Dal profano al sacro: la storia del prezioso (e misterioso) “Dittico di Boezio” conservato al Museo di Santa Giulia
Letto e recensito da Candida Bertoli per Brescia si legge
Brescia è uno scrigno di tesori, a volte poco conosciuti, ma così importanti da muovere l’interesse del mondo accademico locale e talvolta internazionale.
Curato da Francesca Morandini e Maria Virginia Montorfani, lo splendido saggio “Il Dittico di Boezio” (Skira Arte, 2025) illustra ed integra l’esito di un recente studio interdisciplinare (Boethius Diptich Examination Project – BDEP) condotto sull’oggetto (una coppia di tavolette di avorio con iscrizioni e decorazioni) da un gruppo di ricercatrici e ricercatori tedeschi, volto a comprenderne il processo di realizzazione e le modifiche subite nel corso della sua lunga storia.
Un oggetto unico che riporta in vita una storia antica
Il Dittico di Boezio fu commissionato probabilmente a Roma in occasione del consolato di Nar. Manlius Boethius nel 487. È uno dei dittici consolari in avorio che, tra il 406 e il 541, furono prodotti in serie ogni anno e distribuiti dal console neoeletto ai suoi sostenitori come commemorazione. Alcuni studiosi stimano che i dittici fossero in origine migliaia. A oggi, rimangono almeno 43 dittici consolari, integri o parzialmente conservati. Di questi, sono sopravvissute entrambe le valvae in 22 casi, ma soltanto 7 sono ancora unite con cerniere: il Dittico di Boezio è uno di questi pochi.
Catharina Blänsdorf, Nicole D. Pulichene, Esther Wipfler – Il recente studio interdisciplinare del dittico. Premesse e obiettivi – ivi, pag. 29
Boezio è stato un patrizio romano di rango elevato. Di lui si conosce poco ed il suo nome ricorre raramente nei documenti imperiali; probabilmente morì giovane lasciando un figlio, Anicio Manlio Severino, filosofo cristiano che a causa dello scontro ideologico con l’ariano re ostrogoto Teodorico verrà imprigionato e giustiziato intorno al 526 con l’accusa di stregoneria sacrilega. Il dittico è costituito da due placche di avorio rettangolari che misurano circa 35 cm in altezza e 13 di larghezza, connesse da cerniere metalliche originali. Sulla superficie esterna frontale è riprodotto il ritratto del Console: da un lato è rappresentato in piedi con la mappa consolare (un fazzoletto) abbassata, mentre dall’altra è seduto sulla sella curulis, un sedile riservato ai magistrati, e la mano che stringe la mappa è alzata nel segnale che dà inizio ai giochi. Boezio indossa una veste sontuosa e ai suoi piedi sono disposti i doni che verranno elargiti: sacchi di monete, una corona, tre rami di alloro e altro ancora.
Sin dagli inizi, il consolato è stato a Roma la più alta carica. A partire però dal V secolo, questo ruolo è progressivamente sminuito e limitato all’organizzazione di costosi eventi pubblici, inclusi ludi circenses, i giochi circensi. Ogni anno venivano designati due Consoli, uno dell’Impero d’Occidente e uno da quello d’Oriente; la nomina era seguita da cerimonie pubbliche nelle capitali imperiali il 1° gennaio, giorno d’inizio anno secondo il calendario romano. In questa data il console celebrava il privilegio della sua nomina elargendo doni al pubblico (largitiones) e distribuendo oggetti personalizzati ad una cerchia selezionata di sostenitori: i dittici consolari erano tra i doni più preziosi ed erano riservati a personalità di alto rango, distribuiti in occasione della cerimonia di insediamento del console – che inaugurava appunto il nuovo anno – o recapitati dopo l’evento.
