“Una specie di vento”: la strage di Piazza della Loggia raccontata da vittime e sopravvissuti

Recensione a cura di Katiu Rigogliosi per Brescia si legge

“Il 28 maggio 1974, alle 10.12, io ho smesso di essere quel che ero e ho cominciato a essere quello che sarei stato per il resto della vita: un sopravvissuto”.

Redento Peroni

Il 28 maggio 1974 è una data rimarrà scolpita nella memoria: nella memoria dei bresciani, certo, ma anche di tutta quell’Italia che scende in piazza per rivendicare i propri diritti, e che crede che un futuro migliore sia possibile, sempre.

Ed è con questo spirito che dobbiamo approcciarci a “Una specie di vento”, il romanzo di Marco Archetti pubblicato nel 2018 (Chiarelettere – acquista qui) per ricordare la strage di Piazza della Loggia restituendo la voce alle vittime in una sorta di Spoon River post strage.

Un libro particolarmente toccante, quello scritto dall’autore bresciano, che racconta non solo la strage ma anche, e forse soprattutto, le vite normali delle persone normali che quel giorno si trovavano in Piazza Loggia.

Il libro fa parte della nostra bibliografia “12 libri per non dimenticare la strage fascista di Piazza della Loggia”

La memoria storica completata dal lavoro dell’autore

Nelle pagine iniziali l’autore fa una doverosa premessa: questa è un’opera di fantasia.

Se da un lato il libro si basa su un’intervista fatta dall’autore a Redento Peroni, ex-operaio e antifascista presente sotto quel portico in quel tragico giorno e sopravvissuto alla strage (con timpano sfondato e varie schegge conficcate nel corpo), le memorie di questo importante testimone sono infatti intermezzate dal racconto della vita di altre otto persone che non possono testimoniare l’accaduto, in quanto perite in quel tragico giorno.

Ed è qui che l’autore usa la fantasia: si immagina che siano proprio loro a raccontare ai lettori cosa li spinse a scendere in piazza e, soprattutto, cosa li spinse nella vita a lottare non solo per i propri diritti, ma anche per quelli della comunità.

Redento Peroni: il fantasma sono io

Brescia, 28 maggio 1974: la sfera colpisce i birilli. Alle 10.12 la vita di otto persone si è fermata, la vita vostra o dei vostri cari si è fermata, la storia si è fermata. Redento Peroni, oggi più che 80enne, quel giorno era lì, sotto ai portici in piazza, di fronte alla Loggia, accanto alla fontana. Pioveva quel giorno, qualcuno dei manifestanti cominciava ad aprire l’ombrello per ripararsi dalle gocce insistenti.

“Gnaro, vé dénter che ‘l piöf!”.
E’ grazie a questa frase se Redento si è salvato.
E’ grazie alla gentilezza di qualcuno se lui si è spostato leggermente sotto le arcate, ma nella parte in cui le schegge più grosse non sono arrivate.

Redento Peroni da allora, con qualche piccola scheggia ancora conficcata nel corpo, non ha perso un’arringa, un dibattito, una sentenza. Ha visto giudici passarsi la palla senza emettere un respiro; ha visto avvocati urlare, insistere, battere le mani sulle scrivanie; ha visto imputati impassibili, immobili, nascosti dietro una maschera di omertà e di terrore.

Ha dovuto aspettare il 20 giugno 2017 per vedere un sorriso, il proprio: quel giorno è stata emessa la sentenza definitiva. Ergastolo per gli unici due imputati presenti in aula, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, uno neofascista di Ordine Nuovo e l’altro fonte dei Servizi Segreti.

Il cuore dilaniato della città

“Una manifestazione a cui, tra dieci minuti, mi unirò. E’ fatta da gente che rinuncia a un po’ del suo stipendio per dire che le cose non vanno bene”. E’ questo il pensiero generale delle migliaia di persone scese in piazza quel giorno. Nessuno di loro era armato, nessuno di loro voleva la guerra. Ma tutti loro, uniti, volevano urlare al cielo – e allo Stato – che le cose non andavano proprio benissimo. Che il lavoro era sottopagato, che i diritti dei lavoratori venivano calpestati ma che, soprattutto, un’aria fascista veleggiava ancora tra le nostre strade, le nostre vie, dentro le nostre case.

E che qualcuno doveva fermarli.

Vittorio Zambarda.
Euplo Natali.
Giulietta Banzi.
Alberto Trebeschi.
Clementina Calzari.
Livia Bottardi.
Bartolomeo Talenti.
Luigi Pinto.

Pensionati, professori, custodi. Mariti, mogli, padri, nonni. Figli e figlie. Otto morti. 102 feriti. Corpi stesi a terra, senza più un’identità, senza più un nome, senza più un’anima.

Marco Archetti, bresciano classe 1976, scrittore e giornalista che oggi si occupa soprattutto di cultura, ha scritto diversi romanzi pubblicati da importanti editori nazionali in buona parte ambientati tra le nostre strade. In questo romanzo, che non può mancare nelle librerie dei bresciani e non solo, ha fatto molto di più: ha dato voce a chi la voce non ce l’ha più da ormai quasi 50 anni e li ha fatti parlare, urlare.

Fino a farli quasi ri-vivere.


Titolo: Una specie di vento
Autore: Marco Archetti
Editore: Chiarelettere, 2018

Genere: Romanzo
Pagine: 192
Isbn: 9788832960853

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