!» Mentre le porgevo la solita ciotola rotta e sporca di terra, ricordo quanto orgoglio illuminava il suo sorriso. In casa, sentivo questo calore avvinghiarsi dal petto fino alla gola. Trovavo giovamento solo sedendomi su questo divano letto e, con sbuffo quasi scocciato, chiederle en bicèr d’acqua. Non ho mai capito come ci riuscisse, ma lei sapeva rendermi un uomo utile soprattutto quando le sue dita curiose coglievano la fragola più dolce.
Io le avevo seminate, annaffiate, pulite dall’insidia delle erbacce, sistemato la terra che i gatti, professionisti del dispetto, avevano scompigliato e riannaffiate. A lei spettava il resto, come sempre.
Le serviva in ciotoline di cristallo ereditate a sua volta dalla nonna, ma, a un uomo grezzo come la terra del mio orto, ciò non interessava. Le fragole si servono nel bicchiere di vetro, piccolo e leggermente sagomato come quelli a l’üsteria. Le ciotoline erano raffinate, come lo era lei che amava ostentare i suoi occhi verdi sotto boccoli mori pieni di arrogante bellezza. Risparmiava mesi per mostrare lo sfavillio di un abito nuovo in balera, i ventenni le cadevano ai piedi tranne uno, l’unico reale debole all’atto magico del suo tentativo di ammaliare. Io, un simil Alain Delon, meno famoso ma comunque conosciuto, ero un allegro ragazzotto illuso di poter vincere contro l’arma di conquista di massa degli anni Trenta.
Da quando posso dialogare con la dea della bellezza solo dalla sua fotografia, tutti gli abiti nuovi non brillano più e così ogni sera mi reco nell’orto e annaffio le fragole. Sosto nella speranza di essere sfiorato dal fruscio del rosso che risale fresco da sotto le foglie a cuore. Dolce ma soprattutto rosso, il suo rossetto come le mie fragole.
Col passare del tempo, il rosso rimase solo sul gilet che lavorava ai ferri nelle sere d’inverno ripetendo una vecchia preghiera in dialetto. Gli anni le cambiavano il volto, le grinze delle dita stringevano il dolore inferto dal tempo, ma le sue labbra sottili non tacevano mai un rimprovero. Non dimenticava lo scadenzare della semina a seconda delle fasi lunari. «Luna crescente, la piantela la va in tera» diceva, o forse il contrario. Ecco, queste cose le sapeva lei e io, come un pastore alla ricerca della retta via, seguivo fedelmente la mia stella.
Liliana sapeva conservare sottovuoto tutti i segreti, vasetti di conserva ricolmi di dolcezze natalizie sigillati in ricordi festosi, nelle sue parole trovavo il mio essere, nei suoi rimproveri il mio orientamento. A poco a poco la leucosi e un tumore non rilevato si accordarono con l’anzianità per rallentare le funzioni fisiologiche e portarmela via a poco a poco. Avrei voluto urlare la mia inettitudine alla vita e ricucire il tempo sgualcito.
Avevo imparato a osservare i cambiamenti in mia moglie e, una volta chiuso il vecchio uscio col chiavistello arrugginito, parlavamo fino all’ultimo scoppiettio del camino. Mi raccontava di cosa avrebbe desiderato per i figli e i nipoti, mi raccontava di ciò che lei sapeva non avrebbe mai vissuto. La ascoltavo, ma il penetrare delle sue parole mi incancreniva il petto di un amaro sapore che mi rendeva un involucro incapace di reagire, solo un soffio del suo respiro. Nella mia testa, la vita era una come mia moglie e lo saremmo stati per sempre. Annuivo, in assoluta devozione, i suoi comandi erano vele spiegate in un vento di incertezze e io, marinaio smarrito, mi lasciavo condurre. Non so esprimere i miei sentimenti e non ho mai detto ai miei figli che li amavo, pensavo di essere almeno in grado di proteggerli. Le mie figlie si precipitavano da noi e, a turni, rimanevano ad accudirci. Gabriella rimaneva qui per giorni, si occupava dell’igiene della madre, le visite mediche, i prelievi del sangue e la fisioterapia. Avevamo bisogno di un operatore che potesse prendersi cura di Liliana ormai inferma nel letto; lo stesso che divenne presto l’unico detentore di ricordi delle nostre notti giovani dove soffocavamo l’amorosa sbornia della sera precedente. Io mi ero trasferito sulla poltrona, anch’essa rossa, vicino al divano letto di Liliana per testimoniare i suoi desideri sempre più flebili ed essere l’uomo utile che mi rendeva ogni volta.
