L’epopea dimenticata dei pendolari della Val Padana nella riedizione del romanzo giovanile di Maria Corti
Letto e recensito da Silvia Lorenzini per Brescia si legge
L’è l’ora de ndà via/ me passa l’alegria”. Così ha inizio una delle canzoni che gli operai cantano nel buio delle mattine d’inverno sul treno delle 5.30. La canzone dice ancora: quando l’operaio morirà, andrà sotto terra, come se non ci fosse mai stato sopra, e sopra a restare sarà sempre lei, la stazione. Perciò lui “ ai figli in ricordo la lascerà”
Maria Corti, Cantare nel buio, pag. 37
Cantare nel buio è un piccolo miracolo letterario. Nato nel 1948, è un romanzo che ha faticato ad essere scritto, che è stato respinto dalla grande editoria e che solo nel 1991 è stato per la prima volta consegnato ai lettori grazie alla determinazione dell’autrice Maria Corti. Con la nuova edizione La Tartaruga del 2025 , la Corti (una delle più importanti filologhe e studiose di letteratura italiana del Novecento) torna ora a far sentire la propria voce, una voce capace di raccontare le vite marginali dei pendolari della linea Chiari-Milano con tutto il carico di dolore, di speranza e di sogni dell’Italia che cercava di rialzarsi dopo la guerra. E c’è da augurarsi che questa nuova edizione (ampiamente arricchita da un corredo critico che comprende alcune recensioni del 1991 e una preziosa postfazione di Benedetta Centovalli) possa segnare la definitiva affermazione di un’opera immeritatamente e frettolosamente dimenticata che andrebbe recuperata nella sua dimensione di autentica epopea degli “ultimi” della Val Padana.
Un romanzo nato tra le stanze di provincia
Il libro trae origine da un’ispirazione fortemente autobiografica.
Nell’immediato dopoguerra una giovane Maria Corti insegnava a Chiari e alloggiava in una stanza nelle vicinanze del passaggio a livello. Sotto la stanzetta al primo piano si trovava un deposito dove gli operai pendolari depositavano le biciclette prima di prendere il treno per Milano per poi riprenderle la sera quando pedalavano per quattro, cinque, sei chilometri, fino a casa. Anche Maria Corti in quegli anni viveva da pendolare, facendo la spola fra Chiari e l’Università Cattolica di Milano, nella cui biblioteca si recava quotidianamente per i suoi studi.
Nonostante l’intenso impegno lavorativo, Maria Corti trovò il tempo, e il desiderio, di cimentarsi nella scrittura creativa, pur fra mille dubbi sul fatto “se valga la pena” di pubblicare i propri scritti “siccome le lettere italiane sono già troppo cariche di autori minori”.
“Cantare nel buio” fu steso e rielaborato quasi contemporaneamente ad altri testi di tipo assai diverso (La masseria di S. Damiano, La leggenda di domani). Tutti libri destinati a restare nel cassetto per le perplessità della Corti, incerta sulla propria vocazione artistica e costretta a concentrare le proprie energie su obiettivi professionali più stringenti.
Una tormentata vicenda editoriale
Nel 1949, su segnalazione di Gianfranco Contini, il libro (con il titolo Il treno della pazienza) venne selezionato per il premio Libera Stampa di Lugano, ma, pur entrando nella rosa dei libri selezionati, non fu considerato fra i possibili vincitori.
Dopo una pubblicazione a tiratura limitata con l’editore Farfengo nel 1981, nel 1982 Maria Corti decise di sottoporre lo scritto all’attenzione di Italo Calvino, in vista di una possibile pubblicazione con Einaudi. Calvino, però, rifiutò il libro, pur riconoscendone i pregi, perché lo ritenne “datato”, sulla linea cioè di un’impostazione neo-realista, in un momento storico in cui, a suo parere, determinati temi e istanze erano già stati affrontati e superati.
Maria Corti rispose a Calvino in modo piuttosto piccato: “mi è parso che il mio libro documentasse un modo di fare realismo alquanto diverso dal neorealismo ufficiale (la tensione dei nuovi contadini-operai, barbari e insieme protesi verso il futuro, l’opera aperta in quanto il romanzo si chiude allo stesso punto in cui si è aperto […] il vero personaggio è il treno; il distacco deciso, anche stilistico, fra il soggetto dell’enunciazione e i soggetti degli enunciati)”.
La studiosa, quindi, ritirò la propria proposta e sottopose il romanzo, anni dopo, a Bompiani con cui il libro effettivamente uscì nel 1991 (ed è da ricordare anche un’edizione successiva del 1997, sempre per i tipi di Bompiani, corredata da un’introduzione di Stefano Agosti).
