“Il cuoco giapponese” tra metropoli e margini: intervista alla scrittrice desenzanese (ma parigina d’adozione) Lucia Visonà

Sullo sfondo di una Parigi poco conosciuta dai turisti, meno scintillante e più concreta, incontriamo Hugo, un ragazzo venuto dalla provincia, alla ricerca della propria strada e della propria identità, e Madame Laval, un’anziana ed eccentrica signora con la passione per il lusso e le bugie. Il tutto condito con spezie e aromi orientali.

Il risultato è “Il cuoco giapponese” (Einaudi, 2026), un romanzo dalle note dolci, ma anche amare, che ci parla di solitudine, di crescita, ma soprattutto di quel sentimento buono chiamato amicizia, che può unire mondi lontani e diventare un prezioso alleato.   

Ne abbiamo parlato con l’autrice Lucia Visonà, desenzanese di nascita ma parigina d’adozione. Traduttrice e docente universitaria, ha coltivato la scrittura grazie anche ad un corso frequentato alla scuola milanese Belleville, da cui è nato il suo primo romanzo pubblicato quest’anno per l’editore Einaudi.

LV: Il libro è ambientato a Parigi, ma non è nato a Parigi. L’idea mi è venuta durante una gita fuoriporta in Champagne. Durante questa gita ho conosciuto un ragazzo che faceva il cuoco in un ristorante di lusso e mentre ci stava mostrando questo ristorante bellissimo in un parco c’è passato vicino un individuo un po’ strano e lui ci ha detto che quello era il loro cuoco giapponese. E quindi quando sono tornata a Parigi mi è venuta la voglia, la curiosità di provare a scrivere una storia su un cuoco giapponese che in realtà non è giapponese. Perché quando ho provato a raccontare la vita di un cuoco giapponese mi sono resa conto che non conoscevo abbastanza bene la cultura e era difficile per me immedesimarmi in un personaggio giapponese. Quindi ho adottato questo escamotage, di un giovane francese che ha dei tratti un po’ asiatici e che quindi viene sempre considerato un po’ uno straniero, un outsider.

Ho iniziato a scrivere subito e poi in realtà sono passati molti anni prima che questo libro vedesse la luce. Qualche anno fa mi sono iscritta a un corso di scrittura alla scuola Belleville di Milano, l’ho ripreso in mano e ho avuto la fortuna di conoscere un editor della casa editrice Einaudi che poi mi ha proposto di pubblicare il libro.

LV: Hugo, il cuoco giapponese, è un ragazzo un po’ svogliato, un po’ un perdigiorno, goffo, indeciso, che si ritrova a Parigi, ma in realtà non veramente perché lui abbia voglia di trasferirsi dalla provincia in una grande città, ma perché i genitori lo pressano a andare all’università, a elevarsi anche socialmente rispetto a loro. A Parigi, però, si accorge che l’università non fa per lui, che non è quello che gli interessa. La svolta nella sua vita, nella sua giovinezza, è l’incontro con Madame Laval, che appunto è un personaggio completamente diverso. Tanto lui è timido, impacciato, tanto lei è estroversa. Attacca bottone con chiunque, ha questa vita all’apparenza molto interessante, conosce un sacco di gente, un sacco di persone nobili. In realtà poi scopriamo che è una grande bugiarda, quindi questa vita sfavillante che lei gli fa intravedere è in gran parte una sua invenzione. Quello che però li unisce, come dicevi tu, è soprattutto questa grande solitudine.

Entrambi sono, in modi diversi, due pesci fuor d’acqua e la loro amicizia inizialmente è proprio questo modo per uscire da questa solitudine; ma poi diventa anche altro, diventa un vero legame di affetto.

LV: C’è anche la Parigi sfavillante dei monumenti, ma è vero che rimane sempre un po’ sullo sfondo. È una Parigi molteplice, una Parigi con più anime. Madame Laval non chiama mai la città Parigi, la chiama Panam, che è questo nomignolo che veniva usato all’inizio del Novecento o negli ambienti artistici anche un po’ malavitosi per chiamare affettuosamente la città. Parigi è un po’ quella città delle mille avventure, quella città un po’ sorprendente, precaria, una città piena di storie. Poi però c’è anche la città degli studenti che vivono in questi appartamenti minuscoli di 7 m² che erano le vecchie camere della servitù al sesto piano dei palazzi, che si ritrovano a dover fare i conti con una città molto costosa, quindi i lavoretti, la precarietà, lo sporco, le cimici da letto. Tutta una serie di difficoltà che fanno parte della vita adulta, ma che a volte in una città come Parigi sembrano ancora più grandi.

LV: Sì. Ho ambientato il paesino di cui Hugo è originario in Alvernia, che è una regione in cui non sono mai stata e quindi per questa parte mi sono ispirata alla provincia che conosco, un po’ pensando che tutte le province alla fine si assomigliano, soprattutto queste province del centro Europa. È una provincia estremamente antropizzata, in cui non si vedono animali, non si vede natura, ma ci sono questi campi infiniti, questi centro commerciali un po’ mezzi vuoti, i parcheggi in cui si fa la pratica per la patente e ed è una provincia che è diversa da Parigi per lo spazio, questa vastità di spazi che manca in una città come Parigi che è un po’ un formicaio, ma anche per il tempo.

Io ho proprio la stessa esperienza di Hugo da questo punto di vista: sono una provinciale che si è trasferita a Parigi ed è la prima città di cui ho fatto esperienza e mi sembra che la grande differenza sia non solo fisica, ma anche di tempi. Quindi la provincia come il luogo del tempo lento, delle giornate infinite, di questi cambiamenti che sono lentissimi e che quindi non sembrano mai esserci. E quindi ho cercato un po’ di giocare su questi, mettendo anche dei richiami alla provincia di Brescia che credo un lettore bresciano possa cogliere.


GUARDA L’INTERVISTA COMPLETA A LUCIA VISONÀ PER LA RUBRICA BRESCIA TRA LE RIGHE

Titolo: Il cuoco giapponese
Autrice: Lucia Visonà
Editore: Einaudi, 2026

Genere: narrativa
Pagine: 200
ISBN: 9788806267674

Chiara Massini

Laureata in "Scienze della comunicazione" e in "Editoria e giornalismo" a Verona, è appassionata da sempre di lettura e scrittura. Nel 2019 ha pubblicato la sua tesi di laurea dal titolo “La fanfiction” e successivamente alcuni racconti in antologie. Ha lavorato in biblioteca, si occupa di organizzare eventi e presentazioni di libri, gestisce un gruppo di scrittura online. Sul suo comodino non possono mai mancare almeno 3 libri (di cui uno urban fantasy) e un bicchiere di succo ace.

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