Edificanti evasioni. Scuola e letteratura in un carcere bresciano nel libro di Sonia Trovato

Recensione a cura di Andrea Franzoni per www.BresciaSiLegge.it

“Per chi frequenta la scuola i vantaggi sono molti. La scuola offre la possibilità di tenere allenata la mente, la apre e la rinfresca dopo anni di ruggine e la distoglie dai pensieri martellanti che sono inevitabili in questo luogo. Inoltre, spezza la routine che, senza le lezioni, prevederebbe la sezione o l’ora d’aria: nelle ore trascorse in classe, ci si può dimenticare di essere in carcere perché si sentono meno le sbarre. A contatto con i professori, noi detenuti possiamo essere più aggiornati sul mondo esterno e ci sentiamo trattati da persone normali. (…) Grazie al tempo speso (bene) a scuola, noi sentiamo di avere una crescita personale e culturale e ci sentiamo restituire la dignità che la detenzione rischia di togliere”.

Tema collettivo sul significato della scuola in carcere, scritto dagli studenti detenuti

“Come Pinocchio nella balena. Scuola e letteratura in carcere” (Prospero, 2019), dell’autrice e docente bresciana Sonia Trovato, è il racconto di un anno di insegnamento di letteratura svolto nel biennio di una scuola carceraria della nostra provincia. Un racconto che scorre rapido, tra aneddoti spiazzanti e qualche veloce accenno alla condizione (più interiore che esteriore) dei detenuti, seguendo come una sorta di diario lo svolgersi del programma scolastico e soprattutto le reazioni degli studenti agli input proposti dalla docente: da Manzoni a Verga, dal “narratore onnisciente” a Ungaretti.

Un mondo a parte

Contrariamente a quel che avviene nella scuola ‘fuori’, dove l’insegnante si trova spesso (e suo malgrado) investito da una dialettica conflittuale che lo fa sentire un sadico carceriere di studenti in ostaggio per cinque ore, l’istruzione in carcere è un antidoto alla noia, lo spettro che aleggia in ogni cella. (…) E la letteratura è, tra le materie scolastiche, forse quella più abile ad annichilire lo spettro e ad allentare le sbarre.

Sonia Trovato

Come sottolineato dall’autrice nella bella introduzione che fornisce una sorta di quadro interpretativo con cui leggere le pagine successive (a dimostrazione del fatto che le introduzioni vadano lette!), l’insegnamento della letteratura in carcere presenta diverse anomalie rispetto a quello “tradizionale” rivolto a studenti adolescenti.

Anomalie che, tuttavia, non hanno a che fare con gli stereotipi classici prodotti dalle serie televisive che trattano di carcere, ma che anzi – queste rappresentazioni – le rifiutano deliberatamente. Quello che questo libro fa, infatti, è soprattutto far emergere l’umanità e la singolarità degli studenti detenuti mettendone in scena aspetti meno raccontati quali l’ironia, la volontà di comunicare e di aprirsi, gli innamoramenti ma anche la forte consapevolezza.

Né angeli né demoni (solo studenti)

“Questo libro è consigliato soprattutto a coloro che, come il turista bianco che vagheggia uno zoo esotico, mi hanno assillata con domande tipo ‘Ma come sono i detenuti?’ (…) Ai tantissimi invece che, con curiosità genuina, si sono interessati a questa esperienza, vanno i miei più vivi ringraziamenti perché hanno gettato le basi per questo libro”

Sonia Trovato

Se per alcuni versi (a partire da un iniziale atteggiamento di “sfida” nei confronti del docente, necessario per prendere le misure) gli studenti detenuti sono prima di tutto studenti, la qualità di “detenuti” rende la loro esperienza per molti versi non convenzionale.

In primo luogo gli studenti detenuti sono studenti volontari spinti in classe dal genuino desiderio di pensare ad altro e di confrontarsi con ciò che rimane all’esterno. Per questi detenuti, l’aula scolastica ricavata all’interno del carcere è paradossalmente il luogo meno ostile tra quelli in cui conducono la loro esistenza: uno spazio meno normativo rispetto al resto del carcere (nonostante le regole e la costante video-sorveglianza degna del Grande Fratello), ed anche – in un certo senso – un luogo “protetto” in cui è concesso esprimere emozioni che normalmente sarebbero forse sconvenienti. Uno spazio che si frequenta volentieri, insomma.

