Dai diari di Emi Rinaldini, un “ribelle per amore” ucciso a 23 anni sui monti della resistenza bresciana

Emiliano Rinaldini (1922-1945), resistente bresciano

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

La verità abita in pochi, deve essere posta in tutti; solo allora avremo la pace che oggi cerchiamo di procurarci inutilmente con le armi.

Emiliano Rinaldini, “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano ”, p. 85

Sembrano le parole di una persona vissuta, con infinite esperienze alle spalle, e invece a lasciarcele è stato un ragazzo che non ha mai compiuto più di ventitré anni. Parliamo di Emiliano Rinaldini, detto Emi, un giovane maestro e redattore bresciano che, unitosi alla resistenza locale nel 1944, è morto ucciso dai fascisti l’anno successivo a Pertica Alta, in Val Sabbia.

Un mite dall’anima grande, Emi. Per lui, le parole avevano un peso concreto e prezioso, così come il senso di ogni vita. Ce lo dimostra in una serie di diari da lui scritti e nascosti negli anni del secondo conflitto mondiale, sorprendentemente arrivati sino a noi.

Una selezione degli scritti contenuti in tali diari, pubblicata per la prima volta tra il ’46 e il ’47 e quindi riproposta in varie edizioni sino al 2015, è di recente confluita nel volume “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano”, edito da Morcelliana-Scholé per commemorare il centenario della nascita di Emi Rinaldini (19 gennaio 2022). Questa nuova edizione dei diari è introdotta da una prefazione della docente e studiosa bresciana Daria Gabusi, oltre che da due presentazioni risalenti al ’47, scritte rispettivamente da padre Agostino Gemelli e da alcuni amici di Emi.

I passi diaristici raccolti, inerenti all’arco temporale fra il giugno 1942 e l’aprile 1944, ci restituiscono il volto dolce e nobile di un ragazzo umile e generoso che è stato capace di un’immensa testimonianza umana e civile. Pagina dopo pagina, percorriamo con Emi le vie di Brescia e ci caliamo nel vivo di una quotidianità fatta di fede, studio, lavoro, famiglia e impegno sociale. Sentiamo sulla nostra pelle dubbi e inquietudini e respiriamo l’aria dolente degli anni di guerra, sino alla travagliata ma irremovibile decisione di Emi di ribellarsi, di rifugiarsi sui monti e di entrare nella resistenza.

Un ragazzo dalla grande spiritualità nella Brescia del ventennio fascista

Nato il 19 gennaio 1922 a Brescia, Emi cresce in centro città con i genitori, la sorella Giacomina e i fratelli Luigi e Federico. Educato nei principi della fede cristiana, Emi matura uno spirito fortemente altruista, attento al prossimo e profondamente antifascista. La sua predisposizione per le materie umanistiche e per il contatto con gli altri lo porta a scegliere l’insegnamento come vocazione e professione. È un giovanissimo maestro pieno di sensibilità e di entusiasmo, colui che a distanza di anni ci parla attraverso il suo diario.

Grazie ai suoi numerosi contatti con gli esponenti dell’ambiente cattolico di Brescia, Emi entra nella redazione della rivista pedagogica “Scuola Italiana Moderna”. Si iscrive inoltre alla facoltà di magistero dell’Università Cattolica di Milano e ciò gli permette di conoscere padre Gemelli.

I sogni coltivati da Emi sono quelli di un giovane che si apre alla vita con fede e con coraggio in un mondo sbranato dalla guerra. Spera di poter continuare a studiare, di costruire un giorno una famiglia. Sogna di trovare l’amore e, mentre immagina la sua donna ideale “con poca fantasia”, come dice lui, scrive una lettera alla fidanzata che non avrà mai e che costituisce una delle pagine più tenere e commoventi del diario. Soprattutto, si augura ogni istante che la guerra finisca e che il fascismo cada. Non solo: auspica che tutti e tutte sappiamo trarre dalla guerra, dal dolore e dalla miseria che ne derivano, saldi insegnamenti per un migliore avvenire collettivo, più puro e giusto.

