“Architetture dipinte nel Seicento. Tommaso Sandrini e la scuola bresciana”, la prestigiosa monografia di Filippo Piazza edita da Morcelliana
Letto e recensito da Candida Bertoli
La prestigiosa monografia che presentiamo oggi si inserisce nella Collana degli Annali di Storia Bresciana curata dall’Ateneo di Brescia – Accademia di Scienze Lettere ed Arti – che giunge così alla sua nona pubblicazione.
L’autore del testo, e di molte tra le fotografie riprodotte, è Filippo Piazza, storico dell’arte presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Province di Cremona, Lodi e Mantova e docente di storia dell’arte moderna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. L’autore ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche e collaborazioni di diversa tipologia, tra cui ricordiamo la cura di mostre di rilievo nazionale e la partecipazione ad importanti comitati scientifici.
Il volume è il frutto della decennale rielaborazione della tesi di dottorato dell’autore, che nel tempo ha approfondito ulteriormente e integrato un argomento ancora poco conosciuto.
Di cosa si tratta? Il tema indagato, scarsamente noto al grande pubblico e poco studiato dai cultori della materia bresciani, è quello dell’architettura dipinta o pittura di prospettiva, per il quale sempre più frequentemente viene utilizzato il termine di “quadratura” ed in cui la tradizione bresciana ha rivestito un ruolo fondamentale a partire dal XVI secolo. L’obiettivo dell’autore è dunque quello di restituire un quadro d’insieme, quanto più completo possibile, dell’estesa produzione dei quadraturisti bresciani del Seicento e che ha lasciato testimonianze in Lombardia, in Veneto, in Trentino ed in Emilia Romagna.
Lo studio, accurato e particolareggiato, inizia a colmare una lacuna nella storia dell’arte, a cui successivi studi potranno apportare ulteriori contributi.
Il tema del saggio e la sua articolazione
Ma innanzitutto, cos’è una quadratura, un’architettura dipinta?
Probabilmente il termine risuona nella memoria di chi abbia partecipato ad una visita ad un palazzo sei – settecentesco; si tratta di quel genere di decorazione barocca, molto in auge nei secoli citati e successivamente abbandonato, con cui venivano affrescati i soffitti dei saloni: dipingendo colonne tortili, logge, palchi, cupole, gli artisti sembrava volessero sfondare la parete, dando alle sale maggior profondità e ariosità. Generalmente le decorazioni venivano realizzate da équipe di artisti abituati a collaborare tra loro, ognuno dei quali con una propria specializzazione, come vedremo. L’intervento dei decoratori portava a risultati estremamente scenografici, che ancora oggi, quando il nostro sguardo si immerge e si perde tra le luci e le ombre, ci stupiscono per la ricchezza delle pitture, lo sfarzo dei colori e la fantasia dei loro autori, manifestata nei minimi dettagli.
In questo contesto la scuola bresciana è stata particolarmente importante e ancora oggi sono numerose le opere che possiamo ammirare in città ma non solo.
Ma procediamo con ordine.
Il volume è articolato in tre capitoli: nel primo viene introdotto l’argomento, illustrando l’origine e le vicende della “quadratura” bresciana tra il XVI ed il XVII secolo e presentando i precursori del “quadraturismo” bresciano; in particolare, l’autore si sofferma sul percorso artistico di Cristoforo e Stefano Rosa e sulle loro collaborazioni al fianco di importanti architetti e pittori dell’epoca, come Girolamo Romanino o Jacopo Sansovino. Gli artisti sono dunque versatili, in grado di operare tra loro in sintonia. Siamo nella seconda metà del Cinquecento e in un documento riportato nel testo si specifica:
“…Quale dovesse essere il ruolo di Cristoforo, cui spettava l’esecuzione di “prospectivas”, distinguendolo da quello di Lattanzio Gambara, circoscritto alle sole figure. Una divisione dei compiti che prefigura la nascita del quadraturista come maestro specializzato esclusivamente nelle architetture dipinte.”
