La storia sorprendente di una famiglia ebraica sfuggita alla Shoah grazie a uomini e donne di Brescia e provincia

Le quattro sorelle Silbermann negli anni della seconda guerra mondiale. Dall'alto, partendo da sinistra: Berta, Esther, Goldy (autrice del memoriale "Noi quattro. Memoria dell'Olocausto" e Mina.

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Pensai ancora alla guerra. Alla fine, che cos’era la guerra? Chi ne traeva vantaggio? La guerra era traditrice. Metteva fine al tuo stato di essere umano.

Goldy Hess, “Noi Quattro. Memoria dell’Olocausto”, p. 212

Il mondo è un luogo turbolento, in cui la violenza e l’ingiustizia si reincarnano costantemente in nuove forme, ma i giusti ci insegnano quanto valore abbia resistere e difendere la vita a ogni costo.

Anche le suore orsoline di Brescia che nel 1944 hanno salvato le quattro giovani sorelle Silbermann nascondendole in convento erano delle giuste. Così come gli uomini e le donne che, tra Brescia e provincia, hanno fatto sì che l’intera famiglia ebraica dei Silbermann sfuggisse alla Shoah e alla guerra.

A raccontarcelo, in prima persona e a distanza di anni, è la scrittrice statunitense Goldy Hess, figlia minore dei coniugi Silbermann. A lei dobbiamo infatti la pubblicazione nel 2008 del libro autobiografico “The Four of Us. A Holocaust Memory (tradotto in italiano nel 2019 come “Noi quattro. Memoria dell’Olocausto”). Senza mai scivolare nell’autocommiserazione, ma mantenendo al contrario un linguaggio fresco e uno sguardo equilibrato, l’autrice scava nei ricordi bui e dolorosi dell’infanzia per consegnare ai lettori e alla storia l’inestimabile testimonianza che racchiude la vicenda della sua famiglia, soffermandosi sulle tribolazioni proprie e delle sorelle.

Quella dei Silbermann è una sofferta epopea di perseguitati che si snoda perlopiù tra la città di Brescia e la sua provincia, nei tumultuosi anni compresi tra il 1941 e il 1944. Un racconto traboccante di angoscia, di tragicità, di separazioni forzate e di fughe tanto intrepide quanto rocambolesche che sembrano non dover finire mai, sino al tanto invocato ricongiungimento della famiglia nella Svizzera neutrale. Uno scritto di vita vissuta che ci sorprende per il suo carattere avvincente, degno di un romanzo o di un film, costellato di sofferenza e di traumi, ma anche di stupendi esempi di umanità.

Attenzione, la recensione che segue contiene spoiler

Incipit di un’odissea ebraica

Per raccontare la storia di Goldy Hess e dei suoi familiari occorre partire dalla Polonia della prima metà del Novecento. È infatti qui che vivono i coniugi ebrei Abram Silbermann e Debora Schaffer, i genitori dell’autrice. La Polonia è una terra sofferta e difficile, in cui le discriminazioni contro gli ebrei si fanno sentire già da tempo a colpi di pogrom, molto in anticipo rispetto all’avvento del nazismo. In cerca di un futuro migliore, Abram e la moglie emigrano in Germania, dove nascono le loro quattro figlie: Berta (1927), Esther (1931), Mina (1932) e Goldy (1935). La famiglia conduce una vita modesta e tranquilla sino alla nomina a cancelliere di Adolf Hitler nel ’33 e al progressivo dilagare della propaganda antisemita.

Nel ’38, per allontanarsi dalle nere nubi che si addensano intorno a loro, i coniugi Silbermann si trasferiscono nuovamente lasciando la Germania per Milano. Tuttavia, col rafforzarsi dell’alleanza italotedesca, con la promulgazione delle leggi razziali e con l’entrata in guerra dell’Italia, la vita dei Silbermann e di tutte le altre famiglie ebraiche è seriamente minacciata.

Nell’agosto del ’40, Abram Silbermann è accusato di essersi espresso contro la guerra e quindi punito con la detenzione nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza (oggi museo della memoria). Rimasta sola con le quattro figlie e senza mezzi per vivere, Debora Schaffer ottiene che lei e le bambine siano a loro volta trasferite nello stesso campo. All’epoca, Goldy ha solo cinque anni.

Non ricordo molto di quel periodo nel campo. C’era sempre un caldo-umido e spesso la gente sveniva. Le zanzare erano implacabili. Venivano distribuite pillole di chinino per scongiurare la malaria che dilagava tra i detenuti. Dormivamo in uno degli stanzoni con molte altre famiglie e pochissima privacy […]. Quando pioveva, gli stanzoni si allagavano, così, visto che il pavimento era in terra pressata, per giorni e giorni rimanevamo con i piedi nell’acqua e nel fango fino alle caviglie.

Goldy Hess, “Noi Quattro. Memoria dell’Olocausto”, p. 27

Una famiglia di perseguitati e i giusti della Bassa bresciana

Nel ’41, i Silbermann colgono l’opportunità di lasciare il campo in via di sovraffollamento e sono quindi trasferiti nel comune bresciano di Borgo San Giacomo per un periodo di confino coatto. La famiglia alloggia per cinque mesi all’albergo Aquila d’Oro, per poi essere riallocata nella frazione di Acqualunga, in alcuni locali di proprietà comunale.

