L’assassinio di uno storico dell’arte e la resa dei conti di un figlio nell’esordio noir di Giuseppe Fusari
Letto e recensito da Silvia Lorenzini per Brescia si legge
Non mi sono mai piaciuti i morti. Soprattutto quelli ammazzati. Quelli presi di sorpresa. Sui loro visi rimane un velo di sgomento. L’espressione irrigidita si stampa nel reticolo delle rughe. Dentro l’ultima contrazione involontaria. Nella sensazione di impotenza. Consuma l’istante. Lo brucia. Lo divora. Non ci sarà più un dopo. Il medico legale dice che non è possibile: il rilassamento annulla qualsiasi sforzo. È solo una mia impressione, dice. Ne vede così tanti da non farci più caso, penso.
(Giuseppe Fusari, I morti non mi sono mai piaciuti, pag.10)
A dire il vero, non so a chi possa piacere la vista di un morto ammazzato. Di sicuro in molte professioni può essere qualcosa a cui si fa l’abitudine. Ma questo non vale per certo per il commissario Alessandri, protagonista del primo romanzo di Giuseppe Fusari, “I morti non mi sono mai piaciuti” (Neri Pozza 2026), che non sembra riuscire a ignorare l’idea che quel “morto” (ogni “morto”) a cui si trova davanti ogni volta che è chiamato a indagare su un omicidio sia anche una persona, e non solo un “reperto” (come crudamente lo definisce il medico legale) da numerare e analizzare.
Forse perché il commissario Alessandri non è un poliziotto comune. Forse perché nella vita intendeva fare altro, o forse perché le circostanze che l’hanno portato ad abbracciare questa carriera risiedono nel tenace rifiuto di tutto quello che è stata la sua giovinezza, spezzata all’improvviso da un avvenimento traumatico. Ma ora, con l’assassinio di Riccardo Mazza, noto storico dell’arte, Alessandri si trova, contro la sua volontà, a doversi confrontare con il passato a cui ha sempre cercato di sfuggire, e che riemerge straziante poco alla volta, ricordo dopo ricordo.
Il mistero di un cadavere eccellente
Riccardo Mazza è uno storico dell’arte dall’intuito leggendario, uno di quei nomi che aprono le porte dei salotti buoni e delle grandi curatele. Il suo corpo viene ritrovato seduto contro un ippocastano, poche ore dopo l’inaugurazione della mostra che lui stesso ha curato: “Trenta capolavori ritrovati”. Ma chi potrebbe avere interesse a uccidere un uomo schivo, dedito interamente a una vita ritirata di studi e di ricerca? L’autopsia non offre risposte, anzi apre a prospettive sconcertanti: sulla pelle del cadavere è tatuata, ripetuta ossessivamente, una sola parola: “falso”. Non un gesto improvvisato, dunque, ma il risultato di un lavoro lungo, doloroso, costoso, protrattosi negli anni, con cui Mazza ha voluto incidersi sulla pelle un’idea che non lo abbandonava mai.
Ma come spiegarlo? E che relazione può avere questo con la morte di Mazza?
Un romanzo che racconta il mondo dell’arte
Giuseppe Fusari, sacerdote attivo nel bresciano, già direttore del Museo Diocesano di Brescia e attualmente docente presso l’Università Cattolica, nonché apprezzato autore di studi in ambito storico e artistico, esordisce come scrittore di narrativa raccontando ciò che ben conosce: il mondo dell’arte e di tutti coloro che, per professione, con l’opera d’arte lavorano quotidianamente. Antiquari, restauratori, curatori, mercanti, collezionisti. Vernissage, inaugurazioni, archivi, biblioteche. Attraverso lo sguardo di Alessandri veniamo a conoscere un mondo raffinato, colto, elegante, al cui interno però si muovono anche squali senza scrupoli, pronti a tutto pur di non restare nell’ombra, di mantenere la propria reputazione. Disposti anche a uccidere, se necessario, pur di mettere le mani su informazioni preziose, opere nascoste, pur di non svelare segreti che tali devono restare.
Il romanzo, vincitore della settima edizione del Premio Nazionale Neri Pozza, portava inizialmente un titolo differente, La regola dell’arte, che richiamava l’ispirazione di fondo del libro, poi sostituito con l’attuale, altrettanto evocativo, ma indiscutibilmente più incisivo.
Il dramma di un figlio dietro l’indagine di polizia
La narrazione franta, lo stile asciutto e paratattico, i frequenti e repentini cambi di prospettiva, l’alternanza continua di diversi piani temporali restituiscono al lettore un romanzo complesso, che non lascia mai riposare, ma che sollecita anzi ininterrottamente un coinvolgimento intellettuale. È soprattutto a livello emotivo, però, che il romanzo si rivela particolarmente difficile: un noir teso e duro che vuole scomodare mentre affascina, inquietare mentre intriga.
L’omicidio Mazza diviene nella vicenda, l’occasione – forse il pretesto – per aprire a un’indagine ben più complessa di quella poliziesca e sicuramente straziante : quella intima e drammatica del commissario Amedeo Alessandri, costretto dallo sviluppo degli eventi a fare i conti con qualcosa della sua vita che non ha mai risolto.
Fisico curato, palestrato, tatuato, Alessandri si direbbe un uomo allenato alla performance d’eccellenza, abituato a tenere tutto sotto controllo. Ma l’inchiesta rivela un inaspettato rapporto fra Riccardo Mazza e Roberto Alessandri, padre di Amedeo, apprezzato e raffinatissimo esperto d’arte, scomparso in tragiche circostanze. E il commissario Alessandri si trova, poco alla volta, ad affrontare i demoni che abitano in lui: l’amore e l’ammirazione verso un padre rispetto a cui non ci si è mai sentiti all’altezza, il tormento per una perdita inspiegabile, la sofferenza per non essere mai stato (ri)conosciuto da lui come uomo, per non essere riuscito a presentare all’inarrivabile Prof. Alessandri il commissario Amedeo.
Quanto vale la verità?
Alla fine, lo so anch’io, non si può arrivare in fondo. Però, alla fine: a cosa serve la verità? Ora. La giustizia. Almeno. Ma quanto vale la verità?
(Giuseppe Fusari, I morti non mi sono mai piaciuti, pag. 254)
Quanto vale davvero la verità, quando ormai non può più fare giustizia a nessuno? Soprattutto: quanto vale la verità, se non può restituire a nessuno la pace?
L’epilogo di una vicenda in cui il lieto fine è impossibile, come accade in genere nella realtà, consegna al lettore la sensazione di un giallo colto, che usa il genere per parlare d’altro: di eredità, di paternità, della differenza sottile tra ciò che vale e ciò che sembra valere. Chi ama i libri che non temono di porre domande, i gialli che non inseguono ritmi frenetici, ma scavano nei personaggi, troverà in questo esordio di Giuseppe Fusari un’opera prima di lunga esperienza.

Titolo: I morti non mi sono mai piaciuti
Autore: Giuseppe Fusari
Editore: Neri Pozza, 2026
Genere: noir
Pagine: 317
EAN: 9788854534919
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