Lo straordinario caso di Enzo Paroli, l’antifascista bresciano che difese e salvò il giornalista di Mussolini

Benito Mussolini e il suo "ventriloquo", il giornalista Telesio Interlandi (dalla copertina del libro "Giocatori d'azzardo" di Virman Cusenza)

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Chi amava la giustizia, almeno come aspirazione, non poteva vedere ora tutto in bianco e nero, pur sapendo bene da quale parte stesse il bianco e quale il punto di confine in cui trascolori perdutamente nel nero.

Virman Cusenza, “Giocatori d’azzardo”, p. 9

Brescia, autunno 1945. Tra le pareti soffocanti del carcere di canton Mombello, il motore della storia porta a incrociarsi due uomini singolari. Da un lato troviamo Telesio Interlandi, ex giornalista di Mussolini e feroce difensore delle leggi razziali, dall’altro il bresciano Enzo Paroli, socialista, avvocato di grido e tombeur de femmes. Non è difficile pronosticare un responso: il fascista impenitente alla sbarra e l’uomo di legge dagli opposti ideali che nemmeno si prende la briga di difenderlo, per non sporcarsi le mani con un caso ingombrante e poco fruttuoso. E invece no: sorprendentemente, sarà tutto fuorché questo.

Perché se Interlandi, nella partita della vita, è deciso a calare le proprie carte senza mai riconoscersi colpevole nell’Italia da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, Paroli si dimostra un giocatore ancor più temerario, arrivando non solo ad accettare di difendere l’accusato in tribunale, ma anche e addirittura a tenerlo nascosto in casa propria con tutta la famiglia mentre è ricercato dai partigiani e dalla polizia.

Una vicenda da romanzo che è riuscita ad affascinare addirittura Leonardo Sciascia, al quale la malattia e la morte hanno tuttavia impedito di scriverne un libro. Ad anni di distanza e anche grazie agli appunti dello scrittore siciliano, la storia straordinaria e ingiustamente dimenticata del caso Paroli-Interlandi viene finalmente ricostruita dal giornalista Virman Cusenza nel brillante saggio “Giocatori d’azzardo”, edito da Mondadori (2022, acquista qui).

In circa 200 pagine contraddistinte da una scrittura incalzante e da un armonico tripudio di dettagli ricavati da documenti inediti, Cusenza ci guida alla scoperta di una storia rara e impressionante, riportando in vita il contesto socio-antropologico, storico e psicologico di una Brescia libera dal fascismo ma comunque alle prese con rancori e divisioni nella quale il gesto di Paroli riluce come un’epifania di bellezza al di fuori di qualsiasi etichetta, stereotipo buonista e comoda approssimazione.

Il socialista e il vinto

In un contesto diverso dal clima plumbeo e lacerante della Brescia del 1945, sarebbe stato un brillante viveur dal portafoglio gonfio che non sapeva lesinarsi i piaceri della vita. Che viveva la vittoria di una causa in tribunale con la stessa adrenalina con cui mieteva successi galanti negli ambienti più disparati della città. Ma è lo stare con i vinti che affascina il cinquantaduenne Paroli, uno che ama scorgere la dignità anche sotto i panni inconsueti dell’appestato. Il vinto è la causa più difficile da difendere, quella che però dà più soddisfazione in caso di vittoria.

Virman Cusenza, “Giocatori d’azzardo”, p. 8

In una Brescia caotica, che da pochi mesi ha cessato d’essere l’epicentro della Repubblica di Salò, emerge la figura assolutamente sfaccettata e controcorrente dell’avvocato Enzo Paroli. Socialista per attitudine morale ancor più che per retaggio familiare e convinto antifascista finito in carcere al posto del padre negli anni trenta, il cinquantaduenne Paroli è uno che non disdegna di prendersi come amante la sorella della “iena di Brescia” Ferruccio Sorlini, nientemeno che il più brutale e odiato squadrista bresciano. Sembra non possa vivere che in un modo: da equilibrista e rocciatore, con la guancia perennemente premuta contro quella del rischio, sempre sul filo del brivido.