Ho bisogno però di entrare di più in questo mare di sangue, in questa vastità di dolore, sentire il pianto di chi soffre senza difesa, di chi muore senza mamma. Devo entrare in questo gioco di forze, sentirlo dentro di me, in poche parole, vivere questa vita.

Allora la guerra rovinatrice, per me, non sarà passata invano; avrò imparato qualche cosa di grande, vivendo vicino all’umanità crocifissa.

Emiliano Rinaldini, “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano”, p. 100

Ecco la grandezza della statura morale di Emi. A lui non preme tanto schivare la tempesta e sopravvivere; lui vuole lasciarsi attraversare dal nubifragio per imparare veramente a navigare e uscirne più forte. Lui è una di quelle persone che il dolore può finire soltanto col nobilitare.

Dobbiamo comprendere che il cristianesimo è eroico o non è.

Emiliano Rinaldini, “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano”, p. 184

La spiritualità cristiana di Emi è sempre terra da arare e impasto da stendere, mai mero sfoggio di una moralità sbandierata che si rivela simile a una bottiglia vuota ricoperta di pompose etichette. Il suo cattolicesimo è ascolto e incontro, lavoro su se stesso e impegno attivo all’interno della società. La sua fede lo porta sempre verso gli altri e soprattutto verso i poveri, i soli, i nullatenenti. In città, Emi è infatti conosciuto anche per il suo impegno di volontariato all’oratorio della Pace a sostegno dei meno abbienti e tra gli sfrattati dei quartieri popolari.

Tempo di resistere, tempo di disobbedire

Il 26 luglio 1943, dopo aver saputo della destituzione di Mussolini, Emi annota nel suo diario parole sincere e precise, di profondo sollievo e di accesa speranza, esprimendo senza mezzi termini tutta la sua avversione al regime.

Ieri notte, verso le ventiquattro, ho sentito dalla gente in cortile la notizia, che tanti da tempo desideravano, ma nessuno pensava s’avverasse. Oggi finalmente ci sentiamo liberi; oggi è tolto il giogo che vilmente e inconsciamente ci asserviva al dispotismo di un uomo.

Emiliano Rinaldini, “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano”, p. 179

Quello che però Emi non può sapere è che questa non è ancora la fine del fascismo, bensì il tragico inizio di un nuovo, orrendo capitolo di storia. A ogni modo, non resta con le mani in mano: aiuta a nascondersi i renitenti alla leva, fornisce equipaggiamenti ai primi resistenti e sostiene con diversi mezzi chiunque ne abbia bisogno, servendo nella “milizia civica” di Astolfo Lunardi, un’associazione a scopo caritativo e assistenziale.

Verso la fine del ’43, per sfuggire alla chiamata alle armi della Repubblica sociale, Emi si rifugia per qualche tempo in alta Val Trompia con alcuni amici. Nel febbraio del ’44, però, nel timore di ritorsioni contro la famiglia, si presenta all’appello e viene destinato alla caserma Achille Papa di via Guglielmo Oberdan a Brescia. Non riesce tuttavia a togliersi dalla testa i combattenti sui monti, i fuggiaschi, i prigionieri e tutti quelli che pur di dire no hanno lasciato casa e famiglia. La ribellione non è un sentiero facile per nessuno, ma per Emi in modo particolare: scappare, vivere da fuorilegge, armarsi e sparare? È tutto così in contrasto con la sua natura mansueta, sprezzante dei conflitti, e nondimeno con la sua fede.

Il 20 aprile, però, saputo che si prospetta il trasferimento del suo reparto in Germania, neppure il mite Emi ha più alcun dubbio. È cessato il momento di stare a vedere come evolve la situazione e di rispettare gli ordini: questa è la stagione della disobbedienza; morirà nel suo paese da ribelle, se necessario, ma in nessun modo si lascerà trascinare in Germania dai nazisti.

