Ricordi dalla parete Nord: un libro in memoria di Tita Secchi, alpinista e resistente

Tita Secchi (1915-1944), alpinista e resistente bresciano

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si Legge

16 settembre 1944, una data scritta nel sangue. Caserma Ottaviani di Brescia, ore 6:30 del mattino. Un comando nazista fucila sei resistenti delle Fiamme Verdi. Uno di loro è il ventinovenne Tita Secchi, nome di battaglia Franco, uno spirito libero rimasto fedele alla propria anima sino all’ultimo respiro.

Estate 1942 circa. Due anni prima della tragica morte, l’appassionato alpinista Tita raggiunge la Cima Adamello in cordata con un amico, scalandone la temuta parete Nord. Rientrato a casa dall’impresa, trascrive l’esperienza in un quadernetto.

Anno 2004, sessantesimo anniversario di una morte partigiana. Il pittore bresciano Tita Secchi Villa recupera lo scritto dello zio di cui porta il nome e dà alle stampe “La parete Nord. Un ricordo di Tita Secchi” (scarica qui la versione pdf dell’opera). Un libro sottile, questo, di una settantina di pagine, ma immenso nel significato di cui si carica resuscitando la voce di un giovane d’eccezione, di un’esistenza ispirante e splendente precocemente recisa dalla seconda guerra mondiale.

Il libro: ricordo di un uomo scolpito nella stessa tempra delle montagne

Per fugare ogni dubbio: no, “La parete Nord” non è un testo per soli appassionati di montagna e di letteratura alpinistica. Lo stile dell’autore è talmente vivido e avvolgente da rendersi accessibile anche ai neofiti o a chi per vette e scalate non nutre alcun particolare interesse. Appassionata e variopinta di dettagli, la scrittura di Tita Secchi ci trasporta passo dopo passo lungo i sentieri che da Ponte di Legno conducono lui e l’amico Gianni Bonardi fin sulla cima di uno dei monti più amati, da escursionisti e no, della Valcamonica: la Cima Adamello.

Un sacerdote è entrato nella stanza: si è appena alzato.

– Buon giorno.

– Buon giorno.

– Venite da Ponte?

– Sì

– Andate alla Lobbia?

– No. Vorremmo fare la parete Nord.

Il Sacerdote ci guarda stupito. Ci dice che da anni la Parete non è stata più toccata; che qualche anno addietro una cordata trovò la morte. Ci dice che è meglio scalare la vetta per la via normale. Tutte parole che noi fingiamo di ascoltare.

“La parete Nord. Un ricordo di Tita Secchi”, p. 22

Monito accorato di un prete di montagna in sosta a un rifugio. A lui, i due giovani alpinisti non possono che sembrare degli avventati. Ma gli amici di cordata sono modellati con la stessa costanza e intrepidezza del vento che soffia sulle cime più alte. La montagna li ha chiamati e loro intendono rispondere con tutta la forza dei loro animi avventurosi.

Uno spigolo centrale frastagliato, tagliente e periglioso come solo uno spuntone di roccia montana sa esserlo. Un tratto lastricato di ghiaccio, poi, che scivola e scricchiola anche sotto gli scarponi più esperti. E un susseguirsi di placche lisce come un lago senza vento, così prive di appigli da far rimpiangere il ghiaccio. Ecco cos’è la parete Nord, il teatro dell’arrampicata di Tita e di Gianni.

Qui non c’è nulla: l’isolamento assoluto: non c’è che l’ombra di una cordata che scivola sulla parete nuda.

Il nostro arbitro, se vinciamo, siamo noi stessi, se perdiamo l’arbitro è la morte; un arbitro spietato e giusto.

Nessuno ci vede, il nostro pubblico è la parete, è il vuoto, è il cielo.

Ci fermiamo a guardarla [la cima]. Benché l’abbia vista mille volte, provo un certo sgomento nel vederla così vicina, così alta.

“La parete Nord. Un ricordo di Tita Secchi”, p. 21

Le parole di Tita sono ripiene del rispetto che ogni alpinista deve alla montagna, alla roccia inclemente, alla natura selvaggia che sgomenta e che, al contempo, attrae e chiama a cimentarsi nell’impossibile per realizzare il possibile, stabilendo un’impresa che è impresa della collettività. E alla fine la morte, l’arbitro giusto e inappellabile, non tocca i due compagni di cordata dai nervi saldi come la roccia. Sono undici ore di scalata vittoriosa, le loro, inserite nel quadro di un’escursione di ventiquattr’ore di pura resistenza, con partenza e ritorno da Ponte di Legno. Un autentico record.

I sassi sussurrano come enormi calabroni, lacerando l’aria con la loro caduta. Uno si schianta sopra una roccia a pochi metri; i sibili delle schegge mi fanno istintivamente portare la testa ancora più sotto la sporgenza.

