“Il pieno di felicità”: una generazione smarrita alla soglia dei 30 nel memoir di Cecilia Ghidotti

Recensione a cura di Chiara Massini per BresciaSiLegge.it

“Sette matitine, tutte colorate. Sono sette fate, come già si sa. Sono nate tutte nell’arcobaleno e mi danno il pieno di felicità.”

È da questa strofa, cantata nel 1991 da una bambina dello Zecchino d’Oro, che deriva il riferimento a “Il pieno di felicità” (2019, acquista qui) che fa da titolo al memoir di Cecilia Ghidotti, trentenne originaria di Palazzolo sull’Oglio e cresciuta tra diverse città italiane. Un esordio importante, con uno degli editori più interessanti del panorama italiano (“Minimum Fax”), che rende quello di Cecilia non un semplice libro che raccontano la “crisi dei trent’anni” vissuta da una nata negli anni ’80 bensì qualcosa di più.

Ma che cosa vuol dire fare il pieno di felicità?

Nuotare in un mondo incerto alla ricerca di un’idea di adultità

Cecilia è una ragazza bresciana, che come tante prima e dopo di lei, si trova a fare i conti con un tempo e uno spazio che non le appartengono più, così come con un’idea di adultità diversa da quella che avevano i suoi genitori alla soglia dei trent’anni.

Attraverso la sua voce, l’autrice descrive molto bene la condizione della generazione di coloro che, dopo aver concluso l’università, si ritrovano a nuotare in un mondo incerto in cui pensavano di avere molte possibilità, ma che in realtà sembra avere poco da offrire.

Sono quei giovani adulti che non hanno mai davvero la certezza di essere arrivati, di essere qualcuno, di avere un proprio ruolo e posto nel mondo. C’è chi parte, chi decide di rimanere, accettando compromessi e un presente traballante e comunque ancora incerto. Chi fa progetti per il futuro e chi invece vive alla giornata, chi cerca la sua dimensione e chi si è già arreso. E chi prova a seguire una strada, tanto per provare a vedere dove porterà e prendendo la vita un po’ come viene.

Come fa la protagonista che si trasferisce nella grigia cittadina di Coventry in Inghilterra, senza un piano concreto e trovandosi spesso a non saper rispondere a quella domanda che in fondo tutti noi abbiamo dovuto affrontare, “Sì, e poi?”. Come se non fosse mai abbastanza quello che stiamo facendo e come se stessimo giocando a fare gli adulti, perdendo tempo insomma.

L’ansia di vivere in ritardo

“Negli ultimi anni il mio Facebook ha iniziato a popolarsi di bimbi minuscoli. All’inizio erano conoscenze lontane a postare immagini di mini-tutine col logo di Star wars, di Big Bang Theory o dei Pearl Jam, di giovani donne dai volti sconvolti ma sorridenti o di uomini con la barba addormentati accanto ai loro figli appena nati. Io, allora, mi affrettavo a cliccare la sezione Informazioni e aspettavo conferma di ciò che già sapevo: i padri e le madri di questi bimbi erano tutti più vecchi di me. Quel millenovecentosettanta e qualcosa resisteva solido, in un sobrio carattere nero, e bastava per mettermi tranquilla. (…) Ho tempo, ancora tempo. Poi abbiamo compiuto trent’anni”.

Cecilia Ghidotti, “Il pieno di felicità”

Il tempo sembra non essere mai dalla parte di Cecilia: è un tempo che bisogna occupare per forza, come se fermarsi a pensare fosse sinonimo di pigrizia. Per questo accetta lavori brevi per l’urgenza di tenersi occupata.

È un tempo che la fa sentire sempre in ritardo sulla sua vita e sugli altri, che invece sembra quasi abbiamo vinto del tempo extra e ora alla sua stessa età stanno organizzando matrimoni e mettendo al mondo figli. Eppure fino all’altro ieri si barcamenavano tutti tra aule universitarie, convegni, seminari e tesi di dottorato. Questo tempo che la incalza, come un orologio che tic tac dopo tic tac ti fa sentire l’urgenza della scadenza imminente. Pensa al futuro in modo ansiogeno e rimane ancorata al passato, chiedendosi quando le cose hanno cominciato a precipitare.

Lapidaria è l’affermazione “ho tempo, ancora tempo. Poi abbiamo compiuto trent’anni”.

Alla ricerca di un posto nel mondo (anche in senso letterale)

“Noi, intimamente convinti di essere meglio di quelli che restano a vivere nel posto in cui sono nati, avremmo visto luoghi diversi, ci saremmo aperti con fiducia al mondo che sicuramente sarebbe stato migliore della nostra provincia di origine. Poi devo essermi distratta e i primi iniziavano a tornare”.

Cecilia Ghidotti, “Il pieno di felicità”

Prima di raggiungere la fatidica soglia dei trenta anni, Cecilia ha studiato quello che le andava dove le andava: prima a Brescia, e poi nella città che porta sempre nel cuore, Bologna, prima di approdare in Inghilterra.

Ma anche adesso non sente di aver raggiunto una stabilità, si muove continuamente, torna spesso in Italia, in quei luoghi che credeva di non rivedere per tanto tempo, e si chiede quindi che cosa sia davvero casa.

Per una generazione che ha fatto dell’erranza uno stile di vita, che passa un weekend sì e uno no su voli low cost, che si trasferisce all’estero mentre attende di capire qualcosa, casa assume un significato nuovo.

Ed è la stessa Cecilia a rendersene conto, con queste parole:

“Io credevo che ad un certo punto avessimo stretto un patto che prevedeva che non saremmo mai tornati nei posti dai quali avevamo deciso di andare via. La cosa giusta per diventare adulti era rinunciare ai privilegi che derivavano dal vivere in luoghi famigliari: trovare una strada senza dover tutte le volte impostare un indirizzo su una mappa, avere una macchina a disposizione senza necessariamente possederne una, avere amici di amici che conoscono un idraulico e un falegname a un prezzo sensato, e i genitori vicini quando c’è bisogno di essere aiutati, o di aiutarli”.

Cecilia Ghidotti, “Il pieno di felicità”

Una felicità ancora dietro l’angolo

Attraverso una scrittura che alterna ironia a un forte cinismo, la scrittrice racconta con sincerità la vita di una ragazza trentenne, alle prese con numerosi tentativi e qualche fallimento, e con l’apatia e la disillusione che si ritrovano quasi ad ogni pagina, nelle descrizioni del luogo in cui vive e lavora, nel suo rapporto con il fidanzato Simone e con le colleghe ventenni.

Cecilia che, indossando le scarpe della giovane donna che la ospita per una sera, fa le prove per la sua vita futura, fatta di concretezza, un lavoro, una casa, un compagno fotografo, serate passate con gli amici e pomeriggi al parco. Un futuro che adesso può (ancora) solo immaginare, e una felicità che ancora deve raggiungere ma che forse è proprio dietro l’angolo.


Titolo: Il pieno di felicità
Autore: Cecilia Ghidotti
EditoreMinimum Fax, 2019

Genere: Memoir
Pagine: 218
Isbn: 978-88-3389-001-2

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