Alla ricerca dell’infinito tra le strade di Brescia nel romanzo filosofico di Paolo Barbieri

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Le bancarelle di libri usati sono luoghi magici, dove non è raro imbattersi in qualche inattesa epifania. Vi si può addirittura scovare una pregevole edizione del Diels-Kranz, opera filologica di riferimento sui filosofi presocratici. E fin qui tutto nella norma. Se però dal tomo in questione spuntassero una dedica, un segnalibro e, soprattutto, un corollario di annotazioni per le quali, al posto delle parole, si è scelto di utilizzare delle note musicali?

Sono solo le tracce sbiadite del precedente proprietario del libro, potrebbe dire qualcuno. Ma non è così per il protagonista de “Il violino di Anassimandro” (Moretti & Vitali, 2021 – acquista qui), romanzo filosofico del giornalista e scrittore bresciano Paolo Barbieri. Intrigato dalle strane note musicali, l’anonimo narratore della storia si interroga sul legame tra filosofa e musica, accompagnandoci in un vortice di riflessioni che coinvolgono anche i grandi poeti del passato e la vita nella sua interezza.

Un’indagine filosofica in una Brescia che incanta, parla e dà risposte attraverso le testimonianze della sua storia, della sua arte e di celebri figure del mondo della cultura che vi hanno vissuto o soggiornato. Un viaggio della mente in cui il lettore è chiamato a intrecciare le sue domande a quelle del protagonista, per completare infine il racconto con le proprie interpretazioni.

Il libro è arricchito in appendice dal testo teatrale “La strana passeggiata di un flâneur”. La pièce, una discussione filosofica per le vie di una Parigi contemporanea sui temi del dolore, della religione e della morte, sembra integrare come un contrappunto l’appena conclusa opera romanzesca.

In cerca dell’infinito sulle orme del filosofo Anassimandro

I libri vecchi posseggono anche questo fascino: consentono, attraverso l’immaginazione e l’interpretazione di piccoli segni come una sottolineatura sotto una frase o sotto una parola, di indagare la personalità del possessore del libro e immaginare la sua identità.

Paolo Barbieri, “Il violino di Anassimandro”, p. 20

Perché l’ex proprietario del Diels-Kranz ha disegnato delle note musicali anziché ricorrere a commenti e sottolineature? E perché le note compaiono proprio ai margini delle pagine che riportano la definizione data dal filosofo greco Anassimandro all’àpeiron, al concetto di infinito?

Sono quesiti che non lasciano in pace il protagonista del romanzo, giornalista e appassionato studioso. Lui sa che dietro quelle note musicali si cela una ricerca, una riflessione, una visione unica e irripetibile. E ogni spunto filosofico è per lui una nuova, maestosa strada da percorrere. I pochi indizi suggeriscono che l’ex proprietario sia un insegnante e il protagonista decide quindi di recarsi di liceo in liceo per sperare di rintracciarlo e chiarire il mistero.

Siamo così condotti per Brescia su fili di ragionamenti e di versi di poesie, alla ricerca di un’idea condivisibile di infinito, del senso del tempo che passa, di una presa di coscienza più lucida e coerente rispetto ai nostri rapporti con gli altri. C’è una domanda che, in modo particolare, ci risuona in testa:

È l’arte, quindi anche la musica, uno dei rimedi che l’uomo ha creato davanti al terrore del dolore e, soprattutto, della morte?

Paolo Barbieri, “Il violino di Anassimandro”, p. 32

Un’opera da leggere, comprendere e… ascoltare

Ciò che conta è l’ascolto. O meglio è sapere ascoltare.

Paolo Barbieri, “Il violino di Anassimandro”, p. 30

Ascolto attivo e partecipe, ecco cos’è la lettura. È anche il testardo interesse del protagonista del romanzo, che proprio non riesce a ignorare le note musicali nel Diels-Kranz e che spalanca perciò la mente alla scia di pensieri e intuizioni lasciate da un’altra persona.

Ascoltare è accogliere e voler conoscere pure quando non è possibile capire. Non dobbiamo per forza condividere le riflessioni del protagonista o ritrovarci perfettamente nei suoi assunti filosofici, ciò che conta davvero è porsi in ascolto, condividere il viaggio, uscire dalle comode stanze odoranti di chiuso dell’apatia e del pensiero omologato per stupirsi, mettersi in discussione, esplorare rive sconosciute.

Perché la filosofia, sin dalle sue remote origini, nasce proprio dalla capacità di meravigliarsi e, pertanto, di chiedere, chiedersi e cercare.

