Il femminismo che verrà può avere (anche) radici bresciane. Intervista a Jennifer Guerra

Intervista a cura di Andrea Franzoni per Brescia si legge. L’immagine di copertina è tratta dal profilo Instagram dell’autrice.

“Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà” è il primo libro di Jennifer Guerra, giornalista nata nel 1995, cresciuta in Val Trompia ed attualmente penna del seguitissimo sito web di informazione The Vision. Pubblicato a giugno 2020 da Edizioni Tlon, punto di riferimento dei cosiddetti “Millennial” (e non solo) in campo filosofico, e già oggetto di una seconda edizione, il libro di Jennifer Guerra è un saggio che si inserisce a pieno titolo nel dibattito contemporaneo sulla condizione femminile mettendo in luce, in maniera chiara ed efficace, molti degli elementi necessari per comprendere quanto un approccio femminista sia ancora quanto mai necessario e per intravederne le evoluzioni future.

Brescia si legge ha intervistato Jennifer Guerra per conoscere la genesi del libro e per capire se (e come) il fatto di essere nata e cresciuta a Brescia abbia influenzato la sua visione ed il suo interesse per queste tematiche fino a farla diventare una delle più brillanti voci femministe della sua generazione.

Jennifer Guerra, nata nel 1995, è cresciuta a Villa Carcina. Oggi, dopo aver studiato e vissuto per qualche anno a Milano, Jennifer lavora come giornalista presso The Vision (un portale di informazione di qualità che si rivolge in particolare ad un pubblico Millennial) ed ha già pubblicato un saggio, con Edizioni Tlon, che sta riscuotendo un notevole successo. Come è potuto accadere?

(ride) Diciamo che ho sempre avuto la passione della scrittura, anche se per molto tempo non ho pensato che potesse diventare un lavoro. Ho comunque cominciato a scrivere molto presto, fin da quando avevo 14/15 anni, per blog o siti: quella per la scrittura è una passione che ho sempre coltivato. All’università ho studiato Lettere pensando di fare l’insegnante, e poi in magistrale “Editoria Comunicazione e Moda”, specializzandomi sulla Moda in quanto appassionata dalla teoria della moda. Un po’ per caso mi sono quindi trovata a collaborare su questi temi con Forbes, che è stata la prima testata giornalistica importante per cui ho scritto, e poi con The Vision dove sono stata assunta per fare il praticantato.

In questi anni mi sono avvicinata al femminismo sempre grazie alla mia attività di scrittura, collaborando con un blog che in Italia si è occupato tra i primi di femminismo in maniera “giovane”, per ragazze, che si chiamava Soft Revolution con cui ho collaborato per diversi anni.

Tutte queste esperienze sono state molto utili sia perché ho imparato molte cose sul femminismo, sia perché mi hanno permesso in “imparare a scrivere” e quindi di riuscire a trasformare questa mia passione in un lavoro.

All’inizio del libro tu dichiari che il tuo modo di intendere la “condizione della donna” è inevitabilmente influenzato dal TUO particolare vissuto di “ragazza giovane, bianca, istruita, di classe medio-bassa, con un lavoro nella famigerata industria culturale”. Credi che essere cresciuta a Brescia, altro elemento che fa parte del tuo vissuto, abbia avuto un’influenza sul modo in cui vedi le cose, o anche solo sul fatto che tu sia arrivata a scrivere di “femminismo”?

Per la precisione io sono cresciuta in provincia, in Val Trompia (ho fatto anche le scuole superiori a Gardone Val Trompia) ed ho sempre vissuto questo contesto in cui vivevo in maniera opprimente.

Crescere in Val Trompia l’ho vissuto come una grande limitazione delle mie idee: il contesto non era esattamente progressista e libero, ed io ho vissuto con grande sofferenza il fatto di vivere in un contesto così piccolo e chiuso. Durante quegli anni non ho mai avuto occasione di partecipare a gruppi, collettivi o altro: ho fatto un percorso un po’ diverso dal classico percorso femminista che ti porta a frequentare determinati ambienti e a fare una certa militanza.

Anche per questo mi sono avvicinata davvero al femminismo solo alla fine delle superiori, in un momento in cui ho avuto quel pizzico di libertà in più e in cui ho cominciato a uscire dal contesto in cui sono cresciuta; e scoprire che c’era chi diceva che anche una giovane donna può fare cose che il contesto attorno a me non riteneva invece adatte a una ragazza, ad esempio, mi ha fatto sentire molto più libera, molto più sollevata.

Potrei quindi dire che sì, il contesto in cui sono vissuta ha contribuito a farmi interessare e affascinare da questi temi, in un certo senso per reazione. Ed in questo, il potermi esprimere ed il potere conoscere online mi ha sicuramente aiutato. Anche se questo percorso fatto, in cui manca tutta quella parte di militanza giovanile più classica, continuo comunque a viverlo come un limite.

Nella premessa del libro tu spieghi il motivo per cui, fin dal titolo, hai posto al centro del discorso sulla condizione femminile il “corpo”. In un mondo in cui diritti, benessere materiale, libertà e serenità sono messi sempre più a repentaglio, dici, il corpo – con i suoi desideri – sembra essere l’unica cosa che non ci potranno togliere, e quindi anche la cosa da cui ripartire. Allo stesso tempo, però, i corpi delle donne sono ancora oggi costantemente “esposti, regolamentati, sfruttati, ingabbiati, scherniti, giudicati, toccati”, quindi tutt’altro che liberi. Per quale motivo hai deciso di partire proprio da qui, dal corpo?