Emi fugge perciò dalla caserma e raggiunge a piedi l’alta Val Trompia. Da qui in poi, sarà un continuo fuggire e nascondersi, oltre che incontrare nuovi compagni di lotta con cui organizzare piccole bande e colpi di mano. Diventa vice caposquadra di un gruppetto stanziato a Sacù in Val Sabbia e ad agosto aderisce alla brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi, per poi stabilirsi definitivamente a Pertica Alta con gli altri compagni che con lui compongono il gruppo S4.

C’è ancora un dovere per noi: Amare la Patria.

Emiliano Rinaldini, “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano”, p. 176

Era un giorno di guerra e di neve in Val Sabbia

Bisogna tenersi preparati a morire perché la morte non si fa annunciare: viene e ci fa reclinare il capo.

Emiliano Rinaldini, “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano”, p. 102

I diari di Emi si interrompono nell’aprile del ’44, al concretizzarsi della scelta drastica che cambia irreversibilmente la sua giovane vita. A segnare la svolta, il libro riporta due lettere fatte arrivare da Emi alla famiglia tramite delle staffette. Non abbiamo purtroppo le sue pagine dedicate ai giorni sui monti, sequestrate e distrutte con il suo arresto, e ciò è uno strappo al cuore. Abbiamo imparato a conoscerlo, non ci è stato possibile non volergli bene, e ora? Ora dobbiamo lasciarlo alla sua strada, un’impervia strada di montagna costellata di croci che si inerpica e ridiscende in una spirale di orrori, di coraggio e di morte.

Per mitigare la nostalgia che già sentiamo di lui, torniamo sulle sue parole come su sentieri della resistenza, raccogliamo ogni sua riflessione e finalmente riusciamo a immaginarlo: lo vediamo tra i suoi compagni, sempre attento e disponibile, volenteroso e nondimeno in grado di riservarsi momenti di silenzio e riflessione. Mansueto per natura, pacifista fino all’ultimo anfratto d’anima, dalla montagna impara suo malgrado a imbracciare le armi per difendere il più debole, per contrastare la violenza.

Quella del 7 febbraio 1945 è una gelida alba invernale, l’ennesima di una guerra che sembra non finire mai. A Odeno, frazione del comune sparso di Pertica Alta in Val Sabbia, tutto sonnecchia nel bianco ovattato della neve. All’improvviso, la pace dei monti è lacerata: il 40° battaglione mobile della Guardia nazionale repubblicana irrompe a Odeno per verificare la posizione del parroco don Lorenzo Salice, sospettato di nascondere dei prigionieri di guerra slavi. I resistenti, ignari di tutto, dormono ancora nelle case e nelle stalle dei valsabbini. Il loro è un risveglio da incubo: l’intero paese è accerchiato.

Riescono a mettersi tutti in salvo, tranne uno: Emi. Il suo tentativo di superare il dislivello che porta alla chiesetta di Odeno è ostacolato dalla neve e il giovane, raggiunto dalle truppe fasciste, viene catturato. Quanto segue è un’interminabile, dissanguante catena di interrogatori, intimidazioni e torture, il paradigma di dolore che accomuna la sorte di tutti i resistenti che non riescono a sottrarsi alla cattura.

Stando alla testimonianza del sopravvissuto don Salice, durante il primo interrogatorio viene chiesto ai parrocchiani di Odeno se essi conoscano Emi. «Io non li conosco e perciò essi non mi possono conoscere» risponde Emi per conto loro. Riconosciuto da un sottotenente che è stato suo compagno di scuola, è quindi investito dalla seguente provocazione: «È stato padre Gemelli a insegnarti a fare il ribelle?». A questa domanda, Emi risponde con il silenzio di chi non ha nulla per difendersi se non la verità dei giusti. Il medesimo silenzio che mantiene mentre subisce sevizie e torture.