Benché sottoposti a una ferrea vigilanza da parte della questura di Brescia, i Silbermann possono contare sul supporto di persone dal cuore grande e scevro di pregiudizi fra le quali spiccano Angelo Migliorati e il parroco don Giovita Beschi. Sia Migliorati che don Beschi aiutano i Silbermann con tutti i mezzi possibili, proteggendoli e facendoli sentire accolti. I nomi di entrambi sono scolpiti nelle pietre del giardino dei giusti di Borgo San Giacomo e al coraggioso don Beschi spetta inoltre il titolo di benemerito della resistenza, per il suo cospicuo sostegno alla lotta di liberazione.

Nel ’43, don Beschi e Migliorati, grazie all’appoggio del maresciallo dei carabinieri Arturo Dalle Fratte, aiutano i Silbermann a scampare a una perquisizione da parte dei fascisti e li affidano ad alcuni esponenti della resistenza bresciana. Goldy ricorda con calore Paolo, un giovane resistente di cui non saprà mai il cognome e che, torturato e ucciso mesi dopo averla aiutata, non vedrà la liberazione.

Penso spesso a Paolo come a un fratello perso da tempo perché abbiamo passato le stesse esperienze, l’esser braccati, il doversi nascondere, sentire dolore e dover tenere duro. […]

L’unica differenza tra noi era che loro (i resistenti] erano liberi di combattere, mentre a noi ebrei veniva insegnato a non reagire, ma a raggiungere un risultato. Fin dai tempi della diaspora, quando fummo dispersi in ogni parte del mondo, diventammo stranieri: ovunque ci fu insegnato a sopravvivere, ma non abbiamo mai avuto la possibilità di stabilirci in un paese abbastanza a lungo da reputarlo nostro e imparare l’arte di fare il soldato a difenderlo. A qualsiasi problema insorgesse, eravamo sempre il capro espiatorio e spesso sceglievamo di andare in un altro posto. Ricominciavamo da capo ogni volta. Solo ora, dopo che è nata una nuova e libera generazione, dopo aver avuto la nostra terra e proclamato noi stessi come una nazione attraverso una dura e aspra guerra, siamo giunti alla conclusione che anche noi possiamo combattere. Solo ora è sorta l’amara domanda: “Perché abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse?”

Goldy Hess, “Noi Quattro. Memoria dell’Olocausto”, p. 77

Paolo e gli altri resistenti in contatto con Migliorati permettono ai Silbermann di trovare rifugio in diverse cascine. La famiglia rimane inizialmente unita, ma viene presto divisa per motivi di sicurezza. Almeno tre sono le cascine nelle campagne di Orzinuovi a ospitare i fuggiaschi: Casella, Maccagnini e Corradini. Alla cascina Casella trova rifugio proprio Goldy, affettuosamente accudita da Giuseppe Gloriotti e dalla moglie Maria Colombi.

Nella primavera del ’44, sempre in accordo con esponenti della resistenza, Migliorati vende i suoi due buoi per procurarsi i passaporti falsi con cui riesce a far espatriare in Svizzera Abram Silbermann e la moglie. In attesa di poter a loro volta essere scortate al confine con il paese elvetico, Goldy e le sue tre sorelle sono trasportate segretamente a Brescia a bordo di un furgone del latte e nascoste in un convento di orsoline.

La clandestinità di quattro sorelle fra le suore orsoline di Brescia

Nel convento bresciano di suore orsoline in contrada delle Bassiche, Goldy e le sorelle devono attenersi a ferree regole di vita comune, trovando al contempo amorevolezza, comprensione, cure attente e pasti regolari.

La vita riacquistò sempre più un senso di normalità. Cominciammo ad accettare le suore come la nostra famiglia; anche loro ci accolsero amorevolmente nel loro gregge, chiamandoci affettuosamente “le piccole novizie”. L’unica cosa che ci distoglieva dalla serenità della vita del convento era il costante rombo di aerei che giungeva da lontano. Ci rendeva ansiose. La Madre Superiora ci spiegò che le forze alleate bombardavano i punti importanti occupati dai tedeschi; non dovevamo preoccuparci, le bombe non avrebbero colpito la nostra zona, il convento non era in una posizione strategica.

Goldy Hess, “Noi Quattro. Memoria dell’Olocausto”, p. 135

Le supposizioni e speranze della Madre Superiora sono tuttavia presto tradite. Il convento, che si trova in una zona della città non lontana dalla stazione ferroviaria, viene colpito e danneggiato da alcuni dei bombardamenti alleati su Brescia nel corso del ’44. Sono momenti, quelli dei bombardamenti, densi di terrore e raccontati dall’autrice con cruda vividezza. È proprio nel corso di un bombardamento che perde la vita suor Antonia, la religiosa che più di tutte si è mostrata affettuosa con le bambine e che è da loro considerata una seconda mamma.

