Pietro Bellotti: da Roè Volciano all’Europa, storia di un pittore bresciano acclamato nel Seicento
Letto e recensito da Candida Bertoli per Brescia si legge
“Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia. Stupore, realtà, enigma”, catalogo dell’omonima mostra allestita presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia e visitabile fino al 18 gennaio 2026, è una raccolta di saggi (edita dall’Officina Libraria delle Gallerie dell’Accademia di Venezia e curata da Francesco Ceretti, Michele Nicolaci e Filippo Piazza) che riporta l’attenzione su un pittore bresciano tra i più ricercati ed acclamati del suo tempo, ma il cui studio offre ancora oggi elementi di difficile interpretazione.
Bellotti nasce nel 1625, esattamente quattrocento anni fa, a Roè Volciano, sulla riviera gardesana, e morirà a Gargnano, sempre sul lago di Garda, 75 anni dopo. La sua formazione e la sua carriera professionale iniziano a Venezia dove, soltanto dodicenne, è allievo nella bottega di Girolamo Forabosco, ma già poco più di una decina d’anni dopo lo si vedrà affermarsi in autonomia ed iniziare ad intessere una rete di rapporti che lo porteranno prima in Baviera, poi a Milano in qualità di precettore del duca di Ucedo e infine a Mantova, con l’incarico di Soprintendente delle collezioni dei Gonzaga.
Il rapporto con i luoghi natali e Brescia rimarranno nel frattempo solidi, poiché notizie d’archivio attestano sia la presenza della moglie a Gargnano nel 1674 sia la realizzazione di un ritratto del conte Nicolò di Lodrone, esposto in città durante una processione della Madonna di San Luca, nonché l’aver tenuto a battesimo – a Gargnano – la figlia di un conoscente.
La prima fase dell’arte di Bellotti
I saggi contenuti nel volume illustrano con accuratezza quale sia stato il percorso dell’artista, le sue frequentazioni tra letterati ed accademie ed i pittori alla cui arte si sentiva più vicino; il suo debordante successo portò, soprattutto nella prima fase, alla realizzazione di numerosissime copie del medesimo soggetto. Ed è proprio durante tale periodo che il pennello del pittore indugia nei particolari anatomici e ne porta alla luce i più minuti dettagli: rughe incise nei volti, barbe arruffate, mani raggrinzite, unghie sudicie, corpi anziani che dimostrano impietosamente tutta la loro età.
“Una serrata sequenza di vegliarde che affiorano dalla penombra di ambienti sinistri, spesso con il capo velato da un pesante panno di lino, mentre stringono tra le mani consumate dal lavoro il filo della vita umana. A quanto ci è dato sapere, si pone dunque sotto l’egida di queste attempate popolane, dal volto rugoso quasi cotto dal sole, l’esordio in pittura di Bellotti che, raccogliendo il testimone lasciato da Forabosco, punta tutto su soggetti enigmatici, di natura mitologica, dal taglio oscuro e scopertamente allegorico. Limitandosi al solo caso della Parca Lachesi, sono infatti più di dieci le redazioni realizzate dal volcianese e dalla sua prolifica bottega, nelle quali viene riproposto l’insuperabile modello assestato nel 1654 nell’esemplare di Stoccarda, siglato con un lapidario “Bel.””
Francesco Ceretti – Un profilo per Pietro Bellotti – ivi, pag. 18
Un’interpretazione personale della pittura di genere
Successivamente Bellotti, complice anche la suggestione derivante dallo studio dell’arte di Jusepe De Ribera detto lo Spagnoletto, abbandona pressoché completamente i temi allegorico-mitologici che improntavano le sue prime opere – con risvolti ammiccanti all’immaginario negromantico e cabalistico – per dedicarsi ad un’interpretazione personale della pittura di genere: diversamente da altri artisti che indugiano in scene di risse, di giocatori di carte, di venditori al mercato, nell’ultimo ventennio del secolo i suoi quadri rappresentano empaticamente i ceti più umili, i volti provati di mendicanti, di vecchi bevitori, di popolani e di filatrici a cui lo sguardo dell’artista riconosce un’austera dignità. E’ in questo senso che dalla “pittura di genere” Bellotti intraprende un percorso verso la “pittura di realtà”.
Pittore di indiscusso prestigio, lascia però poche tracce a Brescia: una pala d’altare a Bedizzole, oggi perduta, il ritratto del Conte Nicolò di Lodrone citato in precedenza, nessuna citazione nelle fonti sei settecentesche locali. Oltre a due quadri presenti a Brescia in collezioni private, ossia “Socrate in blu” e “Socrate in rosa” del 1660, altre due opere fanno parte del patrimonio artistico della nostra provincia: si tratta di due quadri realizzati tra il 1680 ed il 1690, il “Mendicante cieco” del Museo Lechi di Montichiari, e la “Vecchia popolana con un ragazzo”, recente acquisizione del Museo MarteS (Museo d’arte Sorlini) di Calvagese della Riviera; le quattro tele sono attualmente esposte a Venezia.