Nicole D. Pulichene – Funzione e storia del dittico in età tardoantica – ivi, pag. 45
Generalmente la parte retrostante delle tavolette, profonda un millimetro circa, era riempita di cera come in quelle utilizzate per la scrittura, ma nel corso del Medioevo i dittici sono stati riutilizzati con nuove funzioni ad uso liturgico. Il Dittico di Boezio, rispetto agli altri conosciuti, si caratterizza per il fatto che, nel registro superiore, sono presenti dei dipinti realizzati probabilmente tra il VII e l’VIII secolo (tra gli storici dell’arte le classificazioni non sempre coincidono): i dipinti su avorio, tra l’altro, sono estremamente rari e con ogni probabilità quelli conservati all’interno del nostro Dittico sono gli unici esempi della loro epoca conservati in Italia. I soggetti rappresentati all’interno delle due valvae del Dittico sono diversi: a sinistra è illustrata la resurrezione di Lazzaro – motivo diffuso nell’arte cristiana per il suo forte significato simbolico ma caso unico all’interno di un dittico – mentre a destra vi sono le effigi di tre Padri della Chiesa, i santi Girolamo Agostino e Gregorio. Il saggio ne illustra dettagliatamente i particolari, le tecniche di realizzazione, di pulizia e di restauro: si tratta di operazioni minuziose, realizzate su tavolette di misure davvero contenute.
Una lunga storia ricostruita minuziosamente
Tra il VII ed il XII secolo i cristiani utilizzavano i dittici consolari per registrare una serie di testi, incluse le litanie per i morti e per i vivi nonché i canti liturgici, tanto che nella liturgia cristiana dei primi secoli e in età medievale il termine “dittico” faceva riferimento non soltanto agli oggetti ma anche alla parte della liturgia dove erano recitati i nomi dei membri della comunità cristiana sia vivi sia morti…. Sulla superficie interna del dittico di Boezio, per l’appunto, testi, immagini medievali appaiono affiancati con questa importante funzione.
Nicole D. Pulichene – Il riuso in età medievale dei dittici tardoantichi – ivi, pag. 145
Se nella lingua greca il termine dittico significa “doppio, duplice, raddoppiato”, la sua traslitterazione latina rimandava alle tavolette iscritte con i nomi di chi veniva commemorato durante la liturgia. Le analisi hanno infatti rilevato che le tavolette sono state utilizzate come fossero pagine di un manoscritto, con i dipinti, una preghiera ed elenchi di nomi iscritti in periodi diversi.
Se l’origine del dittico è nota, molto meno lo è la sua storia successiva, avvolta nel mistero: gli studiosi hanno ipotizzato che l’oggetto sia giunto al Monastero di Santa Giulia intorno al 753, come dono del Pontefice Papa Paolo I per la fondazione del cenobio, dopo di ché per molto tempo non se ne seppe più nulla. Ricompare nel patrimonio artistico della famiglia Barbisoni, eredi del giureconsulto Ludovico Baitelli la cui sorella, Angelica, aveva rivestito il ruolo di badessa del Monastero di Santa Giulia dal 1646 al 1647. Il Cardinal Querini manifesta l’interesse ad acquistarlo e ne sovvenziona una campagna di studi, ma i Barbisoni non intendono cederlo e solo nel 1832 entrerà a far parte del patrimonio civico.
La lettura del volume è molto piacevole e interessante; il saggio è completato da moltissime note di approfondimento e di rimando alla bibliografia consultata, nonché da numerose immagini che ne illustrano i dettagli, anche in confronto ad oggetti analoghi.
Lo studio condotto sul Dittico di Boezio ha così potuto rilevare gli aspetti meno conosciuti di un oggetto davvero unico e contraddistinto da rilevanti peculiarità al quale, benché esaminato con interesse fin dal XVIII secolo, non era mai stata dedicata una monografia.

Titolo: Il Dittico di Boezio – Dall’Antichità al Museo di Santa Giulia
Autori: AA.VV. (a cura di Francesca Morandini e Maria Virginia Montorfani)
Editore: Skira – Fondazione Brescia Musei, 2025
Genere: Saggio artistico
Pagine: 215
ISBN: 9788857253565
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