Come lo strumento ad arco citato nel titolo, “Il violino di Anassimandro” possiede il rigore e l’eleganza di un’opera di musica classica, in cui riflessione filosofica e narrazione si fondono in una partitura solida e compatta. L’orecchio di un lettore attento potrà tuttavia intendervi anche qualche accordo rock, appassionato e anticonformista, pronto a vibrare in una prosa sobria e pulita, ma ispirante, laddove ci sono certezze precostituite da mettere in discussione per una più autentica ricerca del vero.

Ma oggi, come ci fa osservare il protagonista, ascoltare è sempre più difficile. Siamo bombardati dai messaggi pubblicitari, dal chiasso di luoghi affollati, dalla parlantina della TV. Per riuscire ad ascoltare veramente, occorre isolarsi dal rumore circostante, scavando dentro noi un profondo silenzio. È necessario seguire l’esempio di Pier Paolo Pasolini, che ha scritto: «Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose».

Frase dopo frase, “Il violino di Anassimandro” è una chiamata a un intenso ascolto interiore, un invito a incamminarsi soli e muti sui sentieri della mente. Per cercare, trovare, riprendere a cercare e condividere, entrare in relazione con la vita e con gli altri.

La Brescia ritrovata di un autore che si fa personaggio

Alla bellezza del tempio romano – per una serie di coincidenze misteriose – in quei duecento o trecento metri in piazza del Foro, il Capitolium e via Musei è evocata potentemente la poesia. Non solo Veronica Gambara. Basta scendere per via Musei ed ecco che ci si imbatte nel monastero di Santa Giulia dove visse Ermengarda, figlia di Desiderio, re dei Longobardi, data in sposa a Carlo Magno e ripudiata perché non riusciva a dargli un erede. Morì qui […] e Alessandro Manzoni nell’Adelchi ha descritto la sua tragedia: «Sparsa le trecce morbide / sull’affannoso petto / lenta le palme, e rorida / di morte il bianco aspetto, / giace la pia, / col tremolo / sguardo cercando il ciel».

Paolo Barbieri, “Il violino di Anassimandro”, pp. 34-35

Un modo intenso e commovente di guardare a Brescia e alle sue ricchezze storico-culturali. Sono parole del protagonista del romanzo, nelle quali non si fatica a intendere la voce dell’autore del libro.

Giornalista professionista, Paolo Barbieri ha iniziato a scrivere per il “Bresciaoggi” alla fine degli anni settanta, per poi passare alla redazione milanese dell’Ansa. Vive tuttora a Milano. Brescia, la sua città natale, è anche quella in cui, a diciott’anni, è scampato alla morte per un soffio. Correva l’anno 1974 e il giorno era il 28 maggio, il fosco martedì della strage di piazza Loggia, atto terroristico e tragedia di tutto un paese a cui Barbieri ha dedicato un doveroso saggio (qui la nostra recensione).

Come il narratore del romanzo, Barbieri è stato per anni lontano dalla sua città d’origine, ama la filosofia e si occupa di giornalismo. Tramite il suo libro, si cala dentro una narrazione e ci attira in una Brescia ritrovata avvolgendoci con il rigore di riflessioni e di idee, ma anche con la sua calorosa passione per la storia del pensiero, per la letteratura e per la musica.

Di questo, noi lo ringraziamo tanto. Perché la sua è un’opera che strappa a facili torpori e frastuoni, che sprona a ribattere e a rispondere, a dialogare con il narratore e con sé stessi. Cucito nella pelle del suo personaggio, Barbieri ci fa da Cicerone per le vie di una sensibilità scandita dall’amore per lo studio e per il vero. Non solo: ci fa pure da Virgilio, conducendoci dentro e fuori un piccolo universo libresco che ci restituisce all’esistenza cambiati, stimolati, arricchiti.

Lo ringraziamo altresì per aver scelto Brescia come scenario delle sue riflessioni. A lettura terminata, ogni volta che passeremo da piazza del Foro, le sue suggestioni poetiche ci accompagneranno e una musica profonda, necessaria come l’arte e la filosofia, ci terrà per mano e guiderà i nostri passi. Anche per noi allora si compirà la rivelazione: vedremo la nostra città come dopo tanto tempo, come la si dovrebbe sempre guardare, con l’acuta meraviglia dei primi filosofi.


Titolo: Il violino di Anassimandro
Autore: Paolo Barbieri
Editore: Moretti & Vitali, 2021

Genere: Romanzo filosofico
Pagine: 104
Isbn: 9788871868325

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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