Il meglio di ‘Brescia si racconta’: “Il Capitano e il pescivendolo” di Michele Piccardi


IL CAPITANO E IL PESCIVENDOLO

di Michele Piccardi

Un metro e ottanta per centodieci centimetri, privo di cornice e perfettamente riflettente, nessuna traccia di sporco né tantomeno di insopportabili aloni. Il mio specchio a parete di eccellente fattura.

Ogni mattina, terminate le abluzioni, indossate mutande e canotta candide, confronto la mia immagine con il mio umore, con la mia anima e la mia apparenza. Oggi potrebbe essere una giornata ordinaria, ma la politica e i comunisti l’hanno trasformata in un superfluo anniversario straordinario; quindi alta uniforme, anche se ben altro avrei da fare che inseguire gli insopportabili sbandamenti dei civili. 

I baffi sono perfetti, verificati e allineati dal mio attendente. Il capello è corto al punto giusto e non vi sono anomali peli che talvolta sfuggono al controllo e fastidiosamente emergono dai padiglioni auricolari, come rampicanti imbizzarriti. Danno un senso di disordine.

E appunto ordine, un termine poco conosciuto, un sostantivo maschile poco rispettato.

Sono anni in cui l’osservanza delle norme e dei regolamenti viene quotidianamente infranta dalla feccia della società civile, e IO ho l’impegno morale e politico di raddrizzare la barca. Incivili, barbuti e mal vestiti, travestiti da rivoluzionari, intellettuali dalla pistola in tasca e i soldi in banca, professori e cattivi maestri da estirpare. Carne da galera, che oggi rivedrò in piazza, come ad ogni anniversario di questo giorno ordinario.

Ma torniamo allo specchio, devo essere impeccabile come sempre, niente fuori posto, tutto al giusto posto, servitore silente dello Stato con la Esse maiuscola, servitore di chi meglio si adatta al concetto di ordine e disciplina, sottotraccia ma visibile tra la nebbia di questa umida città. La camicia linda con otto bottoni in madreperla è stirata da mia moglie con il ferro pesante in acciaio, bollente, scivoloso al punto giusto, con un paio di colpi di appretto che aiutano la resa. La misura è perfetta, il collo si adatta ad accogliere la cravatta. La prelevo dal servo muto, la indosso e calzo i dischi nelle asole, stringo l’ultimo bottone vicino al pomo d’Adamo e chiudo i polsini con i gemelli di mio padre. 

Oggi divisa nera d’alta ordinanza in fresco lana, un prodotto esclusivo per gli ufficiali dell’Arma, molto elegante e simbolo di disciplina, professionalità ed eleganza. Speriamo che non faccia troppo caldo, questo maggio del 1979 si sta dimostrando troppo afoso anche secondo le previsioni del meteo dell’esercito e la stoffa talvolta mi frega, anche se io sono un uomo del sud, adatto al caldo e non al freddo umido di questa città di cattolici bigotti.

Le calze nere sono in filo di cotone e scivolano sui polpacci con piacere, elasticizzate al punto giusto per evitare l’imbarazzo della calata sul dorso del piede, come a quel Generale titubante incontrato a Roma, per fortuna rimosso dall’Ufficio e spostato ad altri incarichi. Una banderuola di cui non fidarsi mai. I pantaloni, perfettamente tenuti in piega, non creano problemi. Tengo sotto controllo il fisico, continuo con le arti marziali e la pancetta, nonostante i miei quarant’anni, non appare ancora. 

La cintura è solo un giusto orpello che separa sotto e sopra. Il sotto-sopra è sempre un argomento interessante a Brescia, vedi e non vedi, appari e sparisci, parli e ritratti, minacci e carezzi.

Girano troppi soldi e troppe armi nelle tre valli vicine e ci sono troppi operai comunisti che rompono i coglioni. E anche qualche idiota nero fuori controllo. Fuori dal mio controllo. Si credono invisibili, ma si intravedono nella foschia ed è facile abbatterli e il pallottoliere alla fine dei conti mi da sempre soddisfazione. Ogni volta i nodi vengono al pettine.

