“Il rapido lembo del ridicolo”: pensieri taglienti stratificati nel tempo nello zibaldone di Francesco Permunian

Recensione di Silvia Lorenzini per Brescia si legge

Forse al mio ipotetico lettore basterebbe rammentare quanto ebbe a dire Flaubert a un suo ipotetico lettore ideale: “Ho fatto con te quel che avevo già fatto con le persone a me più care: ho mostrato loro il fondo del sacco e la polvere acre che se ne è levata li ha mezzo soffocati”.

F. Permunian, “Il rapido lembo del ridicolo”, p. 9

Difficile raccontare, descrivere o catalogare “Il rapido lembo del ridicolo” (Italo Svevo, 2021 – acquista qui) di Francesco Permunian. Semplicemente, si tratta di uno di quei libri che vanno letti centellinando le pagine come si fa con i liquori stravecchi e aromatici, quelli da meditare sorso dopo sorso, per apprezzarli a pieno.

Il titolo stesso ci introduce già nell’immaginifica scrittura di Permunian, autore di fama e di lungo corso (edito negli anni da Rizzoli, Quodlibet, Nutrimenti, Il saggiatore, Chiarelettere, Ponte alle Grazie e altri) capace di intessere con funambolica abilità immagini e parole, “affabulatore scatenato”, “scardinatore di ogni illusione romanzesca”, così come lo definisce nella postfazione all’opera il critico Giulio Ferroni.

Di fatto Permunian, nato a Cavarzere in Polesine nel 1951, ma desenzanese d’adozione, imbastisce in questo volume un originalissimo zibaldone di pensieri, per lo più “germogliati sulle sponde pettegole del lago di Garda” (tanto per usare le immagini che Permunian si diverte a infiorettare a beneficio del lettore), terra in cui vive da ormai più di quarant’anni.

Ricordi, aneddoti e riflessioni stratificati nel tempo

L’opera, dedicata al ricordo degli amici Amelia Rosselli e Sergio Quinzio, consta di sette sezioni, opportunamente titolate, organizzate nella successione di brevi pagine di ricordi, aneddoti, fantasie, riflessioni, suggestioni e tanto altro in cui l’autore riversa le sue “speciali e privatissime ossessioni”, i nuclei attorno a cui ruota la sua scrittura: il ricordo e l’oblio, la tragica farsa dell’esistenza e il suo “rapido lembo del ridicolo”.

Alla fine dell’estate, quando i cigni volano
nel canneto, camminando per certe stradine assolate
viene il sospetto di passeggiare sopra gli anni
dell’infanzia.
Allora è meglio fermarsi, sembra quasi di posare
i piedi sul volto dei morti.
Sembra quasi di udire da lontano un canto
di bambini che ci dicono addio per sempre. 

F. Permunian, “Il rapido lembo del ridicolo”, p. 43

Come racconta Permunian, il libro ha una genesi particolare: è il risultato di un lungo lavoro di scrittura e riscrittura, di correzioni, cancellature e integrazioni che si sono susseguite e stratificate nei vari momenti della vita dell’autore, a partire dagli anni universitari di Padova. Da allora l’autore classe 1951 ha scritto e pubblicato opere di poesia e narrativa, distinguendosi per i premi e i riconoscimenti ottenuti a livello nazionale, suscitando l’attenzione dei maggiori critici contemporanei, senza mai cambiare la scelta della sua “tana”, il lago di Garda. Qui Permunian afferma di avere trovato una seconda patria, una patria seducente da cui difficilmente e faticosamente si allontana, in quanto ispiratrice di infiniti spunti narrativi negli infiniti scorci che sa offrire.

In un certo senso, la scrittura di Premunian nasce proprio dall’ascolto delle voci che giungono dalla terra. Se il Garda, “da secoli popolato da gente che parla e pensa nelle lingue e nei dialetti di mezzo mondo”, rivela storie e destini assai diversi, il Polesine, terra d’origine dell’autore, racconta i momenti dell’infanzia, le persone scomparse, i luoghi scomparsi, i ricordi scomparsi.

