“Cronache delle Terrazze”: storie, volti e antropologia del quartiere don Bosco tra il 1971 e il 1985

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Eravamo una comunità di ragazzi sempre all’aria aperta, votati alla disobbedienza, liberi di inventare giochi, necessariamente antagonisti del consumismo.

Emanuele Formosa, “Cronache delle Terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà”, p. 88

Ogni città è una matrioska infinitamente scomponibile di storie. Ci sono storie disperse dal vento, storie scolpite nella pietra o verniciate sui muri, storie stampate e altre su cui si stende un velo di dimenticanza che a nessuno viene in mente di sollevare. E c’è anche chi cerca di salvarle, le storie, perché sa che, in ciò che è privato e personale, c’è sempre universalità.

Lo scrittore bresciano Emanuele Formosa fa di certo parte dei salvatori di storie. Nato, cresciuto e tuttora residente nel quartiere don Bosco di Brescia, Formosa ha rispolverato, raccolto e riordinato innumerevoli episodi, volti e colori della sua infanzia e adolescenza. Dopo la pubblicazione del volume “Pillole di storia del quartiere don Bosco” insieme a Tiziana Cherubini, Formosa torna a raccontarci del passato nei luoghi di casa, imbottigliando stavolta ricordi sia propri che altrui, risalenti agli anni tra il 1971 e il 1985, in un memoir dal titolo “Cronache delle terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà” (Albatros, 2021 – acquista qui).

Intrecci di giovani vite, giochi di squadra, le luci filanti del boom economico e le nebbie degli anni di piombo, impensabili avventure e piccoli guai, marachelle, grandi fantasie e bianche speranze: il libro di Formosa, che si lascia leggere come un emozionante racconto di formazione, è tutto questo e anche di più. Con una scrittura estremamente precisa ed evocativa, fluida e azzeccata, l’autore ci conduce su sentieri di memorie e ci fa conoscere, oltre a una moltitudine di coetanei e di coetanee, una Brescia che ha cessato di esistere ma che, grazie alle sue parole, torna in vita per poter essere di tutti e per legarsi all’anima di ogni lettore sin dalla prima riga.

Un regno suburbano in cui crescere tra giochi, bisticci e riti di iniziazione

La copertura dei garage è dotata di quattro ponticelli in cemento per superare il vuoto sui corselli e, a protezione dalle cadute nel vuoto, vennero realizzate delle ringhiere composte di tubi di metallo, tre tubi orizzontali intervallati da uno verticale ogni circa quattro metri. Erano in tal modo sorte le Terrazze.

Emanuele Formosa, “Cronache delle Terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà”, p. 19

Ecco un’accurata descrizione tecnica delle Terrazze, indimenticato teatro di incontri e scontri, giochi e biciclettate, entusiasmi, scoperte e ginocchia sbucciate. Il contesto è quello dei condomini costruiti all’inizio degli anni sessanta nel quartiere don Bosco, situato nella periferia sud di Brescia. Non tutti sanno che proprio alle Terrazze è stato girato un film giallo del regista Roberto Infascelli, uscito nelle sale nell’autunno del 1973 con il titolo “La polizia sta a guardare”.

Le Terrazze sono il luogo in cui l’autore, bambino e poi ragazzo, si intrattiene coi figli e con le figlie dei vicini e degli altri condomini che tra gli anni settanta e ottanta abitano nel quartiere don Bosco. Qui, asfalto, garage e cortili diventano piste per bicilette, stadi di corse, tavole su cui disegnare campi tracciati con il gesso. I muretti sono panchine sui cui far sedere le Barbie, sfogliare giornaletti, scambiarsi le figurine e gustarsi un ghiacciolo in estate. Ci si inventa sfide e storie, attacchi alieni e battaglie fra bianchi e pellerossa. E, senza accorgersene, si diventa grandi a ogni salto, zuffa e giravolta.

L’autore descrive nel dettaglio i giochi di squadra e di gruppo che costituiscono il repertorio ludico della cosiddetta banda delle Terrazze, soffermandosi in particolare sui ruoli più o meno rigidi ricoperti dai diversi componenti, sulle relazioni che intercorrono fra loro, sui nomi e sulla personalità di chi c’è stato.

Con un tale numero di bambini ilari, entusiasti della loro libertà, scatenati, praticamente lasciati vivere allo stato brado, era inevitabile che ogni giorno accadesse almeno un fatto degno di essere ricordato, ed è proprio di ciò che desidero narrare, facendo ricorso alla mia memoria e a quella dei gnari [ragazzi] e delle gnare [ragazze] delle Terrazze […].