Come se non bastasse, il convento viene perquisito dai nazisti. Goldy e le sorelle, nascoste dalle suore in una stanzetta a cui si accede tramite un passaggio segreto, scampano per un soffio alla cattura. Le orsoline continuano a proteggere le bambine, ma concordano di farle trasferire altrove quanto prima, dato che i nazisti torneranno con ogni probabilità per nuove perquisizioni.

Raggomitolate al di sotto di una botola ricavata su un furgone che trasporta i detriti lasciati dai bombardamenti, le sorelle vengono portate via dal convento grazie a dei collaboratori di Migliorati. Dopo essere scampate a un controllo da parte dei soldati nazisti, vengono portate a Gussago per un breve periodo di tempo, per poi essere nuovamente trasferite. Stavolta, la destinazione è l’alta montagna, per il lungo cammino che dovrà condurle in Svizzera.

In fuga attraverso le Alpi, verso la Svizzera della salvezza

La traversata delle Alpi sotto la guida di due collaboratori della resistenza, Gustavo e Lorenzo, si rivela un viaggio lungo, arduo e avventuroso. Stanche, macilente e sanguinanti, le quattro giovani sorelle si dimostrano tuttavia pronte a tutto pur di ricongiungersi coi genitori e non cedono nemmeno di fronte a rocce taglienti, sentieri a strapiombo e scarpinate sfiancanti che durano interi giorni.

Ancora una volta, legate le corde alla vita, continuammo la salita raccogliendo la poca energia rimasta […]. Ormai non c’erano più sentieri, ma solo rocce. […] Noi andavamo molto adagio. Dovevo affondare le unghie, o quello che ne era rimasto, per tenermi tenacemente finché non riuscivo a sostenermi.

Goldy Hess, “Noi Quattro. Memoria dell’Olocausto”, p. 187

Giunte finalmente in Svizzera, le bambine non trovano l’accoglienza in cui hanno sperato. I gendarmi cercano di respingerle alla sbarra di confine, salvo poi impietosirsi e lasciarle passare per condurle dal capitano. Assistite dalla Croce Rossa, Goldy e le sorelle sono momentaneamente trattenute in un campo per stranieri, dove vengono rasate a zero onde scongiurare il rischio di pidocchi.

Per due mesi, viene loro impedito di vedere la madre e il padre. Nuove umiliazioni, nuove attese sofferte e sfibranti che dopo anni dai fatti narrati faranno pronunciare all’autrice la considerazione «La Svizzera era per gli Svizzeri». Infine, però, l’indemolibile perseveranza e il coraggio delle giovani sorelle vengono premiati e loro, salve dalla persecuzione, possono riabbracciare i genitori.

L’edizione italiana: un prezioso contributo collettivo

L’edizione in lingua originale del libro, autopubblicata da Goldy Hess nel 2008, è stata scoperta e segnalata dal gruppo della biblioteca di San Giorgio di Lomellina. È quindi passata nelle mani di attenti volontari e collaboratori che, spinti da un profondo senso civico, hanno intrapreso una rigorosa e appassionata ricerca storica con la quale reperire maggiori dettagli sui nomi e sui volti bresciani che compongono il memoriale. Ciò è stato opportunamente rielaborato e inserito in una ricca e ben strutturata appendice al libro in italiano, che riporta una cronistoria delle vicissitudini dei Silbermann, oltre che foto e documenti relativi alle quattro sorelle, ai loro salvatori e alle loro salvatrici. Il giusto e importante contributo a un libro necessario, dal grande valore storico e umano.

La traduzione italiana è stata possibile grazie alla collaborazione congiunta di numerosi insegnanti di inglese.

Nel 2019, settantacinque anni dopo il concludersi dei fatti narrati, Goldy Hess e la sorella Esther sono tornate in Italia dagli Stati Uniti e hanno incontrato, nel corso di un’emozionante cerimonia in cui si è presentato il libro in italiano, alcuni superstiti del tempo di guerra. Hanno inoltre avuto l’occasione di riabbracciarsi con la comunità di Borgo San Giacomo e con le suore orsoline di Brescia.

“Noi quattro” non è solo la straordinaria storia di sopravvivenza di una bambina chiamata Goldy e della sua famiglia, ma anche la storia mirabile di tutti coloro che – contadini, resistenti, sacerdoti e religiose, ufficiali, semplici uomini e donne – hanno contribuito a proteggere e a salvare le quattro sorelle Silbermann e i loro genitori. È la storia di sei perseguitati e dei giusti e delle giuste che, con discrezione e umiltà, li hanno aiutati nonostante gli immani rischi corsi, scegliendo la difficile e perigliosa, ma splendente, strada della non-indifferenza.


Titolo: Noi quattro. Memoria dell’Olocausto (traduzione italiana di “The Four of Us. A Holocaust Memory“)
Autrice: Goldy Hess

Editore: Autopubblicazione, 2019 (anno di pubblicazione dell’opera originale: 2008)

Curatori: Andrea Andrico e Giorgio Ferrari; revisione delle traduzioni a cura di Monica Gennari

Genere: Memoir
Pagine: 294
ISBN: 9781092247559

La versione cartacea del libro è acquistabile al seguente link.

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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