Giusto la cravatta e il nodo ora mi tocca, che ci stiamo avvicinando all’appuntamento. Le mie mani annodano la cravatta da quando sono piccolo, il brigadiere mio padre ci teneva alla mia eleganza. Ogni mattina verifica prima della scuola ed erano sberle se il disordine regnava sul mio corpo. Per non parlare della pulizia delle mani, ore e ore sotto l’acqua con lo spazzolino delle unghie. “Mani intonse debbano essere”, così recitava, come un mantra, ogni settimana. Tra i palmi la seta nera scivola, ma il pollice e l’indice della destra guidano gli omologhi opposti della sinistra, un balletto armonico et voilà, il nodo è fatto. Una piccola tirata, raddrizzo di un millimetro a destra e la soddisfazione si riflette sul vetro smerigliato. Ora le lucidissime scarpe, da verificare che il piantone le abbia strofinate per bene che non mi sembra particolarmente sveglio. Noooooo, un’ala di mosca sul puntale, mi rovina l’umore. Che ci fa un’ala di mosca? Non perdono le ali le mosche, che ce l’abbia messa qualcuno di proposito. Un messaggio, una minaccia. Macché, un soffio e se ne va per terra, sul pavimento di graniglia rosso barolo della mia camera. Ieri non sono tornato a casa ed ho dormito in caserma, nelle tre camere riservate a me e ai miei Riservati Servizi. Ora la giacca, stupenda, nera con gli alamari di seta d’argento a foglia d’acanto, palma, branca e nappo sui baveri, il grado sulle spalline e i nastrini con le decorazioni ufficiali sul petto, che non tutto si può mostrare e se lo si mostrerà dovrà sicuramente passare questa buriana.

Il telefono squilla, il maresciallo mi chiama, l’ora è giunta.

Indosso il cappello con la granata dorata a tredici punte, guanti neri aderenti, fazzoletto candido nella tasca destra, un piccolo coltello a serramanico nella sinistra. Scendiamo al piano terra, mi consigliano di raggiungere la piazza con la vettura di servizio, ma preferisco la breve camminata nel centro storico, per raggiungere la piazza della strage. Piazza della Loggia.

Voglio che mi vedano, che mi temano, che mi credano visibile nell’invisibile. Non sono né alto né basso, né bello né brutto, né gobbo né dritto. Sono il Capitano, mi conoscono e mi temono.

I rossi oggi saranno in gran spolvero, i neri rinchiusi in casa e nei Palazzi. Bandiere, corone di fiori, striscioni e la solita sfilata di politici da quattro soldi, alcuni amici e altri nemici. Ma li conosco, non li temo. Duemila e duecento battiti di tacco dalla caserma a Piazza della Loggia. La città storica su questo lato è silenziosa, solo il suono della ritmica marcia con i miei fedeli marescialli un passo indietro, pronti a tutto. I palazzi dei nobili sono ai piedi del Castello, un poco decaduti, ma i portali in pietra sono ben decorati e spesso la facciata degradata non corrisponde agli interni intriganti. 

Mai fidarsi dell’apparenza. I capelloni si ritrovano dalla parte opposta di Brescia, dalle parti del Carmine, e anche oggi faranno la loro parte, prima a fare a botte con il servizio d’ordine del sindacato e poi alla ricerca di qualche inutile e inconcludente azione, prima di prendere l’ennesima scarica di botte dai miei colleghi. Una vita noiosa, ripetendo sempre lo stesso teatro, ma tra poco l’ordine ritornerà e avranno terminato di fare la rivoluzione. Sappiamo tutto di tutti, tra poco le reti verranno tirate a bordo.

“Capitano lei pensa troppo, e la sua immaginazione può abbagliarla”.

Un attimo di esitazione, i passi rallentano, il maresciallo alla mia destra mi guarda attento, quello alla sinistra poggia la mano sulla fondina. Un segno della mano guantata per tranquillizzarlo e ricomincio la camminata. Oggi la puntualità è d’obbligo.

“Allora Capitano, è da un anno che non ci si vede. Sempre molto elegante nel suo completo nero. Ho visto arrivare anche un paio di suoi amici d’oltremare con il Senatore. Mi raccomando non faccia figure che talvolta i suoi comportamenti sono sopra alle righe”.

Di nuovo quella donna, completamente vestita di bianco. Le manca un braccio, ma si muove fluttuando nell’aria come una medusa urticante. Nuovamente riappare con i suoi amici, anche se l’anno scorso si era palesata solo in piazza, vicino alla colonna sbrecciata.

“Come può presentarsi ogni anno, con la sua sporca anima insanguinata. Li sente gli urli che salgono dal porfido che calpesta. Lo sente l’odore di carne bruciata?”

Cerco di concentrarmi sotto la Torre d’Ercole, alzo gli occhi e quasi inciampo nella pavimentazione sconnessa. Ed ecco che arriva il vecchio zoppo, elegante come non mai nella sua tuta da operaio, linda come la neve. Meno elegante della donna, ma piuttosto imponente nella sua massa gelatinosa.

“Eccolo qui il bastardo”.