Filippo Piazza, pag. 19
A cavallo del secolo sono numerosi gli artisti, spesso rimasti anonimi, che si occuparono di “quadrature”, fornendo così un fil rouge che connette il XVI con il XVII secolo. E’ in questo contesto che emerge la figura di Tommaso Sandrini, la cui opera viene trattata approfonditamente nel secondo capitolo, ricostruendo le tappe della sua formazione:
“In oltre vent’anni di attività Sandrini mise a punto differenti soluzioni prospettiche e illusionistiche, in relazione alle caratteristiche dell’architettura reale. Alla base del suo approccio c’era sempre la volontà di dialogare con l’aspetto degli edifici, senza trasfigurarlo bensì valorizzandone alcuni elementi per ampliarne la percezione. Per raggiungere questi propositi Tommaso si sforzò di immaginare spazi verosimili e concretamente percorribili, secondo il principio riconducibile alla “sodezza” ravvisata da Malvasia a proposito dei quadraturisti emiliani del Seicento. Ciò non toglie che con il suo intervento, mai prevaricante, Sandrini riuscì a raggiungere esiti sorprendenti, al punto che, in alcuni contesti, fu chiamato a correggere, con l’ausilio della pittura, i difetti insiti nell’architettura: è quanto accaduto, per esempio, nella chiesa di San Domenico a Brescia, allorché gli fu chiesto (come si apprende da una lettera del 1627) di dipingere la volta per “remidiar” ad alcuni problemi della fabbrica. Il ruolo del quadraturista acquista così una rilevanza superiore a quella del semplice decoratore, attestandosi a un livello di parità con il pittore di figura e avvicinandosi a quello dell’architetto”.
Filippo Piazza, pag. 37

(Tommaso Sandrini, Volta della navata centrale (particolare), pittura murale. Brescia, chiesa dei Santi Faustino e Giovita.)
Il percorso artistico di Tommaso Sandrini
L’autore ci racconta il percorso artistico di Sandrini a partire dagli esordi del piccolo Tommaso, che all’età di undici anni viene avviato alla professione di intagliatore come garzone di bottega e lo segue poi nella sua maturazione, illustrando le numerose opere realizzate nel corso della sua pur breve vita, probabilmente recisa nel 1630 dalla peste sopraggiunta in città. Molte furono le collaborazioni frutto del sodalizio con Francesco Giugno, durato dal 1608 alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1629.
Ma come si realizzavano le quadrature? Si tratta di colonne, loggiati, palchi da cui si affacciano dame e paggi, ornamenti di ogni genere che devono rispettare le regole della prospettiva. I metodi utilizzabili erano essenzialmente due:
“Se il primo prevede calcoli e proiezioni matematiche, usando l’intersezione misurata dei raggi, il secondo, invece, scaturisce dall’applicazione di espedienti più immediati, che ammettono l’uso di uno specchio e di un modello ligneo. In questo secondo caso la finta architettura va riportata sullo specchio attraverso una graticula quadrettata, riferimento necessario per trasferire correttamente il disegno sul palco di un soffitto. Il modello ligneo consente perciò di restituire in scala l’effetto della prospettiva e, al tempo stesso, di valutare accuratamente la posizione “dei lumi, acciò che si possano vedere i sbattimenti delle ombre et i rilevi a suo luogo”.
Filippo Piazza, pag. 19
La peculiarità dell’intervento dell’artista, già di per sè complesso nella realizzazione dell’apparato illusionistico, è ancor più rilevante giacché gli consente di dissimulare i difetti di fabbrica dell’edificio. Lo stesso Sandrini, nelle sue annotazioni, ricordava che:
“felice memoria del molto reverendo padre Bora poi che desso era ben informato della grande imperfesione delle cantonate disuguali et altri luoghi difforme della chiesa di San Domenico di Brescia, che altro rimendio l’industria mia poteva remidiar a simil diffeto”.