Nel frattempo, Maria Corti aveva già pubblicato nel 1962 L’ora di tutti, che costituisce di fatto il suo romanzo d’esordio, primo pubblicato rispetto ad altri scritti ben più antichi (quali appunto Il treno della pazienza) che trovarono solo successivamente la via della stampa.
Realismo poetico e corale
Il disegno bellissimo della fronte di Armida si perdeva nei capelli biondo-rame. Aveva dita lunghe e sottili come suo padre, che si muovevano indipendenti dalla vita di un’operaia, tese ad annunciare imprevedibili eventi. Quando saliva sul treno-operai gli uomini ne inghiottivano le occhiate come Brut della Franciacorta; Faustino se ne ubriacava.
Maria Corti, Cantare nel buio, pag. 34
Sono anni di grandi cambiamenti quelli che la Corti racconta. Conclusa la guerra, la gente ha sete di pace e di giustizia, qualsiasi cosa essa sia, vuoi la giustizia sociale, vuoi una più alta forma di Giustizia. La lezione del conflitto mondiale ha lasciato in tutti la convinzione che, se necessario, si deve lottare per realizzare i propri ideali, per quanto possano essere, e siano in molti casi, nulla più che “astratti furori” (come scrisse Vittorini) dietro a cui non esiste alcun disegno specifico.
Ma sono anche anni di povertà, di confusione, di sconcerto.
Nella coralità della vicenda, Maria Corti “sceglie” alcune storie di vita, raggrumate attorno a due famiglie contadine e ai loro patriarchi: la famiglia di Maso Metelli, coi suoi figli Faustino, Bortolo e Lento, e la famiglia di Giovita, con i figli Carletto, Veronica, Armida.
Il filo narrativo principale, intersecato da tutte le altre trame, è però quello che vede al centro la bella Armida, dai capelli ramati e dal fascino incantatore, protagonista della tragica storia di amore e morte che la lega a Faustino. Armida (che nella prima stesura del romanzo si chiamava in realtà Attilia, poi rinominata forse in ricordo dell’omonimo personaggio della maga seduttrice della Gerusalemme Liberata) incarna, come ben sintetizza la Centovalli “il sogno, la visione di un futuro migliore, la libertà di conquistarlo”, nei suoi comportamenti irregolari e ribelli, nella ricerca difficile di una sua strada per una felicità che non è destinata a trovare.
Il canto come memoria e resistenza
La narrazione alterna punti di vista e registri linguistici, costruendo una polifonia efficace e commovente. Il narratore esterno si focalizza, di volta in volta, sui vari personaggi, assumendone ora i toni riflessivi e pensosi, ora il ricorso a una lingua più immediata e idiomatica.
Nel complesso, l’attenzione alla realtà e alle questioni sociali si fonde con un sentimento pensoso e trasognato, come ben attesta, del resto, l’abbandono del più immediato titolo originario (Il treno della pazienza, con ovvio riferimento alla pazienza che viene anche oggi quotidianamente richiesta a qualsiasi pendolare nella speranzosa attesa di un treno puntuale) in favore di un titolo più evocativo-simbolico.
Il Cantare nel buio degli operai duranti i lunghi viaggi nelle mattine invernali riesce così a racchiudere in un’immagine la resilienza dolente e pacata dei pendolari. Il canto dà voce alla loro fatica e al senso di precarietà delle loro esistenze, ma racconta anche l’orgogliosa appartenenza a una comunità, il prepotente desiderio di futuro, l’inconsapevole ricerca di ciò che resta dei frammenti di vite spezzate, che in realtà non ci lasciano mai.
Per chi ama la letteratura che emoziona e fa pensare, Cantare nel buio è una lettura imperdibile. Trasportando il lettore in una dimensione ormai dimenticata (quella dell’Italia della fine degli anni Quaranta), le umili vite degli operai pendolari disegnano un epos, i cui protagonisti non sono gli Achille o i Rinaldo, ma gli “umiliati e offesi” della Val Padana, di cui ci vengono rivelati la grande dignità e l’eroico coraggio di patire e sognare.
Soprattutto, un romanzo intenso, struggente, poetico. E, se non vi fossero altri motivi, solo per questo andrebbe letto: per regalare a se stessi una scintilla di bellezza.

Titolo: Cantare nel buio
Autrice: Maria Corti
Editore: La nave di Teseo, collana La tartaruga, 2025
Genere: Narrativa
Pagine: 256
EAN: 9791281723061
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