Ma chi è, più nello specifico, l’accusato Telesio Interlandi, che lui decide inaspettatamente di difendere? A dir poco il giornalista del regime e il “ventriloquo” del defunto duce. Durante la sua consistente carriera, ha diretto lo spregiudicato giornale «Il Tevere» di Roma e la rivista dei letterati fascisti, «Quadrivio». Come se non bastasse, è stato per anni il direttore del quindicinale «La difesa della razza», punto di riferimento della politica razzista promossa dal fascismo in Italia. Dopo l’8 settembre del ‘43, ha inoltre collaborato con i nazisti e aderito alla Repubblica sociale italiana, per conto della quale ha assunto la direzione della propaganda radiofonica. Interlandi è in definitiva un uomo che, all’indomani della guerra, non può che aspettarsi una lunga incarcerazione, se non il linciaggio.

Sono proprio queste premesse a rendere tanto peculiare e significativa la condotta di Paroli. Nella sua decisione di nascondere per otto mesi e mezzo un simile personaggio nello scantinato della propria villa di Cortine di Nave sino all’amnistia Togliatti del ’46 e alla conseguente archiviazione del caso c’è molto più dell’ennesimo, supremo azzardo di una vita refrattaria a ogni piatta comodità. C’è il rispetto per un vinto e per un colpevole, al di là di qualsiasi logica e preconcetto. Il rispetto e la dignità che un vero uomo di legge è in dovere di garantire a qualsiasi accusato.

Paroli non abiura i propri ideali, la propria morale e la propria visione delle cose, né arriva a giustificare in alcun modo il fascismo e Interlandi, eppure sceglie non solo di non infierire contro il colpevole, ma anche di assumersi gli enormi rischi di un’autentica partita a baccarà con la storia. Sebbene le chances di successo non siano elevate, la partita è vinta con pieno punteggio da Paroli, che tramite il suo gesto, definito da Sciascia come «eroico» e rappresentativo della «pietà» umana, mette a repentaglio la propria carriera proteggendo Interlandi sino a ottenerne la revoca d’arresto.

Brescia come specchio dell’Italia del secondo dopoguerra

I sotterranei della questura di Brescia sono uno spaccato di quel che erano le terre attorno a Salò nei mesi successivi alla Liberazione. Una grande catacomba in cui l’unica certezza è il tanfo di muffa e di escrementi umani. […] Lì, […] alla vigilia del processo o magari per scontare la pena, c’è un’umanità degna della fantasia dantesca. Ex gerarchi che temono il peggio, vittime di denunce anonime, squadristi che mostrano a tutti la foto della fidanzata in un riconquistato moto di tenerezza, l’agente provocatore inviato apposta per smascherare i doppiogiochisti, finti e veri malati.

Virman Cusenza, “Giocatori d’azzardo”, p. 21

L’autore non si limita a ricostruire le biografie di Enzo Paroli e di Telesio Interlandi, i due “giocatori d’azzardo” protagonisti indiscussi del saggio. Utilizza infatti gli spunti forniti da queste due esistenze speculari, arrivate incredibilmente e con esito imprevisto a intersecarsi, per parlare di tutta una Brescia e, di riflesso, di tutta un’Italia che, con fatica ma anche con grande tenacia, contribuiscono alla propria ricostruzione e alla messa in pratica dei principi repubblicani.

Il quadro storico ricostruito da Cusenza in “Giocatori d’azzardo” ci restituisce quindi la turbolenza di Brescia e della sua provincia negli anni del secondo dopoguerra, caratterizzate da un luminoso spirito di ripartenza, ma anche, come naturale conseguenza del conflitto, da conti in sospeso e dalla necessità, gravosa e mai facile né lineare, di fare giustizia.

Sin dal primo capitolo, ci ritroviamo immersi nel panorama brulicante e palpabile che racchiude tutte le figure – vinti e vincitori, antifascisti e fascisti, doppiogiochisti e individui ambigui, falsi pentiti e imperituri guerrafondai – che affollano non solo le carceri, ma anche i quartieri della città e talvolta i nascondigli in cui si rintanano per sfuggire alla giustizia. L’ideale paesaggio dantesco di un saggio che si legge come un’opera di narrativa, facendo vivere ai lettori un “romanzo” veritiero e rocambolesco che solo la storia, con le sue intricate congiunzioni di destini umani, avrebbe potuto comporre.


Titolo: Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che salvò il giornalista di Mussolini
Autore: Virman Cusenza
Editore: Mondadori, 2022

Genere: Saggio
Pagine: 216
ISBN: 9788804745945

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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