Le pagine dello zibaldone di Premunian si sviluppano, infatti, come un diario di fotogrammi, in cui l’autore ingaggia una faticosa quanto improduttiva ricerca del tempo e dei luoghi perduti: presente e passato si intrecciano, si accostano, si confondono nella dimensione temporale e spaziale, in una sorta di “terra di mezzo” in cui vive l’autore con i fantasmi della sua mente.

Una prosa tagliente e caustica che svela il ridicolo

A tratti si potrebbe credere di scorgere in certi passaggi echi affini alla poesia pascoliana: la presenza ossessiva dei morti, lo sguardo misterico sul mondo, l’incanto delle piccole cose, dei rintocchi di campane e dei paesaggi autunnali. Ma è un attimo: la prosa lirica di Permunian rifugge dalla musicalità delle onomatopee e delle allitterazioni alla Pascoli, scegliendo invece la strada del doloroso scavo alla ricerca di parole taglienti, in grado di incidere profondamente nelle cose.

D’altra parte, per Permunian non vi è nessun nido salvifico in cui rifugiarsi né tantomeno da rimpiangere. Su tutto, anzi, in ogni pagina o riga, domina un assoluto senso di vuoto. I morti, le ombre, la natura in decomposizione, il degrado fisico del corpo del poeta stesso costituiscono comunque un qualcosa, rispetto allo spettro angosciante (e destabilizzante) del nulla che inghiotte non solo il passato, ma anche il suo ricordo.

Sullo sfondo del nulla gli uomini si invischiano nel teatrino dell’esistenza, inviluppati in passioncelle con un’esasperata quanto sproporzionata serietà, arrabattandosi per un po’ di amore, per un po’ di sesso, per un po’ di fama.

Permunian svela in modo spietato e divertito la vanagloria degli uomini di Chiesa (indegni ministri di un Dio forse grande, sempre che esista), ma soprattutto dei letterati, degli scrittorucoli, dei pennini. Ed è qui che il libro trova pagine autenticamente spassose, nella caustica polemica contro qualche blasonata scuola di scrittura o contro gli accademici prestati alla dilagante moda dei romanzetti.  Nel grande spettacolo circense della vita, il ridicolo (o il risibile) è dietro l’angolo, nelle pieghe nascoste del tragico.

Per fortuna. Perché forse (forse) in questo è la salvezza.

Lo vidi umiliato, con pochi capelli per via della chemio, mentre nei suoi occhi galoppava la morte. Mi parve stanchissimo, senza più forze, reduce da un estremo e inutile combattimento contro un destino già segnato.
Là, in quell’anonimo letto d’ospedale, dove consumava le sue ultime ore, il mio amico conservava la dignità di un guerriero. […]
Sul far del giorno, erano le sei in punto avvertì il passo frusciante della morte che saliva da un pozzo per trascinarlo con sé nelle tenebre.
In quell’istante temette di perdere gli occhiali, questo il suo ultimo cruccio che mi affidò. E di cui gli sono ancora grato.
Tutt’altra fine, e ben altre furono le parole pronunciate nella medesima circostanza, ossia in punto di morte, da quell’avaraccio di mio zio Anacleto: “E la dentiera, credi che me la possa portare di là la dentiera?”

F. Permunian, “Il rapido lembo del ridicolo”, pp. 59-60

Titolo: Il rapido lembo del ridicolo
Autore: Francesco Permunian
Editore: Italo Svevo, 2021

Genere: Zibaldone
Pagine: 163
ISBN: 978-88-99028-54-1

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Silvia Lorenzini

Bresciana, laureata in Lettere Classiche presso l'Università di Pavia. Ha trascorso anni a girovagare fra la Germania e l'Inghilterra per ragioni di studio, di lavoro e di amore. Dal 2005 insegna Italiano e Latino in uno dei licei cittadini. Appassionata di storia locale, adora la montagna, la musica, i libri e non saprebbe vivere se le mancasse anche solo una di queste tre cose.

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