Emanuele Formosa, “Cronache delle Terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà”, p. 21

Formosa non manca di riportare alla luce quelli che possono essere considerati dei veri e propri riti di iniziazione, in sostanza delle prove di coraggio di varia natura a cui i leader riconosciuti sottopongono i più giovani, solitamente maschi, come necessaria forma di ingresso all’interno della banda.

Accanto ai giochi e ai riti, troviamo anche vecchie usanze oggi tuttalpiù dimenticate e perdute negli ingranaggi del tempo, come lo scartamento e la cottura delle pannocchie. Carica di fascino e di brillantezza, la memoria di tali tradizioni ci parla con forza attraverso la penna rievocatrice dell’autore.

Cuocere le pannocchie nei freddi pomeriggi dell’incipiente autunno era uno dei momenti più belli della nostra amicizia. Si aveva l’occasione, una volta eseguiti i compiti di scuola, di scendere in cortile per approfittarsi furtivamente ancora una volta dei prodotti del campo, e restare a lungo assieme a raccontarcela al tepore, fino all’imbrunire.

Emanuele Formosa, “Cronache delle Terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà”, p. 113

Dalla cascina di Richetto al supermercato Ferari: tutti i luoghi dell’infanzia

Sebbene restino il cuore del memoir, le Terrazze non sono l’unico luogo rievocato dall’autore. All’inizio degli anni settanta, la zona in cui sono ambientati i ricordi alterna i condomini di recente costruzione a una distesa di prati, campi, cascine, fossi e macchie di vegetazione che sono descritti con altrettanta devozione. Una menzione speciale spetta alla cascina dell’indimenticato signor Richetto, descritta in maniera estremamente precisa, con indicazione delle stanze che la compongono e degli animali che vi alloggiano al tempo del racconto. A noi lettori non può che apparire splendente e fresca come un quadro a olio, familiare e intima come una persona appena incontrata, ma che ci sembra di conoscere da sempre.

Là dove ora sorge il Parco Gallo vi erano all’epoca terreni in gran parte improduttivi, trasformatisi nel tempo in allegri e candidi campi di margherite e in rosse distese di papaveri selvatici, con le cui capsule ci praticavamo degli effimeri tatuaggi sulle braccia e sul dorso delle mani. […] Alcune donne anziane si recavano nei campi a raccogliere il loertís [luppolo selvatico], buono per insaporire la minestra. Capitava talvolta che i pastori che trasportavano le pecore sui camion durante i loro spostamenti da una regione a un’altra, sostassero nel campo incolto posto tra via Rizzo e la cascina dei Botticini, e lì facessero scendere gli ovini dai veicoli affinché potessero brucare l’erba. […]

Emanuele Formosa, “Cronache delle Terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà”, p. 30

E come scordarsi, poi, del supermercato Ferrari (anche conosciuto come Super, o, più alla bresciana, come Ferari con una sola r), il punto di riferimento per le spese nel quartiere. E nemmeno si può tralasciare la torrefazione della signora Mariuccia con il miglior caffè della zona, il negozio di frutta e verdura della figlia di Richetto, il bar in via Corsica con le ciungle (gomme da masticare) a dieci lire l’una e un bicchiere di spuma a cento, la trattoria del Cavallino, la strada che da via Corsica porta in piazza Repubblica e quindi in centro città.

Quella composta da Formosa è una sinfonia di luoghi, nomi e volti che non paiono distanti nemmeno per un singolo istante, grazie al potere di una prosa in cui ci ritroviamo immersi come nell’erba dei prati intorno alla cascina di Richetto, con un unico desiderio in cuore: continuare a leggere per scoprire altre semplici eppure grandi avventure nelle quali riconoscerci e scoprire cose insapute o, per chi è stato a sua volta bambino e poi ragazzo negli anni narrati, per tornare al passato su un aquilone di nostalgia.

Questa era la nostra “Penny Lane”, come ne esistevano, ne esistono, e ne esisteranno sempre a milioni nel mondo. Essa è ancora nelle nostre orecchie e nei nostri occhi: 50 lire di ghiaccioli o un sacchetto di patatine (con la sorpresa). Durante le avventure vissute sotto il nostro “azzurro cielo suburbano” non potevamo certo contare sulla colonna sonora dei quattro impareggiabili favolosi ragazzi di Liverpool; eppure, non appena udivamo Maddalena cantare, mentre compiva i lavori casalinghi insieme alla mamma e alle sorelle, si trattasse di un successo di Sanremo, oppure di una hit d’oltralpe, al suono della sua voce tutto il cortile si fermava: «Fermi, gnari [ragazzi], fate silenzio! Maddalena sta cantando!».