Il 10 febbraio, Emi viene ritrovato senza vita vicino alla chiesina di san Bernardo a Belprato, un’altra frazione di Pertica Alta. È riverso nella neve, quasi in ginocchio come se pregasse, con la schiena crivellata da quattordici colpi. Con sé, ha qualche nocciola che non lo aiuterà più a blandire i morsi della fame, la sua corona del rosario, che le sue dita non potranno più sgranare, e, infine, l’”Imitazione di Cristo” di Tommaso da Kempis, infinitamente letto e meditato, da cui nessuno potrà lavare le tracce del suo sangue.

Emiliano Rinaldini (1922-1945), resistente bresciano

La drammatica odissea di una famiglia di giusti

La grandezza degli eroi non ha bisogno di vendetta; s’afferma da sé nella verità e nella giustizia.

Emiliano Rinaldini, “Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano”, p. 237

Nel suo “Brigata Perlasca”, l’ex resistente Emilio Arduino descrive Emi come il “perfetto cavaliere d’un ideale di giustizia”. Non si potrebbe trovare una definizione più appropriata. Tutto in lui è integrità, volontà di arricchimento e di elevazione da estendere a ogni cosa, anche alla lotta resistenziale. Per Emi, la vita sui monti, nella quotidianità così come nei sabotaggi e nei momenti più aspri, è una lotta improntata al risparmio e non allo spreco di vite. A spronarlo sono l’amore per le persone e la volontà di proteggerle, mai l’odio per i nemici. Lui e tutti quei combattenti della resistenza che gli assomigliano nell’indole e nella condotta sono l’incarnazione del “ribelle per amore” di cui parla il resistente Teresio Olivelli nella sua preghiera.

La scure della dittatura e della guerra, che tanto pesantemente si abbatte su Emi, non risparmia nemmeno i suoi famigliari. Il fratello Federico, più giovane di Emi di un anno, è catturato nel ’44 mentre fa la staffetta in città per conto di alcuni gruppi delle Fiamme Verdi. Rinchiuso nel lager di Bolzano, è poi trasferito a Mauthausen e infine nel sottocampo di Gusen, dove muore soltanto un mese prima della liberazione. Nel vicolo delle Dimesse in corso Garibaldi, davanti alla porta di quella che è stata casa sua, brilla in suo ricordo una pietra d’inciampo. Alcune sue lettere inviate alla famiglia durante la prigionia sono incluse ne “Il sigillo del sangue”.

Anche la sorella Giacomina è staffetta e viene a sua volta arrestata e deportata in Germania, in un lager vicino a Buchenwald. Indelebilmente minata nel fisico, fa ritorno a Brescia a guerra finita, percorrendo chilometri e chilometri a piedi. Il maggiore dei fratelli Rinaldini, Luigi, ordinato sacerdote nel febbraio del ’44, serve nella resistenza bresciana in qualità di cappellano delle Fiamme Verdi e sopravvive. Ai coniugi Rinaldini, arrestati e rilasciati nel settembre del ’44, spetta il merito, pagato a carissimo prezzo, di aver allevato la figlia e i tre figli nell’amore disinteressato per l’umanità e in una fede concreta e luminosa che infonde il coraggio di ribellarsi a ogni forma di sopruso e di violenza.

Le scelte di Emi e dei suoi famigliari testimoniano che, anche nelle epoche più buie, esistono persone capaci di vivere non solo per se stesse e di fare quanto è nelle loro forze per contrastare l’odio e l’ingiustizia. Vogliamo rendere omaggio a ciascuna di queste persone, anche a quelle per cui non è stata posta alcuna pietra d’inciampo, alle sopravvissute e a quelle che non ce l’hanno fatta, alle più ricordate e alle invisibili, alle decorate e alle dimenticate. Che siano loro la nostra ispirazione, in una società troppo spesso convinta che sia possibile costruire un futuro senza difendere e rinnovare la memoria di un passato tanto doloroso e imprescindibile.


Titolo: Il sigillo del sangue. Diario spirituale di un maestro partigiano
Autore: Emiliano Rinaldini

Curatrice: Daria Gabusi
Editore: Morcelliana-Scholé, 2022 (edizioni precedenti: 1947, 1957, 1983, 2015)

Genere: Diario
Pagine: 288
ISBN: 9788828404293

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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