“Scarfòj”: il dialetto umile e potente nella raccolta poetica di Armando Azzini con prefazione di Elena Alberti Nulli

Letto e recensito da Erica Gazzoldi per Brescia si legge
El tep el pasa mia, lü ‘l sta
sènsa spiegàs, sènsa müzüra.
E noter ciancoi
a fabricà reloi che l’emprizuna
ghe nom a l’entreèrs compagn de brize
coi nòs recorcc
nömösta en po’ de sangh
n’amur, en qualch ensòme
che j.ötes a nasconder
la pora d’éser sui
enfina al dé del Grand Negot
che töt soporta.Il tempo non passa, lui sta / senza spiegarsi, senza misura.
Armando Azzini, Scarfòj, pagg. 48-49
In questi versi, tratti dalla poesia “La müzüra del tep”, c’è lo spirito riflessivo, concreto e disincantato di Armando Azzini, autore della raccolta di versi Scarfòj (Brescia, Liberedizioni, 2025). Essa comprende poesie in dialetto e in italiano, introdotte dalla prefazione di Elena Alberti Nulli e seguite dalla postfazione di Claudio Donneschi. La raccolta, a sua volta, è divisa in sei sezioni, ciascuna dedicata a un argomento.
Il titolo Scarfòj, col suo riferimento alle brattee del granoturco, rimanda a un universo umile e rurale, molto familiare a chi è legato alla provincia di Brescia. Fa pensare un poco anche agli Ossi di seppia montaliani: alla loro ricerca di concretezza, alla loro consapevole umiltà. La letteratura di Azzini si pone come “poesia del vero”, forse l’unica possibile quando ci si esprime in dialetto: un codice linguistico assai poco indulgente verso le astrazioni e le idealizzazioni.
Un artigiano della parola
La nota biografica che conclude la raccolta definisce Azzini “artigiano della parola”. Azzini, bibliotecario in pensione, vive a Rezzato ed è un artista versatile: compone versi, dipinge, scrive racconti e testi teatrali. Da più di trent’anni la sua vena letteraria, per cui ha ottenuto premi e riconoscimenti, si esprime sia in italiano che in dialetto bresciano
Il poeta ha collaborato con MalEdizioni, officina editoriale bresciana che pubblica fumetti e racconti. Lui stesso si è esibito in letture pubbliche di testi sia dialettali che italiani. Alcune sue poesie sono state musicate e sono entrate nei repertori di Piergiorgio Cinelli, Daniele Gozzetti, Paolo Milzani-Bressanova, nel quadro del progetto “Goi de cöntala” dell’Associazione Palcogiovani.
Una malinconia riflessione sull’esistenza ricca di echi letterari
Dè dé so surd, el so
go ‘l co che s.ciöma de rumùr
ma i pensér dela sera,
quarciàt zo j.öltem lüzur
de frèsa e de fadighe
j.empisa ‘n sercol blö
de lüna e ciacole,
de stèle löstre
sfronzade
söl tabàr negher dela nòt…Di giorno sono sordo, lo so / ho la testa che schiuma di rumore / ma i pensieri della sera, / coperti gli ultimi bagliori / di fretta e di fatiche / accendono un cerchio blu / di luna e chiacchiere, / di stelle brillanti
Armando Azzini, Scarfòj, pagg. 8-9
La prima sezione di Scarfòj reca nella traduzione italiana del titolo l’idea dei semi e delle menti. Contiene infatti riflessioni sulla fragilità dell’uomo, esposto al vento della vita, ma anche la forza delle sue parole e dei suoi pensieri, che possono arrivare lontano nel tempo e nello spazio. I versi del poeta sono somese che ula, sementi volanti, soprattutto quando arriva la sera. C’è qualcosa di vagamente foscoliano in questo amore per la quiete di fine giornata: forse, tutti i poeti hanno amato le ore che seguono il tramonto, così favorevoli all’ispirazione e alla riflessione. E riecheggia Pascoli, un altro grande amante della sera, in questi versi:
Poéti, umbrùs sènsa palànche
padrù del nigutì
mercancc de mél
come i pötèi.Poeti, ombrosi senza soldi, / padroni del piccolo nulla / mercanti di miele / come i bambini
Armando Azzini, Scarfòj, pag. 10
Il poeta è quindi un fanciullino, per la fragilità di ciò che sa offrire: la poesia, che è però dolce e nutriente a suo modo come il prodotto delle api.
L’amore di oggi e di sempre
In una raccolta poetica, sarebbe mai potuto mancare l’amore? È un tema così universale e conosciuto che non ha bisogno di altre parole per essere introdotto. Ma di quale amore parla Azzini? È fatto di ricordi ardenti, che rendono eterno il sentimento, piuttosto che affermarne la fugacità. Di sicuro, è una passione provata con tutta l’anima, ma che si rifiuta di negare il corpo: anzi, ne afferma il ruolo centrale, lo racconta senza falsi pudori.
El còrp l’è prüma.
Sènsa de lü
isé ‘ndat, domande
sarèsem encontracc
per pò parlàs, capìs
tra ‘nsèma chèsta vita?Il corpo è prima. / Senza di lui / mentre andiamo, domando / ci saremmo incontrati / per poi parlarci, capirci / mettere insieme questa vita?
Armando Azzini, Scarfòj, pagg. 37-38
Azzini osserva anche i mutamenti sociali nel modo di vivere l’amore e di comunicarlo. Le lettere sono state soppiantate da chat e messaggini; i fidanzamenti pudichi e le trattative matrimoniali sono stati sostituiti da una pluralità di modelli relazionali. Quello che non è mai cambiato è il bisogno di “cercare ostinati / ancora come una volta e sempre / qualcuno che voglia loro bene presi così / liberi nel proprio essere” (p. 46).