“Lo scusi Capitano, ma è piuttosto infastidito dalla sua morte. Era pronto per godersi la pensione ma lei e i suoi amici gli avete rovinato i piani”.

Cerco di raddrizzare le spalle, petto in fuori ed elegantemente mi avvicino alle spalle del Duomo, passo spedito e portamento marziale. I marescialli intuiscono il cambio di postura e si adeguano. 

Piccoli, fidati ed intuitivi. Privi di sentimenti, ma comprendono il mio saltuario turbamento.

Lo Stato richiede un necessario ordine, richiede il rispetto delle regole e voi siete il disordine, il caos, pronti a sovvertire lo stato diritto. I fantasmi ora sono cinque, mi seguono sui due lati come un picchetto d’onore luminescente distraendomi dalla mia alta funzione.

“Andatevene, ve la siete cercata, cosa volete da me?”

Mi avvicino al corso principale della città e le sagome bianche si moltiplicano, sorridenti e con attenzione sono la scorta di alcuni di noi. Quelli che difendono la sovversione dello Stato di Diritto, quelli fedeli a Dio e alla Patria.

“Capitano, le conviene togliersi quel ghigno da duro che si è costruito come maschera. La seguiamo in ogni suo passo e in ogni sua azione. Si ricordi che non dimentichiamo ed arriverà il tempo in cui ci ricongiungeremo”.

Il piccoletto è il più duro di tutti, si è fatto la guerra partigiana ed è l’unico che temo. Luminoso come non mai, il petto squarciato, la mano mi indica, lo sguardo intimorisce. Io e il mio corteo ci avviciniamo lateralmente alla piazza, dobbiamo raggiungere il palco nelle seconde file. Oggi ci sarà anche il mio referente politico, ma in pubblico non ho amici, solo superiori da salutare con deferenza e completi di grisaglia da osservare e catalogare.

“E piantala di fare lo zerozerosette. Sei solo un piccoletto servo dei padroni, i giochi li fanno altri, tu sei solo capace di schedare, infiltrare, depistare e sporcarti le mani di sangue. Prima o poi creperai, e poi ci si vede”.

Il piccoletto non molla ed io mi sto innervosendo. Queste voci mi distraggono dai miei doveri e quasi dimentico di salutare il Generale con la G maiuscola, uno dei veronesi dell’Ufficio da cui prendo ordini. La piazza è piena di rosso, con grandi macchie luminescenti bianche dalle parti del palco.

Lontano, molte grida escono dai megafoni: “Pagherete caro, pagherete tutto. Assassini di stato. Strage della NATO. Non dimentichiamo bastardiii”. Tra non molto ci saranno i rintocchi di campane, la deposizione delle corone e i discorsi ufficiali.

“Guarda là chi c’è, il tuo spione. Là là, allunga lo sguardo, vicino allo striscione della Fiom, circondato dalla sua scorta bianca”.

Imbecille, gli avevo detto di non farsi vedere in piazza, per quanto sconosciuto è pieno di fotografi e ficcanaso. Poi tocca a me tappare le falle e inventare perquisizioni e sequestri.

“Ops, non seguono i tuoi ordini. Ahi ahi ahi, il nostro fedelissimo eroe, perde i colpi. Attento che il vento può cambiare da un momento all’altro e i tuoi amici politici sventolano e sventolano e sventolano”.

Non li reggo più. Fossero degli incubi seri, con sangue, urla e minacce. Macché, mi tirano pure per il culo e manco posso sparargli, minacciarli, torturarli. Fortunatamente il cerimoniale è al termine, in lontananza riconosco i botti dei lacrimogeni, in vicinanza un brusio diffuso con i completi grigi pronti a risalire sulle loro macchine blu, alcune blindate, che negli ultimi tempi dopo Moro sono piuttosto agitati. La piazza è piena ma i politici rapidamente abbandonano il palco, alcuni seguiti dalla loro candida scorta. Chissà se anche a loro parlano, o magari sono completamente pazzo e ho le visioni.

“Uee pirla” – mi dice un ragazzo dalla testa squarciata da un taglio trasversale – “non ti preoccupare che il mio Senatore mi sente tutte le notti. Non che sia molto preoccupato ma sta invecchiando male e tra poco il fegato gli andrà in pappa”.

Basta, me ne vado, faccio i saluti al mio Generale, un paio di inchini, tre rapide parole con un colonnello dell’Esercito, un cenno al vescovo e richiamo all’ordine i marescialli.

