Da Fiume a Gardone Riviera: come e perché l’ultimo d’Annunzio ha scelto di abitare sul Garda

Gabriele d'Annunzio nel suo studio al Vittoriale (già villa Cargnacco) di Gardone Riviera

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

All’inizio del 1921, a Gardone Riviera di sopra, c’è una dimora settecentesca cinta da un imponente giardino: villa Thode di Cargnacco. Una casa di campagna piena di crepe e di travi tarlate, sequestrata al proprietario tedesco dal governo italiano dopo la prima guerra mondiale. Nessuno immagina che diventerà l’ultima residenza di Gabriele d’Annunzio, nonché la sua ultima opera d’arte: il Vittoriale degli italiani.

In “D’Annunzio da Fiume a Cargnacco” (Ianieri, 2021 – acquista qui), il giornalista e scrittore bresciano Costanzo Gatta ripercorre un delicato frammento di vita del grande poeta abruzzese, quello compreso tra il 18 gennaio e il 17 febbraio 1921. Siamo nel periodo conseguente al fallimento dell’impresa di Fiume, quando il Vate, provato e deluso, ritorna in Italia in cerca di un luogo tranquillo e appartato in cui rigenerarsi e tornare a creare.

Attingendo a fonti storiche autorevoli, il saggio indaga le ragioni e le modalità con cui d’Annunzio sceglie villa Cargnacco come nido in cui riporre, per dirla a modo suo, i resti dei suoi naufragi. Un testo dettagliato, preciso ed equilibrato, arricchito da un folto ventaglio di illustrazioni.

Pubblicata in occasione del centesimo anniversario dell’ingresso di d’Annunzio a villa Cargnacco, l’opera offre un’interessante e scrupolosa ricostruzione che potrà essere apprezzata non solo dagli estimatori del Vate, ma da chiunque desideri approfondire in che modo il lago di Garda sia diventato tappa finale della vita ardimentosa di un autore imprescindibile nella nostra letteratura.

Da Fiume a Venezia dopo il Natale di sangue

«Imbacuccato nella sua pelliccia grigia, […], d’Annunzio mi fece l’effetto d’un uomo invecchiato e stanco, dall’espressione quasi trasognata. Abbracciò noi che l’attendevamo, poi, senza pronunciare una parola, prese posto sull’imbarcazione che un quarto d’ora dopo si arrestava sul canal Grande […].»

Costanzo Gatta, “D’Annunzio da Fiume a Cargnacco”, p. 31

È così che il giornalista e scrittore Tommaso Antongini descrive l’intimo amico d’Annunzio di ritorno da Fiume. La città adriatica, contesa fra il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, è stata occupata da d’Annunzio e da reparti ribelli del Regio esercito i cosiddetti legionari – dal 12 settembre 1919 al 28 dicembre 1920. L’impresa, figlia dell’irredentismo italiano e in particolare del malcontento generato dalla “vittoria mutilata”, rappresenta un unicum nella storia d’Europa e del mondo. I giorni di Fiume hanno infatti portato, specialmente tramite la stesura dell’innovativa Carta del Carnaro, al costituirsi di una sperimentale contro-società che molto somiglia a un Sessantotto ante litteram.

L’impresa legionaria, però, si è conclusa nel sangue, con il Regio esercito inviato dall’Italia a far sgomberare i legionari alla vigilia del Natale 1920 e con le cannonate delle navi del generale Caviglia che, oltre a causare la morte di diversi militari e civili, hanno rischiato di uccidere lo stesso d’Annunzio. Torna così in patria, abbattuto e amareggiato, colui che è diventato il primo poeta a capo di un governo.

Stanco e invecchiato di molti anni in un colpo solo, d’Annunzio sogna ora di ritirarsi in un luogo lontano da fan, ex legionari, giornalisti e curiosi; un ambiente propizio in cui ravvivare la fiamma della sua poesia e far confluire le reliquie dei suoi viaggi e delle sue imprese, innumerevoli carteggi e incalcolabili ricordi.

L’affollata Venezia non è adatta e così molte altre città in cui il poeta ha già soggiornato. Inizia pertanto una vera e propria “caccia alla dimora ideale”, affidata dal Vate a una ristretta cerchia di amici che ben conoscono i suoi gusti raffinati e peculiari.

L’amore per il Garda e la scelta di villa Cargnacco

Il lago di Garda!!! «La predilezione del Poeta per il Lago di Garda era nota [Tommaso Antongini]». Amava l’azzurro Benaco cantato da Virgilio e Dante. Rileggiamo i “Taccuini” di guerra: «[…] Tutto è azzurro come un’ebbrezza improvvisa, come un capo che si rovescia per ricevere un bacio profondo, Il lago è d’una bellezza improvvida, indicibile

Costanzo Gatta, “D’Annunzio da Fiume a Cargnacco”, pp. 49-51

È l’editore milanese del poeta, Guido Treves, a suggerire che la ricerca della nuova casa si concentri sui maggiori laghi lombardi, luoghi particolarmente ameni e suggestivi. Benché prenda in considerazione anche il lago di Como e quello Maggiore, d’Annunzio ha di certo una predilezione per il «ceruleo Benaco», alla cui riviera di Salò la Repubblica di Venezia ha concesso nientemeno che il titolo di Magnifica Patria.