Di nuovo scricchiolii, pezzi di roccia ronzano nello spazio… proiettili si spezzano contro la parete con un rumore secco. Una nube di polvere si abbatte su di noi. Per un attimo oso guardare: ombre nere passano veloci nella nube di polvere. È una lunga ed interminabile attesa: penso ad una trincea abbattuta dal fuoco nemico.

“La parete Nord. Un ricordo di Tita Secchi”, p. 30

Per raccontarci le difficoltà incontrate durante la scalata, l’autore ricorre a un lessico appartenente al mondo bellico, una scelta quanto mai azzeccata. Quella ingaggiata con la montagna è nientemeno che una battaglia tra le forze della natura e la tenacia dell’uomo, un confronto tanto rischioso quanto entusiasmante.

La cosa sorprendente è che anche noi, sin dalla prima parola, siamo dentro il libro stesso insieme a Tita e a Gianni. Magari non sappiamo niente di chiodi, cenge e moschettoni, eppure ci ritroviamo a solcare i sentieri che salgono da Ponte di Legno con il sogno della vetta nel cuore, artigliamo la parete e infine ci ritroviamo appesi alla roccia. Avvertiamo il vuoto che ci si avventa contro da ogni lato, eppure continuiamo a salire, spronati dall’ardore dello scrivente. Le pietruzze affilate che piovono come proiettili dall’alto le sentiamo persino sibilare e graffiarci la schiena, così come avvertiamo il battere del martello di Gianni contro ciascuno dei chiodi piantati nel sentiero verticale in direzione della vetta. La fune che unisce gli arrampicatori lega anche noi alla scrittura che si dipana sotto i nostri occhi. E a essa noi ci affidiamo, sino alla fine.

Tita non era scrittore, eppure è riuscito in un intento che sfuggirebbe a tanti fra i migliori autori di ogni tempo. Nell’arduo compito, cioè, di consegnare ai lettori le sensazioni e la carnalità di un’esperienza vissuta tutta nei muscoli e nella pelle, nelle gambe e sotto le unghie, nel morso del vento sulle spalle e nella ruvidezza della roccia contro un corpo che si sospinge in alto per conquistare una vetta.

Fino a pochi anni fa era rimasta vergine questa bella pineta, ma poi è venuta la guerra e da allora tutti gli anni scendono a valle migliaia di piante, migliaia di magnifici tronchi.

La sua verginità è stata violata. L’alto silenzio rotto soltanto dal cinguettio degli uccelli o dal grido degli scoiattoli non regna più. Ora è la scure del boscaiolo che regna.

Passando di giorno lungo la mulattiera si sentono gli schianti dei rami staccati dai tronchi, lo scricchiolio della corteccia strappata ed il tonfo degli alberi abbattuti.

È il bosco che piange!

“La parete Nord. Un ricordo di Tita Secchi”, p. 16

E si aprono altresì squarci di prosa lirica e malinconica, volti a cogliere l’anima insita nella natura, nel bosco così come in tutti gli elementi del paesaggio montano. La natura, che sa mostrare il suo lato più duro laddove diventa inaccessibile, conserva al contempo un’irriducibile empatia, partecipe dei travagli dell’essere umano. La guerra è lontana solo in apparenza. Persino la montagna ne è toccata, ne subisce le ombre e gli orrori. Ombre che non fanno che allungarsi sul mondo, in attesa dell’esplosione finale.

Il testo è arricchito da numerose foto di Tita sullo fondo delle sue amate montagne, durante escursioni e scalate. Introduce il libro una prefazione anonima che risale alla prima pubblicazione del racconto, apparso a puntate su “La Fionda” tra il ’46 e il ’47. Chiude il volume un’interessante appendice che comprende due articoli commemorativi apparsi sul “Giornale di Brescia” e due componimenti poetici scritti rispettivamente da Sandro Damiani e Rizzardo Secchi, un amico e il padre di Tita.

L’autore: profilo di un ribelle per amore della libertà

Nato a Bologna il 16 giugno 1915 da genitori originari di Gottolengo, Tita Secchi cresce a Brescia. Innamorato degli spazi aperti, della natura aspra e bella e della libertà, non può che praticare l’alpinismo con costanza e dedizione.

La sua vita, come quella di innumerevoli altri giovani, cambia drasticamente con lo scoppio della seconda guerra mondiale e, in particolare, dopo l’8 settembre del ’43. In seguito alla sua fondazione, la Repubblica Sociale Italiana chiama ad arruolarsi le classi dal ’14 al ’26, saltando però quella del ’15, l’annata di Tita. «Fanno apposta a lasciarmi tranquillo», commenta lui, «così non so che scusa prendere per dire ai miei che vado in montagna».

Sì, perché Tita non se ne sta al riparo dagli scontri, come potrebbe benissimo fare sino alla fine della guerra. L’RSI non l’ha chiamato, ma i suoi monti lo fanno eccome: «Mi sembrava che le montagne mi chiamassero e mi pareva di sentire il mio nome ripetersi lungo le interminabili vallate, risuonare lungo le testate e di lì allontanarsi verso le cime che amo di più». È la chiamata della libertà e Tita non esita ad accoglierla. E ancora una volta i monti diventano per lui teatro di una sua battaglia, non condotta stavolta contro la natura riottosa di una parete di roccia, bensì contro la dittatura e l’ingiustizia che devastano il suo paese, oltre che il mondo.

