Chiusure, quartiere aperto. Testimoni e immagini per riscoprire l’identità di un quartiere

Vista dall’alto delle “Case dei Francesi”, primo nucleo contemporaneo del quartiere, appena concluse. Archivio Fotografico Civici Musei di Brescia

Recensione di Andrea Franzoni per Brescia si legge

Testimonianze, immagini d’archivio, documenti d’epoca e album di famiglia, per raccontare la nascita di un quartiere e la sua evoluzione riscoprendone e rivendicandone l’origine e l’eredità aperta, laboriosa e popolare.

“Chiusure, un quartiere aperto. Le origini del quartiere, testimonianze e immagini dagli archivi e dagli album di famiglia”, a cura di Francesco Florenzano, è il risultato di una ricerca condotta sul campo dall’autore e da un gruppo di volontari. Un grande album, costruito giustapponendo immagini e testimonianze di prima mano, che racconta la storia delle comunità insediate nei quartieri Torricella, Sant’Anna, San Antonio e San Giacomo finendo per realizzare un racconto “intimo” di ciò che è stata l’evoluzione della nostra società nel corso del Novecento letta dal punto di osservazione della periferia.

La pubblicazione, disponibile gratuitamente presso il Punto Comunità del Quartiere Chiusure (per informazioni: cdqchiusure@comune.brescia.it) e consultabile online all’indirizzo https://www.chiusureunquartiereaperto.it/, è stata promossa dal Punto di Comunità e dal Consiglio di Quartiere Chiusure con l’obiettivo di aiutare gli abitanti di oggi a riscoprire l’origine e la natura del quartiere che oggi li ospita.

Salvare un quartiere dal rischio dell’anonimato

Nato alla fine degli anni ’30 in un’area al di là del Mella tradizionalmente destinata all’agricoltura, e sviluppatosi enormemente nel dopoguerra soprattutto grazie ai progetti di edilizia popolare, il quartiere di Chiusure può apparire oggi come un insieme disorganico di parrocchie ed edifici datati: una periferia urbana alle prese con il costante rischio di diventare un quartiere dormitorio incapace di generare attaccamento, storie o senso di identità.

Come racconta efficacemente il libro, tuttavia, il quartiere di Chiusure ha al contrario una storia peculiare e a suo modo ‘eroica’ le cui tracce rimangono scolpite negli edifici, negli album di famiglia e nei ricordi dei reduci di un tempo in cui Chiusure era veramente una comunità.

Come spiega il curatore Francesco Florenzano nell’introduzione,

Il Quartiere Chiusure racchiude nella sua recente storia molte vicende significative, prima tra tutte quella della nascita della Parrocchia di Sant’Antonio. Diverse personalità si sono avvicendate [in questa parrocchia di periferia]: Padre Giulio Bevilacqua, fine teologo e unico cardinale-parroco della storia della Chiesa; Papa Paolo VI (…); Padre Ottorino Marcolini. Ma la stessa storia delle case del quartiere è motivo di importanza per questa zona della città. Molte abitazioni sono infatti nate sotto l’insegna del Piano INA-Casa, una delle maggiori esperienze italiane nel campo dell’edilizia sociale. L’importante tradizione popolare e operaia che ne è conseguita è origine di decine di storie che nella loro minutezza sono racconto importante di un’Italia che non esiste più e di cui, nei prossimi anni, rimarrà difficilmente memoria.

Francesco Florenzano, introduzione a “Chiusure. Un quartiere aperto”

Da qui, la necessità di preservare questa eredità partendo dalle memorie intime dei testimoni dell’evoluzione di questo quartiere, gli anziani che ancora vivono in questo quadrante di città, resi protagonisti di un lavoro che rientra nel filone della public history e che permette di rileggere e riscoprire un quartiere restituendo dignità a chi questo luogo l’ha vissuto e costruito ma anche cercando di riannodare i fili del senso di appartenenza a una comunità.

Le case dei francesi

La pubblicazione è divisa in sei capitoli, che sviluppano – partendo dalle testimonianze e dagli album di famiglia – alcuni aspetti fondamentali concentrandosi soprattutto tra gli anni Trenta e gli anni Settanta: le origini del quartiere, i ricordi d’infanzia, il senso di comunità e lo stare insieme, la Politica, il lavoro, Le parrocchie (e Padre Giulio Bevilacqua).

Tra le pagine forse più interessanti, quelle dedicate alle origini del quartiere e cioè al passaggio dalla società contadina (di cui rimangono nel quartiere alcune tracce, come la Cascina Vigasio di via del Franzone) alla dimensione della “borgata”, cioè del quartiere popolare nato per accogliere le famiglie numerose provenienti dalle campagne e giunte in città per lavorare nella nascente industria pensato inizialmente per riprodurre in parte le dinamiche della “vita di paese”.

Particolarmente evocativa l’origine del primo nucleo “contemporaneo” del quartiere Chiusure, che risale alla fine degli anni ’30 e che è ancora ben visibile lungo via Chiusure, e cioè delle cosiddette “Case dei francesi” destinate ai profughi italiani residenti in Francia che furono precipitosamente rimpatriati (come raccontano alcuni testimoni intervistati per il libro) alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.

Come spiega il curatore, “un piano per il rimpatrio dei connazionali fu messo in atto dal governo fascista sul finire del 1938. Il piano prevedeva rimpatri volontari organizzati con l’assegnazione di case ed era principalmente rivolto agli italiani in Francia. Le case per i rimpatriati venivano costruite in quartieri dello IFACP (Istituto Fascista Autonomo Case Popolari), come le due borgate del Trullo e del Tufello a Roma. A Brescia tale sobborgo fu quello delle cosiddette “Case dei francesi”: 16 edifici, costruiti lungo via Chiusure, sulle cui facciate è ancora visibile la targa dell’IFACP che riporta la datazione, che possono essere – perché no – l’occasione per una passeggiata urbana con “caccia al tesoro” fuori dagli schemi.

Per informazioni: https://www.chiusureunquartiereaperto.it/

Andrea Franzoni

Nato negli anni ’80, vive in equilibrio tra Brescia e Milano. Sociologo di formazione ed attivista per necessità, lavora in una multinazionale del marketing e della comunicazione continuando a coltivare parallelamente la sua passione per le storie ed il desiderio velleitario di contribuire a rendere la città natale un po' più aperta e consapevole. Prima di fondare "Brescia si legge", ha pubblicato un romanzo distopico (Educazione Padana, 2018) e una raccolta di racconti ('I forestieri e l'anima della città. Storie di migranti a Brescia nella seconda metà dell'800', 2019).

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