Mi sentivo in colpa e mi ritenevo colpevole delle afflizioni di mia figlia; d’altronde l’avevo tolta alla sua famiglia con un solo sguardo di supplica per aiutarmi. Pensavo che recitare la formula del “va tutto bene” potesse evitare di traslare sui miei figli una responsabilità che, in un certo verso, spettava a me, ma io, attore fallito, non sapevo come agire. Non volevo che Liliana venisse portata in casa di riposo e poi in hospice. Vedevo le fatiche e le mani delicate di mia figlia nel manovrare il corpo di sua madre che, seppur non senza imbarazzo, una figlia conosce anche dall’interno. Non sapevo come proteggerle e accusandomi ancora una volta, restavo in ascolto dei suoi sospiri sfalsati. Da questa parte, Liliana tirava la coperta verso di sé per proteggersi dal freddo che invade quando ci si allontana a poco a poco dalla vita, lasciandomi nudo dinnanzi alle mie paure.
L’indomani, come tutte le mattine, avrei finto di essere sordo per fare indigestione dei loro rimproveri per non essermi cambiato la camicia o per aver spazzato solo dove i miei occhi stanchi avevano la forza di arrivare. Avevo imparato a cucire su di me le richieste di attenzione di mia moglie e crearmi una coperta che mi avrebbe ridato tutto il suo calore. Mi fingevo sordo per stimolare la sua dolce impazienza ogni volta che doveva ripetere il mio nome affinché io le prestassi attenzione. Era la mia piccola strategia per scrivere il suono della sua voce sullo spartito ingiallito della mia memoria e intonarlo nei giorni di perdizione.
Da un metro e novanta si vedono tante cose e si impara a conoscere, come l’albero maestro di un peschereccio consunto, la direzione del vento. Vedevo Liliana spegnersi lentamente, le espressioni di dolore sfigurarle il volto che, un tempo, mi fece innamorare e mi rendevo complice delle sue allucinazioni. Mi chiedeva spesso di sua madre, morta decenni fa, o di quel bambino che vedeva accanto a me. Inventavo risposte che le alleviassero il tormento il cui dolore le ubriacava l’anima. Talvolta invocava il mio nome prima di accasciarsi dal dolore e farsi raccogliere, piccola, nelle mie grandi mani. Avrei tanto desiderato che queste mi avessero aiutato a sostenere le mura delle nostre speranze, invece, mi riducevo solo ad avvitare uno spruzzino e bagnare, come le mie lacrime, un terreno già sterile. «Me vo en de l’órt.» Chiudevo la porta e lasciavo la mia inettitudine giacere sulla poltrona rossa assieme al gilet che profumava di ortensia.
Aprii di nuovo quella porta nel febbraio 2020, le fragole erano gelate e l’orto era a riposo come, pensai, starà facendo Liliana in casa di riposo.
Entrambi dimenticati e appesi, io alla speranza e il gilet alla poltrona rossa. Come le fragole ghiacciate sotto le foglie a cuore, restavamo in attesa di una chiamata che potesse ravvivare il rosso del mio cuore e quello della sua lana. Udivo le mie figlie sfuriare per incomprensioni tra loro, le sentivo preoccuparsi per la madre che peggiorava e, in chiusura alla telefonata, percepivo lamentarsi di me, di quanto fossi sordo, della goccia di vino sulla tovaglia e della mia assenza nella loro vita, sempre e solo assorto dal mio orto e dalle mie fragole.
Io guardavo ardere il mio dolore nel fuoco e pensavo alla vita con Liliana, ai miei figli, al gilet, alla poltrona rossa e alla minestra che, stavolta, emanava solo caldi fumi di cura alla zucca. In una di quelle sere sedevo a capotavola e alla mia sinistra, Gabriella. Avrei voluto prenderle la mano, curava il mio spirito, ma questo lei non poteva sollevarlo. Stavo iniziando a vivere in assenza di Liliana o, forse, iniziavo a morire con lei. Ogni mattina percorrevo venti chilometri per poterla vedere alla finestra della RSA e lasciarmi sprofondare nelle sue parole. «Portem a Brésa, Giusepe!» Mi era solo concesso di onorarla dietro il vetro che si appannava al sussurro del suo desiderio di ritornare in città. Riconducendomi verso casa pensavo quanto adorassi sentirmi il brillante del suo abito e volteggiare con lei in balera, appeso ai suoi occhi godevo della nostra felice povertà di innamorati, ma oggi rimango un appannaggio sul vetro del confine.