Imbocchiamo il vicolo della Posta verso Piazza Vittoria, un grandioso monumento all’ordine, straordinariamente armonico e proporzionato, il giusto livello di fascismo che riempie di orgoglio la mia divisa nera. Il grattacielo di mattoni in armonia con il palazzo delle Poste e Telegrafi, il Bar Impero e le Assicurazioni Generali. Finalmente un poco di pace. La Maria ieri mi ha dato la lista del pesce da comperare, che sul pesce io non delego, e il mio solito pescivendolo, anche se lo conosco come comunista, ha il miglior branzino della città. Scivolo sotto l’arco in granito, dieci passi sulla destra e le vetrine senza vetri mostrano il banco in marmo rosso e acciaio, seppellito di ghiaccio triturato, profumato di mare. Mi avevano raccontato che un tempo il quartiere era quello delle pescherie, poi il progetto della nuova piazza per le adunate del Duce aveva finalmente portato un poco di ordine. Il Comunista mi guarda dall’alto del banco, tra acciughe e ombrine, tra seppie polpi e lucci.

Mi indica al suo collega che con indolenza si dirige verso di me. La bottega è semi vuota e il chiacchiericcio di tre signore mi distrae.

«Dica» mi si rivolge con un certo distacco lo spilungone con camicie bianco, sporco di rosso e nero seppia.

«Di solito ordino al suo collega, quello là» gli comunico con un certo fastidio.

«Vero, ma oggi non riceve ordini da Lei, oggi è un giorno speciale.»

Che bastardo, oggi tutti mi vogliono rovinare la giornata. Come si permette, ora giro i tacchi e me ne vado. Ma quel branzino è straordinario. Lo guardo negli occhi, lucenti, nero carbone, direi quasi liquidi. E le branchie rosso sangue, rotonde al punto giusto e le squame argentee sono ben aderenti al corpo. Sono bravo con i pesci, e i pesci sono bravi con me. Muti, nuotano spesso controcorrente, non parlano mai.

«Allora? Si è incantato? I pesci non parlano, dovrebbe essere un esperto nel campo.»

Il Comunista mi parla da dietro il collega, impugnando un coltellaccio da pesce spada, il grembiule d’incerata lordo di interiora e succhi ittici.

«Due di quelli» dico al collega, non mi faccio provocare e poi prima o poi la sconta.

«Me li pulisce?» 

Mi guarda negli occhi teso, cattivo, intenso.

«Oggi non si pulisce niente, oggi il sangue rimane nell’incarto, oggi non si dimentica.»

E poi il Comunista grida al cassiere, il signore anziano vicino alla Divisumma e agli acquari delle aragoste.

«Tano, oggi al capitano il pesce lo offro io. È la sua festa, non vorrei che si offendesse.»

Lascio il pesce sul banco, non accetto provocazioni, prima o poi mi capiterete tra le mani.

La Maria oggi farà la pasta in bianco, troppo rosso oggi per i miei gusti.


MICHELE PICCARDI, nato a Brescia negli anni ‘60, da sempre appassionato di musica e accanito lettore di noir, svolge l’attività di architetto. Nel 2023 la casa editrice Red Star Press di Roma ha pubblicato il suo primo romanzo noir, “In quattro è una banda”.


Puoi trovare questo e altri 19 racconti scelti nell’antologia “Brescia si racconta”, a cura di Brescia si legge, edita da GAM Edizioni (2025). Richiedila nella tua libreria di fiducia (ISBN: 9791281717374) o acquistala online sul sito dell’editore.

Venti racconti potenti e sorprendenti, selezionati tra i quasi duecento iscritti alla prima edizione del concorso “Brescia si racconta”, per altrettanti punti di vista inediti sulla nostra provincia. Tra confessioni intime che aprono squarci imprevisti e sguardi nuovi sui grandi traumi collettivi, tra visioni oniriche e frammenti di vite che oscillano tra la cronaca e la leggenda, venti storie a chilometro zero, vive e ruspanti, che usano il potere della letteratura per andare oltre gli stereotipi e per raccontare senza troppe sovrastrutture la nostra provincia e la comunità che la abita.

Racconti di (ordine alfabetico): Fabio Ballini, Maddalena Bazzani, Marta Bonisoli, Sveva Castrocaro, Maria Cerutti, Manuela Corsino, Ombretta Costanzo, Domenico Di Natale, Silvia Faini, Emanuele Galesi, Matteo Gilberti, Roberto Gregorio, Alessia Maghella, Daniela Martinotti, Stefano Morzenti, Stefano Novara, Michele Piccardi, Marcello Rizza, Giovanni Francesco Scalvini, Sara Tomasoni.

A cura di Brescia si legge Aps, progetto collettivo e aperto di promozione culturale dedicato ai libri che raccontano Brescia e la sua provincia e piattaforma al servizio della scena letteraria locale.


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