L’eredità di un artista enigmatico
Un tema su cui la critica si è spesso interrogata, approfondito nei contributi contenuti nel saggio, è quanto la produzione artistica di Pietro Bellotti abbia costituito un punto di riferimento per gli artisti delle generazioni successive.
Bellotti è stato un artista molto apprezzato durante la sua vita eppure, con il passare del tempo – complice anche la scarsità delle fonti d’archivio – il suo lavoro venne occasionalmente attribuito ad altri artisti: Ribera e Velasquez tra gli altri, ma soprattutto Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto.
“…Non deve stupire se, tra Otto e Novecento, alcuni dipinti riconosciuti a Bellotti furono attribuiti ai più rinomati maestri spagnoli, come ad esempio nel caso della “Vecchia” di Casa Torres oggi al museo d’arte Sorlini di Calvagese della Riviera, e del “Vecchio con fiasco da pellegrino e globo” della National Gallery di Londra, entrambi inizialmente riferiti a Diego Velazquez. Si tratta, va pur sempre ricordato, di un fraintendimento frequente nell’ambito delle vicende critiche, spesso rocambolesche e accidentate, che riguardano i quadri di genere.”
Filippo Piazza – Pietro Bellotti e la pittura di genere in Lombardia tra XVII e XVIII secolo – ivi, pag. 58
Le affinità tra il suo modo di dipingere, i temi proposti, i dettagli dello sguardo o delle mani dei protagonisti dei suoi quadri hanno a volte comportato difficoltà nell’attribuzione della paternità di alcune sue opere. A questo proposito, il saggio indaga approfonditamente la vicenda del quadro “I popolani all’aperto” che, ancora in occasione della mostra allestita a Brescia nella primavera del 2023 dal titolo “Giacomo Ceruti nell’Europa del Settecento – Miseria e Nobiltà”, veniva riferito, tra molte perplessità degli studiosi, ad un “Anonimo attivo tra Lombardia e Veneto” senza validi riscontri nel catalogo di Bellotti. Lo studio del quadro, recentemente acquisito dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ed il raffronto con altre tele dell’artista hanno ora più convintamente orientato gli studiosi ad individuare un’affinità elettiva con le sue opere precedenti e ad attribuirglielo.

Una singolare eccezionalità su cui molto rimane da scrivere
Pietro Bellotti, artista bresciano del Seicento, estroso ed enigmatico, irradia la sua luce nelle moltissime gallerie in cui, in tutto il mondo, le sue opere sono conservate: a Calvagese della Riviera e a Montichiari, a Stoccarda, a Madrid, a Londra, a Milano, a Padova, a Dallas e in numerose collezioni private.
“Nell’eterogeneo panorama che caratterizza la cultura figurativa dell’Italia settentrionale tra XVII e XVIII secolo, si comprende come l’esempio di Pietro Bellotti non dovette passare inosservato, di contro rappresentando, per molti versi, una delle esperienze più significative e qualificanti. Misurabile pertanto non solo nell’ottica di un precedente di Ceruti, come spesso si è tentati di fare, il contributo del pittore bresciano appare emblematico anche alla luce del valore intrinseco della sua vicenda, a patto che di quest’ultima si riesca a cogliere l’eccezionale singolarità, al netto dei punti oscuri e degli interrogativi che ancora restano da chiarire.”
Filippo Piazza – Pietro Bellotti e la pittura di genere in Lombardia tra XVII e XVIII secolo – ivi, pag. 71

Titolo: Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia – Stupore realtà enigma
Autrice: AA.VV. – a cura di Francesco Ceretti, Michele Nicolaci, Filippo Piazza
Editore: Officina Libraria – Gallerie Accademia Venezia
Genere: Catalogo
Pagine: 239
ISBN: 9788833673530
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