Filippo Piazza, pag. 87
L’artista escogita espedienti utili ad armonizzare la decorazione di navate di misure imponenti: tra questi, evita di far convergere le linee di prospettiva in un solo centro sulla mediana della volta, bensì le conclude in una serie di punti che attenuano la distorsione ottica.
Un intervento delicatissimo, che Filippo Piazza ci racconta coinvolgendoci nella difficoltà della sua realizzazione, è stato quello della decorazione della cupola del Santuario della Beata Vergine della Ghiara a Reggio Emilia, in cui Sandrini si trovava di fronte alla sfida di trasferire la “quadratura” in uno spazio circolare, obbligandolo ad adottare strategie e soluzioni differenti rispetto a quelle impiegate nelle volte delle navate. L’esperienza maturata a Reggio Emilia sarà messa a frutto da Sandrini, in collaborazione con il fidato Giugno, nella realizzazione della cupola del transetto destro del Duomo Vecchio di Brescia poi purtroppo perduta.
“L’assetto di quest’ultima, “in cui due pennelli eccellenti gareggiano a renderla oggetto degno d’ammirazione” viene precisato da Averoldo, distinguendo gli interventi dei due pittori e ricordando che è “bravo l’uno nel far rilevare dalla superfizie i sassi, l’altro nel pinger le figure totalmente da esse staccate, e certamente è lavoro di gran pregio per una parte, e per l’altra.”
Filippo Piazza, pag. 108
La bellezza delle quadrature realizzate da Sandrini è testimoniata dal sontuoso apparato iconografico a corredo del volume, che comprende la riproduzione fotografica di refettori, navate di chiese, scaloni e saloni, alcuni dei quali purtroppo perduti. Moltissime sono anche le rappresentazioni dei disegni conservati negli archivi, di principale importanza quello del Museo del Louvre di Parigi, che l’autore ha documentato con grande pazienza e cura: si tratta di disegni fragilissimi, risalenti a quasi cinquecento anni fa e spesso di grandi dimensioni, in cui sono riportati studi di dettaglio o interi progetti.
Il volume si conclude con il terzo capitolo, in cui viene ampiamente illustrata l’attività di artisti comprimari, allievi ed epigoni: sono nomi importanti, come Ottavio Viviani che collabora con Jean Boulanger e Bernardino Gandino e ancora Pompeo Ghitti, Ottavio Amigoni, fino Pietro Antonio Sorisene, ultimo esponente di rilievo della tradizione quadraturistica bresciana.
Il racconto è frutto di approfondite ricerche svolte negli archivi e nelle biblioteche tra Brescia, Bergamo, Reggio Emilia, Venezia e altre numerose realtà mentre la corposa bibliografia consultata è riportata nelle intense note a piè di pagina.
Il volume è curato in ogni dettaglio e la lettura del testo è estremamente piacevole: complice la grande competenza dell’autore, il libro offre la possibilità di affacciarsi ad un mondo barocco realmente affascinante.
Ancora oggi, a distanza di secoli, non c’è chi non resti stupefatto alzando gli occhi a quei tentativi di sfondare i soffitti, di ampliare la prospettiva e allargare lo sguardo su paesaggi incantati ricchi di fiori, velluti, marmi e balaustre da cui si sporgono figure di nobili, di angeli, di putti capricciosi e paffuti, simboli di un mondo passato ma che tanto ci appartiene.

Tommaso Sandrini, Progetto per la quadratura della volta della cappella del Santissimo Sacramento nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia, penna e inchiostro bruno, acquarello, matita, 349 x 513 mm. Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, Cabinet des dessins, inv. (Reiset) 14927 (©GrandPalaisRmn [Musée du Louvre] / foto: Tony Querrec).

Titolo: Architetture dipinte nel Seicento. Tommaso Sandrini e la scuola bresciana
Autrice: Filippo Piazza
Editore: Editrice Morcelliana (collana Annali di storia bresciana), 2025
Genere: saggio
Pagine: 336
ISBN: 9788837240455
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