Il Medioevo spiegato attraverso le acconciature e il costume del tempo, nel nuovo saggio della studiosa bresciana Virtus Zallot

Recensione di Rosanna Romele per Brescia si legge

Pensare di leggere un libro che parla di capelli nel Medioevo può sembrare un vezzo bizzarro. “Sulle teste del Medioevo”, il saggio scritto dalla docente all’Accademia Santa Giulia e studiosa bresciana Virtus Zallot ed edito da Il Mulino (2021 – acquista qui), è invece la dimostrazione che per capire davvero un’epoca è necessario scoprire e studiare anche il costume e la cultura popolare del tempo, e che solo attraverso lo studio degli aspetti materiali è possibile interpretare e comprendere la mentalità dell’epoca ed i suoi piani simbolici.

Analizzando le fogge, le pettinature, il colore ed i significati simbolici attribuiti ai capelli, ricostruiti facendo ricorso all’arte, all’iconografia ed alla letteratura dell’epoca, il libro di Virtus Zallot parla infatti della mentalità e dei costumi medievali portandoci all’interno di un’epoca complessa, sorprendente ed affascinante ed affrontando, partendo dai capelli, temi di rilievo come la stregoneria, la devianza, lo stereotipo ed il pregiudizio. E lo fa con un libro autorevole, documentato ed anche piacevole da sfogliare, corredato da un ricco apparato iconografico che attinge a piene mani dalle opere dei grandi artisti del Trecento e del Quattrocento ma anche dei pittori attivi a Brescia come Giovan Pietro da Cemmo, che tanto ha operato nelle chiese camune nella seconda metà del Quattrocento. 

Un testo che si aggiunge all’interessante produzione di Virtus Zallot, che ha già dato alle stampe interessanti pubblicazioni in cui arte, storia e costume si incontrano: si pensi al libro “Con i piedi nel Medioevo: gesti e calzature nell’arte e nell’immaginario”, edito sempre da Il Mulino nel 2018, ma anche all’interessantissimo “Sculture d’artificio: altari barocchi in legno dell’alta Valle Camonica. Architettura, iconografia, botteghe e tradizioni artigiane”, edito dalla Compagnia della Stampa nel 2013: un percorso tra le strepitose e inaspettate sculture barocche che arredano le chiese camune.

Tra espressione di sé, superstizione e pregiudizio

“I capelli non sono altro che le parti superflue del corpo”: è con questa frase di S. Ambrogio, subito smentita dall’autrice, che prende avvio il libro. Sappiamo infatti che, sul piano estetico e sociale, i capelli hanno sempre parlato dell’individuo che li “indossa”. Colore, lunghezza, cura, pettinatura, esibizione e velamento sono stati assunti a giustificazione di un’indole o una condizione sociale.

Per giustificare questa affermazione, il testo di Virtus Zallot si basa sull’analisi di opere figurative e letterarie medievali che evidenziano come all’eccezionalità del colore della chioma spesso corrisponda l’eccezionalità dell’ agire del protagonista, o che testimoniano come pregiudizi e superstizioni si siano spesso ancorate a tratti esteriori – come – appunto il colore dei capelli.

In ambito letterario mediterraneo, ad esempio, tutti gli individui con capelli dai colori che si scostavano dal diffusissimo castano erano considerati figure foriere di conseguenze. Anche nella cultura popolare medievale europea, la diversità del colore dei capelli era sinonimo di devianza: basti pensare alla diffidenza nei confronti dei rarissimi” rossi” che si è protratta nel pensiero comune fino ad anni recenti (Zallot infatti cita il diffuso proverbio ‘Il più buono dei rossi ha gettato suo padre nei fossi’), oppure la tendenza ad assimilare capelli neri e spenti a indoli malvage.

Non così in età più antiche. Nel libro scopriamo però che il pregiudizio nei confronti dei capelli rossi non è presente nella Bibbia cui ai rossi viene attribuito un destino di primo piano (es. Davide, la regina di Saba ecc.); ciò rende verosimile che la diffidenza nasca in un ambiente culturale più tardo. Sempre indagando le fonti, scopriamo anche che il primato di bontà, levatura morale, dignità sociale e purezza spetta ai biondi come appare nell’iconografia della Madonna e di molti santi che vengono rappresentati biondi indipendentemente dalla scarsa diffusione di questo colore tra le chiome delle loro aree di provenienza.

Anche per quanto riguarda il capello biondo il pregiudizio, in questo caso positivo si è tristemente protratto almeno fino alla metà del ‘900 – Si pensi al fenotipo ariano che avrebbe dovuto rappresentare la superiorità della razza.

I capelli delle donne: teste velate vs. chiome scapigliate

I vari capitoli del libro analizzano i capelli sotto tutti i punti di vista: i tagli maschili, la tonsura, l’igiene, le acconciature, i capelli come rappresentazione del dolore ecc. L’autrice evidenzia inoltre come nell’iconografia evolva anche lo stesso modo di rappresentare i capelli: da elementi statici, essi passano infatti ad essere rappresentati in una fase più tarda come elementi vivi e in movimento.

Zallot riserva poi un’ampia sezione del libro ai capelli delle donne. Da sempre elemento d’attrazione, essi costituivano in epoca medievale anche un pericoloso strumento di seduzione che la donna morigerata doveva nascondere a tutti fuorché al marito. Di conseguenza l’ostentazione delle chiome, specialmente sciolte, connota la natura spregiudicata della femmina.

Il velo, secondo san Paolo, rappresenta un segno di sudditanza della donna. Anche per questo, i religiosi medievali e non solo si sono nei secoli adoperati per esortare le donne a nascondere le chiome. Si pensi all’obbligo (poi “uso”) di coprirsi il capo con un velo per entrare in chiesa, estinto soltanto a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, ma anche alla figura della strega che, nella tradizione popolare, ha chiome sciolte e scarmigliate (viene in mente la locale Strea Petenera che quando si pettina fa piovere anche se c’è il sole), a rappresentare l’aspetto negativo, deviante, demoniaco e dalla forte connotazione sessuale.


Titolo: Sulle teste del Medioevo. Storie e immagini di capelli
Autrice: Virtus Zallot
Editore: Il Mulino, 2021

Genere: Saggio illustrato
Pagine: 288
ISBN: 9788815293183

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