Delégua ‘n trèmarina l’öltem frèt
söta ‘l barbós del més de mars
e sa prepàra ‘l Sùl de aprìl
a regalà ‘n barlöm de primaéra…Scioglie in tremore l’ultimo freddo / sotto il mento del mese di marzo / e si prepara il Sole di aprile / a regalare un barlume di primavera…
Armando Azzini, Scarfòj, pag. 51
I graffi del tempo
Anche il tempo è un tema assai caro ad Azzini. Nella sua poesia, esso misura la vita umana, la rende caduca e invoglia a meditazioni malinconiche. Ma il tempo è anche ciò che ritorna e rinnova l’esistenza. Nel sole che illumina i passi su un sentiero di montagna, il poeta vede il Redentore; dopo la sensazione di essere vecchio, arrivano i profumi della vita, nella forma assai quotidiana degli odori di fuoco e salsicce. Al vanitoso specchiarsi nelle vetrine, si contrappone il riflesso del firmamento nelle pozzanghere: la bellezza umana è effimera, quella dell’universo eterna.
Il tempo è attesa di una carezza, quella non più ricevuta dopo gli anni dell’infanzia. È un tormento che non passa più, quando si è costretti a letto da una malattia incurabile. È la distanza tra il desiderio umano di vivere pienamente e i limiti fatali che la natura impone.
De pa öste sfurnàt j.è i dé
che a l’albe l’anima – celèsta miòla –
l’è ‘n scampanà de fèsta
e ‘l corp el léa, ch’en taste
menamà ‘l mistére
crocànt de grösta dóra
e ontéra farès föra ‘n d’en bucù
come la fomna che me dórma arènt
pèl de formét, sguanze de bofèta
ne j.öcc el pa co l’ua.Di pane appena sfornato sono i giorni / che all’alba l’anima – celeste mollica – / è uno scampanio di festa / e il corpo lievita, che ne assaggio / ad un tratto il mistero / croccante di crosta d’oro / e volentieri farei fuori in un boccone
Armando Azzini, Scarfòj, pagg. 64-65
Pane e vino: l’essenza del vivere
Pane e vino: due simboli così quotidiani, eppure tanto carichi di sacro, come la poesia dell’ “artigiano della parola”. Nella loro semplicità, sono l’essenza della vita. Devono essere gustosi e genuini, come i sentimenti che danno sapore all’esistenza. Anche i versi devono essere come loro: freschi, autentici, sostanziosi. Pane e vino, vita e poesia: quattro elementi che non si possono scindere.
Cél en Tèra: Cielo in Terra
L’è düra la Paròla al dé d’encö
préda d’amùr
sfronzada nei palàs de l’abondansaÈ dura la Parola al giorno d’oggi / pietra d’amore / scagliata nei palazzi dell’abbondanza…
Armando Azzini, Scarfòj, pag. 82
La parola come pietra d’amore
Il poeta è anche un profeta? Il legame tra profezia e poesia è antico almeno quanto il santuario apollineo di Delfi, se non di più. Azzini non è però incline ai riferimenti classicheggianti. Piuttosto, è consapevole di un fatto: chi compone versi lo fa per dire verità che non potrebbero essere dette altrimenti.
È la poesia, più d’ogni altra forma letteraria, ad aver conservato un intimismo, una gratuità, un’esigenza di autenticità che sfuggono alle esigenze prettamente commerciali dell’editoria. Viene da bisogni ancora più viscerali di quelli economici: liberarci da qualcosa che ci tormenta, confessare, urlare, piangere, ridere, chiedere e dare amore. La poesia è una “parola dura”, perché spesso rigettata o non compresa. Ma, se è dura come una pietra, è pur sempre una “pietra d’amore”.
Finché ci sono poeti che hanno voglia di scrivere, c’è al mondo il desiderio di vivere e intessere relazioni per il puro gusto di farlo. Questa parola gratuita è perciò anche la più sacra, quella che porta in terra il “cielo” della gioia di esistere: la stessa gioia che si prova davanti al presepio o durante i festeggiamenti per Anno Nuovo. Se l’uomo è effimero come il “Pitòto de nef”, il pupazzo di neve cantato da Azzini (pp. 88-89), il senso del suo “essere qui” è gustare la festa del momento presente.
Lampi e suoni: la produzione in italiano
Il respiro della Luna
è lenzuolo d’argento
pizzica gli amanti.
Illuminate lucciole, o lanterne
il ventre all’Universo
è nata l’ora
che la fiaba abbia inizioArmando Azzini, Scarfòj, pag. 99
Nell’ultima sezione di Scarfòj, troviamo le poesie di Azzini in italiano. Rispetto a quelle dialettali, si aprono più volentieri alla citazione: troviamo Giuseppe Ungaretti e Silvio Pellico in “Le mie sprigioni”, Salvatore Quasimodo in “Stagioni di posta” Non manca neppure quello che è un evidente inno d’amore alla poetessa Alda Merini.
Tornano però anche nelle poesie italiane alcuni temi caratteristici di quelle in vernacolo: la bellezza della campagna e della natura, le memorie, l’amore, il tempo. Azzini canta anche la passione per la pittura, una delle arti che pratica assiduamente.
Nel complesso, Scarfòj riflette una personalità colta ed eclettica, dotata delle passioni profonde che caratterizzano gli animi pensosi. In queste poche e dense pagine, troviamo una poesia dialettale che dimostra modernità, eleganza, capacità di trattare temi complessi. Un dialetto che sfida il presente e, forse, il futuro.

Titolo: Scarfòj
Autore: Armando Azzini
Editore: Liberedizioni, 2025
Genere: Poesia
Pagine: 113
ISBN: 979-12-55520-53-5
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