Sulle montagne bresciane, nella zona di Bagolino, organizza il gruppo partigiano S2, parte della Brigata “Giacomo Perlasca” delle Fiamme Verdi. Il gruppo effettua colpi di mano tra la Valsabbia e la Valtrompia e porta avanti la lotta resistenziale nelle valli bresciane.

Nell’agosto del ’44 si stabilisce coi compagni in una baita al Paio Alto, sotto la Corna Blacca. È proprio qui che, il giorno 26, un reparto nazista coadiuvato da forze fasciste rastrella la zona a caccia di ribelli. Due compagni di Tita, il diciottenne Rigo Bagozzi e un disertore della Wehrmacht di nome Hermann sono fucilati sul posto dai nazisti. Un terzo resistente, di soli quindici anni, è fatto prigioniero e trascinato via. Nonostante riesca a lasciare la baita e ad allontanarsene, anche Tita è catturato e arrestato.

Affronta un lungo calvario di interrogatori e di torture, per poi essere tradotto nel carcere di Brescia. Quando gli viene concessa la possibilità di essere rilasciato dietro versamento di un’ingente somma di denaro da parte dei famigliari, chiede che vengano liberati anche gli altri cinque resistenti detenuti con lui. «O tutti o nessuno» è la sua condizione. Ancora una volta, sceglie la via più impervia e rocciosa. Ancora una volta, si riconferma fedele al proprio essere. Il comandante nazista che l’ha in cattura, però, non intende compromettersi fino a tal punto, e il verdetto è la condanna a morte per tutti. Il 16 settembre, nel cortile della caserma Ottaviani del 30° reggimento Artiglieria, Tita è fucilato insieme ai compagni Pietro Albertini, Emilio Bellardini, Paolo Maglia, Luigi Ragazzo e Santo La Corte.

Tita Secchi (1915-1944), alpinista e resistente bresciano

Dopo di lui

Alla memoria di Tita Secchi sono dedicati l’omonimo rifugio nei pressi del lago della Vacca, nelle Alpi bresciane, e l’altrettanto omonima capanna-bivacco di Cima Caldoline sul monte Maniva. Lungo i sentieri su cui ha scarpinato e vissuto la Resistenza, nel vento che spazza morene e altipiani e lungo gli spigoli rocciosi su cui si è arrampicato, le montagne sembrano ancora chiamarlo.

Incontaminati dalle guerre a cui sono costretti a prender parte, i puri e i giusti si impongono attraverso i decenni come stelle polari che tagliano il buio. Tale è il caso di Tita Secchi, che non si è limitato ad ammantarsi di valori come libertà e onore, ma che a questi ha prestato fede con le azioni, con la vita e con la morte.

Terminata la lettura de “La parete Nord”, non si riesce a credere che l’autore abbia concluso la propria esistenza a ventinove anni, sfigurato dalle torture e crivellato dai colpi di mitra di un plotone nazista, per poi finire scaraventato in una fossa comune. La montagna, che l’aveva risparmiato sulla parete Nord inginocchiandosi simbolicamente al suo coraggio, non poteva proteggerlo? Non si può accettare che sia andata altrimenti. Ma così è stato, ed è proprio a causa di ciò che noi, oggi, ricordiamo Tita tanto intensamente.

E allora, per concludere, vogliamo ricordarlo ancora e ancora una volta, qui e in ogni dove, con le parole che lui stesso usa per descriversi nella prima pagina de “La parete Nord”: come uno «spirito affamato di pure altezze».

Ciao Tita, infinitamente grazie, anche se vorrà dire troppo poco o nulla in confronto a quanto hai fatto, ma è giusto che te lo ripetiamo, te lo dobbiamo. Da quelle altezze che amavi e a cui sempre hai aspirato, tu non sei mai caduto. È passata su di te la guerra col suo fiato velenoso, con le sue unghie terribili, ma non ti ha infangato né spezzato. Sui sentieri di montagna per cui ci incamminiamo, fa’ che il tuo ricordo ci raggiunga insieme alla voce ventosa delle cime. Per le strade del mondo su cui ci mettiamo, aiutaci a scoprire di minuto in minuto che la libertà è un ideale per cui occorrerà sempre schierarsi e combattere. E aiutaci a sceglierla come si sceglie il sentiero meno battuto nei boschi, con fedeltà e senza rimorsi.

Tita Secchi (1915-1944), alpinista e resistente bresciano

Titolo: La parete Nord. Un ricordo di Tita Secchi
Autore: Tita Secchi
Editore: Autopubblicazione a cura di Tita Secchi Villa (2004), disponibile gratuitamente a questo link

Genere: Memoir, Diaristica sportiva
Pagine: 69

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