Il corpo è uno dei temi principali del femminismo, un aspetto da cui chi si confronta con questo tema deve necessariamente passare.

L’idea che spero di essere riuscita a esprimere è che il corpo delle donne è sempre stato uno strumento per la loro oppressione nel senso che il corpo è ed è sempre stato costantemente giudicato, sfruttato etc. Il corpo della donna ha sempre un altro fine, un fine diverso rispetto alla sua semplice esistenza e rispetto alle finalità che esso ha per la persona che quel corpo lo abita. In questo senso, quindi, il corpo è sempre stato uno strumento “usato” per mettere ai margini la donna, per escluderla.

Il femminismo, in particolar modo quello degli anni ’60 e ’70, è invece riuscito a rivendicare l’importanza del corpo senza negarlo. Per reazione, il femminismo avrebbe potuto dire: “io rinnego il corpo e punto sulla superiorità morale e spirituale delle donne”; invece il femminismo ha posto l’accento proprio su quello che è stato ed è il simbolo della sua oppressione, e cioè sul corpo.

Negli ultimi tempi, nell’appiattimento del femminismo a cui stiamo tuttavia assistendo (il femminismo oggi rischia spesso di essere banalizzato, sui social e non solo, specie da chi se ne occupa in maniera improvvisata), la dimensione del corpo è stata tuttavia un po’ messa da parte. Ci sono tante riflessioni sulla rappresentazione del corpo, ad esempio: riflessioni che sono giustissime, ma che vanno un po’ a discapito della riflessione sulle condizioni materiali, sulla materialità del corpo. Per questo mi interessava recuperare questo tema, un tema classico negli anni ’60 e ’70, affrontandolo e ripresentandolo in un modo più contemporaneo.

Il “pensiero femminista” è avanzato a ondate, alternando momenti di forte spinta a momenti di riflusso. Nel libro, ad un certo punto, tu dici che nella nostra epoca (nel mondo, un po’ meno in Italia) la parola “femminista” sembra essere oggi tornata in auge, sembra essere diventata in un certo senso “pop”, anche se – in parte – con il rischio di svuotarsi un po’ di significato e di ridursi a individualismo o apparenza. Secondo te e dal tuo osservatorio “Millennial”, dal punto di vista della condizione e della consapevolezza femminile viviamo in un’epoca di progresso, oppure di regresso?

Senz’altro siamo in un momento in cui il femminismo ha una grande popolarità, e questa cosa porta sia ad aspetti positivi che negativi.

Io onestamente penso che gli aspetti positivi siano più di quelli negativi, anche perché esempi commerciali o di marketing che “sfruttano” il femminismo, che pure ci sono, non sono problemi del femminismo in sé: non è colpa del femminismo se viene mercificato.

Allo stesso tempo, tuttavia, è necessario fare un po’ di autocritica e capire quali sono i limiti e i pericoli di un’eccessiva semplificazione. E’ una cosa che noto quotidianamente anche nel rapporto che ho con Instagram (dove ho 13k follower: chi l’avrebbe mai detto!): io mi trovo sempre molto in difficoltà nel dover semplificare, un po’ anche per il lavoro che faccio (io tengo molto a essere precisa e attenta in quello che dico, desiderosa di attenermi a un principio di “verità”), perché mi rendo conto che la complessità del femminismo, delle correnti, della sua storia, è veramente notevole.

E’ difficile oggettivamente far capire questa complessità evitando che le cose vengano travisate o banalizzate e riuscendo allo stesso tempo ad arrivare a chi ti ascolta.

Io però penso che il fatto che così tante persone siano interessate è già di per sé un bene, anche perché nessuno nasce con la conoscenza massima. Il femminismo è anche un percorso di crescita, e siccome c’è sempre spazio per migliorare, io credo che l’importante è parlarne, porsi le domande ed avere qualcosa da cui cominciare.

Come dicevi prima sei cresciuta in provincia di Brescia, ma allo stesso tempo non hai mai partecipato attivamente alla vita cittadina e molto presto te ne sei anche andata. Brescia la percepisci come una città culturalmente viva, o credi ci sia ancora molto da fare? Che accoglienza sta ricevendo “in patria” il tuo libro, ed hai in programma presentazioni nella nostra provincia?

Poche settimane fa mi ha contattato il comune di Castenedolo, l’assessora alle pari opportunità, per chiedermi se volevo contribuire ad una sezione della biblioteca dedicata ai temi femministi con il mio libro. Onestamente questa cosa mi ha fatto molto piacere e mi ha anche molto stupita perché non me lo sarei aspettato da un comune nel bresciano, così come mi ha stupito la grande attenzione che ho riscontrato anche nella comunicazione istituzionale di quel comune al linguaggio inclusivo.

Sinceramente io Brescia la conosco poco e l’ho sempre frequentata poco, anche perché facendo l’università fuori (a Milano) mi sono più “identificata” con quei luoghi che con quelli di origine.

In generale però ho un’opinione positiva della città oggi: mi sembra di vedere che, tra la gente della mia età, c’è un grande impegno per mantenere vivo un certo fermento. Mi sembra che ci siano tante iniziative belle: anche se non sono presente fisicamente la valorizzazione della cultura a Brescia io la vedo, e ne sono ovviamente felice.


Jennifer Guerra il corpo elettrico

Titolo: Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà
Autore
: Jennifer Guerra
EditoreEdizioni Tlon (2020)

Genere: Saggio
Pagine: 149
Isbn: 9788899684709

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