Allo stesso tempo, gli studenti detenuti hanno dalla loro vissuti importanti, complessi, che li portano ad entrare in sintonia in maniera diversa – e spesso più profonda, a tratti drammatica – con molte delle considerazioni e delle esperienza raccontate nelle pagine di letteratura. Concetti come il destino e l’ingiustizia, la morte ed il tradimento, non possono infatti che assumere – agli occhi di persone che ne hanno un’ampia e frastagliata esperienza – valenze ben più complesse rispetto a quelle che possono assumere agli occhi mediamente più innocenti di uno studente quattordicenne.

La scuola come spazio della libertà

Quello che gli studenti manifestano forse più di tutto, è però la tendenza ad avvicinare ciò che è riportato nelle pagine alla loro esperienza – partendo quindi per la tangente.

“Siamo partiti dalla morfologia: Z, doppia Z, plurale dei sostantivi che si concludono in -cia e -gia. Alla lavagna scrivo due parole, con i relativi plurali: PIOGGIA e NOSTALGIA. “Prof, noi qui sappiamo bene che cos’è la nostalgia”. Ne viene fuori un articolato e sofferto catalogo di nostalgie carcerarie: nostalgia di familiari e amici, nostalgia di una bevuta in compagnia, nostalgia di alimenti e prelibatezze che non rientrano nella spesa prevista dal regolamento penitenziario, nostalgia di una vacanza al mare, nostalgia di una notte d’amore, nostalgia di una camminata all’aria aperta, nostalgia di caffè e cornetto al bar, nostalgia di un cielo stellato, nostalgia di una giornata senza costrizioni orarie, nostalgia di un giro in bicicletta, nostalgia di una pizza la domenica sera”

Sonia Trovato

In questo contesto, le pagine di letteratura o di grammatica appaiono infatti (spesso smaccatamente) nient’altro che un pretesto per “evadere” con la mente dalla situazione contingente: per ritornare alla vita di prima con note nostalgiche, per prendere coscienza della propria condizione, per pensare ad un dopo possibile (pur con tutti i condizionamenti che la condizione di ex-detenuto comporta) ma anche e soprattutto per ridere, per esprimere sarcasmo, per recuperare parte della “spacconaggine” della vita precedente, per “sfidare” verbalmente la società, le istituzioni ed in un certo senso anche la stessa docente.

Uno spazio di libertà, pur all’interno delle griglie e delle sbarre che caratterizzano ogni angolo dell’istituzione totale “carcere”, in cui la didattica assume un significato diverso e diventa più morbida, fluida, dialogante ed attenta ai bisogni del discente. Un processo necessario per far sì che anche la letteratura acquisisca davvero un senso, in un contesto come questo che ne manifesta il bisogno in maniera evidente.

Un luogo fatto apposta per la letteratura?

Il carcere che emerge da “Come Pinocchio nella balena” è un luogo claustrofobico e normato in cui la letteratura, proprio per la sua capacità di andare oltre lo spazio ed il tempo contingente attivando i ricordi e fornendo materiale su cui i lettori possono proiettare loro stessi, sembra esprimere appieno il proprio potenziale.

Il libro di Sonia Trovato rappresenta in un certo senso tutto questo, senza però affermarlo esplicitamente. L’autrice, infatti, ha il merito di limitarsi a raccontare episodi (per quanto emblematici) senza corredarli con considerazioni superflue o con rappresentazioni idealizzanti che avrebbero rischiato di far apparire il testo come inutilmente militante ed ideologico.

Un testo agile e gradevole da leggere, che lascia che sia l’umanità presente in carcere ad esprimere sé stessa aiutandoci ad approcciare questo mondo senza rimanere a nostra volta imprigionati in banalizzazioni tanto facili quanto avvilenti.


Autore
Sonia Trovato
Casa editrice
Prospero Edizioni
Anno
2019
Genere
Saggio
Pagine
114
ISBN
9788885491960

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