Rimpiazzavo i divieti imposti alle visite in RSA con la televisione, non la ascoltavo, ma il volume alto copriva lo schiocco del rimprovero che, ripetutamente, mi ricordava di aver mancato al dovere di padre, di non aver protetto le mie figlie dal dolore e, alla fine, nemmeno mia moglie.
Liliana diceva che da questo divano letto si vede tutto, anche il tempo che ci rimane.
Dal 20 maggio 2022 mi dirigo verso il cimitero di Fiesse per rivedere il rosso sulle sue labbra nella fotografia che la ritrae sulla lapide orgogliosa e fiera del suo essere e resto in ascolto di un qualche segno nell’aria che possa parlarmi di lei.
«Papà, só che, ve a veder le maöle che bele.» Ecco mia figlia, Gabriella, è arrivata e io sorrido.
Mi chiamo Giuseppe, vedovo e ho ormai novantun anni. Ho imparato da poco a esprimere le mie emozioni e non mi fingo più sordo, lo sono diventato davvero. Nella mia vita, ho provato a essere un padre e un nonno, ma riesco solo a coltivare fragole.
Fuori è estate e il gilet non serve più, le fragole sono tutte rosse, ma sotto le due foglie a cuore più verdi, una è ancora gelata.
E voi? Siete ancora lì a osservare? È tempo di andare ora, ma non scordate mai il vostro perché.
ALESSIA MAGHELLA, ricercatrice di emozioni da narrare e appassionata organizzatrice di eventi internazionali, ha fatto della sua lotta contro i disturbi del panico la sua rinascita. Grazie alla scrittura, Alessia ritrova la forza di narrarsi e di offrire un sostegno a chi affronta le stesse sfide. E’ anche operatrice certificata di scrittura terapeutica e guida le persone verso la propria guarigione emotiva. Fondatrice del progetto nazionale “Reazioni a Parole”, promuove la scrittura come strumento di comunicazione col proprio Sé verso il riscatto personale. Grazie all’insegnamento della sua famiglia di maestri torrefattori, Alessia sa riconoscere nella grandezza dei piccoli gesti l’atto autentico verso il vero cambiamento.
Puoi trovare questo e altri 19 racconti scelti nell’antologia “Brescia si racconta”, a cura di Brescia si legge, edita da GAM Edizioni (2025). Richiedila nella tua libreria di fiducia (ISBN: 9791281717374) o acquistala online sul sito dell’editore.

Venti racconti potenti e sorprendenti, selezionati tra i quasi duecento iscritti alla prima edizione del concorso “Brescia si racconta”, per altrettanti punti di vista inediti sulla nostra provincia. Tra confessioni intime che aprono squarci imprevisti e sguardi nuovi sui grandi traumi collettivi, tra visioni oniriche e frammenti di vite che oscillano tra la cronaca e la leggenda, venti storie a chilometro zero, vive e ruspanti, che usano il potere della letteratura per andare oltre gli stereotipi e per raccontare senza troppe sovrastrutture la nostra provincia e la comunità che la abita.
Racconti di (ordine alfabetico): Fabio Ballini, Maddalena Bazzani, Marta Bonisoli, Sveva Castrocaro, Maria Cerutti, Manuela Corsino, Ombretta Costanzo, Domenico Di Natale, Silvia Faini, Emanuele Galesi, Matteo Gilberti, Roberto Gregorio, Alessia Maghella, Daniela Martinotti, Stefano Morzenti, Stefano Novara, Michele Piccardi, Marcello Rizza, Giovanni Francesco Scalvini, Sara Tomasoni.
A cura di Brescia si legge Aps, progetto collettivo e aperto di promozione culturale dedicato ai libri che raccontano Brescia e la sua provincia e piattaforma al servizio della scena letteraria locale.