Emanuele Formosa, “Cronache delle Terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà”, p. 129

L’ascesa di Bresciadue e la grande nevicata del 1985

Uno scorcio del quartiere don Bosco di Brescia imbiancato dalla grande nevicata del 1985

Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, i campi che confinano con il quartiere don Bosco si restringono fino a sparire, le cascine vengono abbandonate o trasformate e adibite a nuovi usi: è Bresciadue che avanza, la moderna periferia che con la spinta del boom edilizio sorge a poco a poco oltre il cavalcavia Kennedy, arrampicandosi verso il cielo come un’alba di vetro e di cemento. Il cambiamento, filtrato attraverso le lenti della gioventù delle Terrazze, ha anche i suoi lati positivi.

Se i cantieri ci sottraevano mano mano campi, alberi, fossi, in cambio ci fornivano altri portentosi scenari per nuove avventure.

Emanuele Formosa, “Cronache delle Terrazze. Icone di un’Italia che non tornerà”, p. 198

Sono bambini e bambine capaci di inventarsi e reinventarsi, i membri delle Terrazze; capaci di scovare rampe, labirinti, rifugi e materiale di gioco dove un occhio adulto scorgerebbe soltanto cantieri e garage. Si trasforma la città, mutano i tempi e la società intera lascia i normali binari per quelli ad alta velocità, divenendo più tecnologica, moderna e anche frenetica. Ma pure la banda delle Terrazze cambia, crescendo e maturando, perdendo di vista qualcuno e intessendo nuove amicizie, lasciando la bicicletta e il monopattino per il motorino.

Chiude il racconto la copiosa, epica nevicata dell’85, una bianca coperta che tra il 13 e il 17 gennaio avvolge la città accumulando ovunque diversi strati di neve e comportando anche la chiusura temporanea delle scuole. Un finale ideale per un libro che ha il sapore bianco, di pane e di stelle, dell’infanzia. Il giusto suggello di un libro che a tratti, per vividezza e capacità avvolgente, assume il carattere di ciò che è autentico e sempreverde, come un classico per ragazzi dal retroterra autobiografico.

Il gergo delle Terrazze: idioma di appartenenza e di libertà

Particolare interesse ricopre un breve ma emblematico capitolo digressivo incentrato sul gergo utilizzato dai ragazzi e dalle ragazze delle Terrazze. Si tratta in parte di termini dialettali che ancora oggi formano l’ossatura del vocabolario dei più giovani, ma vi si possono trovare anche svariate altre forme curiose e dimenticate, create in loco o importate, che l’autore coglie per noi come biglie smerigliate dalla strada, mettendocele fra le mani e mostrandocele in molteplici sfumature di significato.

Accanto a termini in voga anche tra le generazioni di anni più recenti come tògo (fantastico), cedro (ceffone) e balù (pallone, ma anche bugiardo), fanno la loro comparsa forme tipiche delle Terrazze, come ad esempio uèlva (attributo associato a chi è in gamba o eccelle in qualcosa), éubéa (senza alcun significato preciso, spesso urlato con il solo scopo di far baccano) e slancheggiàrsi (smarcarsi, sottrarsi).

Il linguaggio è lo specchio di una cultura e il gergo delle Terrazze getta ancora più luce sulla giovane microsocietà che ha vita nel quartiere don Bosco di Brescia dal ’71 all’85. Un idioma schietto e concreto, adatto ai giochi come alle prove della vita. Un piccolo ma prezioso patrimonio, da salvaguardare tanto come le storie in cui è inserito. Non si può non sorridere leggendo questi termini, grati di una piccola ma lucente perla di “brescianità” riportata a galla.

E probabilmente sorridono nel ricordarli anche l’autore e gli altri ragazzi e ragazze delle Terrazze. Ormai uomini e donne con le loro vite e famiglie, si sono ritrovati grazie ai social e ogni anno si incontrano, rigorosamente in un locale di via Corsica, per una sana rimpatriata al sapore vivo di corse e di spensieratezze indelebili. È bello pensare che, dentro di sé, si sentano ancora un po’ i ragazzi e le ragazze di una volta: spiriti liberi con le radici affondate in una città in perpetuo mutamento e formatisi nel magma incandescente di anni iconici, altrettanto cangianti, traboccanti di svolte e di cambiamenti.


Titolo: Cronache delle Terrazze – icone di un’Italia che non tornerà – raccolte e narrate da Emanuele Formosa
Autore: Emanuele Formosa
Editore: Albatros, 2021

Genere: Memoir
Pagine: 230
ISBN: 9788830642218

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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