Il merito di scovare villa Cargnacco spetta al già citato Tommaso Antongini. A colpirlo sono in primis la splendida vista che dalla casa si gode sul Benaco, il maestoso giardino di faggi e di cipressi e l’ubicazione della proprietà nella parte alta di Gardone Riviera, al riparo dal cospicuo viavai del lungolago. Entrato nella casa, Antongini rimane inoltre incantato dalla libreria stipata di migliaia di volumi raccolti dall’ex proprietario, lo studioso tedesco Henry Thode. Infine, a coronare il tutto fa la sua comparsa un pianoforte appartenuto a Franz Liszt. Tali premesse, prevede correttamente Antongini, sono più che sufficienti a far innamorare un finissimo estimatore di poesia e di bellezza quale è il Vate.

Una sola nota stonata: lo stato di deperimento in cui versa la casa, dalle facciate di un bianco ingrigito agli interni danneggiati e trascurati. Ma ciò non rappresenta un ostacolo, per l’acquirente.

Antongini sa molto bene che al poeta poco importava lo stato attuale dell’abitazione. Preferiva immaginare come sarebbe diventata sotto la sua direzione. «Quando d’Annunzio vedeva una casa, sin dai primi istanti, quasi inconsciamente, abbozzava nella sua mente le possibili modificazioni; la sua immaginazione abbatteva porte, allargava finestre, elevava muri, costruiva nuove stanze […].»

Costanzo Gatta, “D’Annunzio da Fiume a Cargnacco”, p. 95

Non c’è niente di meglio per l’immaginifico d’Annunzio che la pietra grezza di una casa tutta da rinnovare, ribattezzare e rendere propria con l’infusione della sua multiforme personalità. Inizia così la relazione fra il poeta e l’ultima delle sue dimore, la stessa in cui lui, il 1° marzo 1938, troverà la morte.

Il saggio di Gatta si chiude poco dopo la firma dell’atto d’acquisto di villa Cargnacco, mentre il Vate e i suoi collaboratori coordinano i traslochi e imbastiscono i progetti di ristrutturazione della casa. A noi lettori, presi dalla scorrevolezza e dalla minuziosità del testo, non risulta tuttavia difficile figurarci l’anziano poeta, indebolito nel fisico ma non nell’estro creativo, che si accinge insieme all’architetto Gian Carlo Maroni a tracciare i primi contorni del suo mausoleo privato e libro di pietre vive: il futuro, incomparabile Vittoriale degli italiani.

Il saggio: prezioso tassello di una più ampia opera dedicata al Vate

Poeta, esteta, amante, uomo d’azione, prosatore, drammaturgo ed eccellente comunicatore. D’Annunzio è stato cento e più cose, nei lampi chiari della sua poesia così come nei suoi tratti più oscuri e indigesti. Sospinto da un carisma indemolibile e da una sensibilità fine e acutissima, non c’è lido che non abbia cercato di toccare e di varcare con i versi e con la vita. A noi non resta che amarlo od odiarlo – le mezze misure con un personaggio simile non sono facilmente ammesse -, ma qualunque sia la nostra scelta, il poeta de “La pioggia nel pineto” rimane una figura priva di eguali, emblema di un’umanità e di un’italianità certamente non prive di ombre, ma con le quali non possiamo fare a meno di continuare a confrontarci, ammirandone la potenza e l’unicità.

Pittura, musica, zoologia, misticismo, occultismo, moda, aerei e motori: sono svariati gli interessi e le sezioni dello scibile umano a cui lo spirito perennemente affamato di scoperte di d’Annunzio si è volto con passione, in parallelo a una vasta e variegata produzione letteraria. Le tracce di tali studi arricchiscono le sue opere e si ritrovano anche nei suoi pregevoli e consistenti carteggi, tutt’oggi fonte di sorprese e di ispirazione per dannunzisti e studiosi di letteratura.

Di tutti questi aspetti è ampiamente a conoscenza il saggista, giornalista e regista Costanzo Gatta, che al Vate ha scelto di dedicare non un solo libro, bensì una serie di testi. “D’Annunzio da Fiume a Cargnacco” è infatti parte di una collana di saggi incentrati sulla figura di d’Annunzio e che del Vate intendono mettere in luce aspetti singolari e poco noti. Oltre all’opera in oggetto, la serie comprende i seguenti testi, tutti pubblicati da Ianieri: “D’Annunzio pittore” (2017), “D’Annunzio uscocco” (uscito nel 2019, centenario dell’impresa di Fiume), “D’Annunzio umorista” (2019) e “D’Annunzio zoofilo” (2021).

Un compendio di sfumature ricercate, il molteplice contributo di Gatta. Un ammirevole lavoro di ricerca a cui riconosciamo con gratitudine la capacità di sondare, con un linguaggio attento e sincero, alcune delle innumerevoli sfaccettature di quell’anima avventurosa e incandescente che è stato Gabriele d’Annunzio.


Titolo: D’Annunzio da Fiume a Cargnacco
Autore: Costanzo Gatta
Editore: Ianieri, 2021

Genere: Saggio biografico
Pagine: 138
Isbn: 9791280022660

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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