Incapace di intendere e di volere? Se la follia da sola non basta a dare le risposte che cerchiamo

Recensione di Federica Zaccaria per Brescia si legge

Viola capì in quell’istante di avere sbagliato giungendo a conclusioni troppo affrettate e semplicistiche e cadendo nel solito cliché malato mentale=pericolosità sociale. (…) Ovviamente un soggetto in fase di scompenso psicotico e ancora più se scoperto da terapia psicofarmacologica può compiere azioni violente in nesso di causa con la sintomatologia. Questi casi non sono fortunatamente così frequenti come l’opinione pubblica crede e la colpa è spesso dei media, che tendono ad amplificare la risonanza di questi fatti di cronaca, alimentando allarmismi e paure in realtà infondati.

Valentina Stanga, “Le origini della follia”, pag. 42

Valentina Stanga, l’autrice di “Le origini della follia” (Eretica Edizioni, 2002) è una psichiatra clinica e forense che lavora per il Dipartimento di Salute Mentale degli Spedali Civili di Brescia, come consulente per l’istituto penitenziario cittadino, nonché in veste di perito per il Tribunale di Brescia.

In “le origini della follia” non siamo però davanti a un saggio, ad un sobrio e didascalico lavoro accademico, bensì a storia che rientra in piena regola nel filone della narrativa noir più spinta: vicende crude, macabre, di violenza estrema che riempiono di immaginifico orrore le pagine dei libri ma rimandano anche ad inauditi accadimenti reali. Delitti efferati che la storia dell’umanità non manca ciclicamente di riproporre, lasciando sgomenti e inorriditi i non addetti ai lavori e chiamando i professionisti della mente a dare giudizi inappellabili e sentenze inoppugnabili. Un terreno scivoloso sul quale possiamo solo immaginare come debbano muoversi coloro che sono chiamati a effettuare le perizie, appunto i professionisti della mente: con rigore scientifico, acume, precisione e sensibilità, ma anche con un fardello di responsabilità immane. Perché è da loro che si pretendono risposte certe, inequivocabili, granitiche che permettano agli inquirenti di condannare o assolvere in nome di una dicitura che metta in pace le coscienze e ripristini un certo ordine cosmico: “incapace di intendere e di volere”.

Ma è davvero così? E’ veramente possibile per uno psichiatra stabilire senza ombra di dubbio che c’è sempre una mente malata, un ego delirante e guasto, dietro a questi atti? Oppure è quello che la gente comune preferisce credere (spesso e volentieri influenzata da un certo intrattenimento superficiale votato allo sciacallaggio mediatico)? La risposta consolatoria che ci impedisce di ammettere che anche le persone “sane di mente” possano avere dentro un pozzo profondo e nero di lucida e cosciente crudeltà? Del resto risulta più facile, accettabile, rassicurante dare una spiegazione che tiri in ballo lo squilibrio mentale conclamato, in tutte le sue variegate e pericolose espressioni. Per evitare di dover guardare nelle profondità di quel pozzo e trovarci qualcosa che, semplicemente, ci fa troppa paura.

L’intento di questo romanzo è proprio quello di sfatare il luogo comune secondo il quale atti di malvagità impossibili da razionalizzare andrebbero sempre a braccetto con forme di follia, confutare insomma l’assunto che i “mostri” sono sempre dei “pazzi”.

Attenzione: la recensione che segue contiene lievi spoiler

Lo psichiatra e la poliziotta

Alberto Lepanto è un brillante professore universitario, coinvolto come consulente nelle indagini condotte dal commissario Viola Clementi in merito a una serie di omicidi particolarmente cruenti.

L’approccio dei due è inizialmente agli antipodi: tanto l’uno è aperto ad ogni possibile ipotesi, quanto l’altra non nasconde una smaccata diffidenza nei confronti dei portatori di malattie mentali, considerati aprioristicamente pericolosi e, come tali, tacciati senza troppe storie di colpevolezza. Del resto, i cadaveri brutalmente ritrovati in una simbolica sequenza di sangue e corpi martoriati portano a pensare ad un’unica prevedibile risposta: le forze dell’ordine hanno a che fare con un pazzo squilibrato.

A mano a mano che le indagini si arricchiscono di nuovi importanti dettagli, Viola avrà modo di rivedere la sua rigida posizione, seguendo il suggerimento dello psichiatra di usare una maggiore prudenza e di farsi suggestionare meno dalle proprie paure. Perché, come si trova ad un certo punto a dire Alberto: “le persone cattive esistono, non bisogna sempre scomodare traumi infantili e malattia mentale”.

Fare chiarezza nei meandri nebulosi della mente

Grazie dunque agli sforzi congiunti dei due, le uniche persone chiamate a dipanare il bandolo della matassa di questa serie di delitti e capire se si tratti di un folle omicida piuttosto che di un omicida di folli, comincia ad emergere un quadro diverso, più sfaccettato, in cui appare evidente che il colpevole potrebbe non essere un soggetto psicologicamente instabile, bensì uno spietato simulatore senza scrupoli. Un individuo per il quale – e qui per bocca di Viola è la voce dell’autrice a farsi sentire – non si dovrebbero scomodare le disposizioni sanitarie messe in campo per i reali pazienti psichiatrici (si tratta delle REMS, acronimo che sta per “Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza” – ndr), ma piuttosto spalancare i cancelli di un carcere.

Attraverso Viola e Alberto, Valentina Stanga sembra voler porre al lettore, a tutti noi sani di mente, una domanda: siamo sicuri che il disagio psichico sia di per sé sufficiente a spiegare l’inspiegabile? L’autrice affida una possibile risposta all’esergo, una frase di Joseph Conrad, senza però costringerci a condividerla: “La fede in una fonte soprannaturale del male non è necessaria. Solo gli uomini sono perfettamente capaci di ogni malvagità”.


Titolo: Le origini della follia
Autrice: Valentina Stanga
Editore: Eretica Edizioni

Genere: Giallo
Pagine: 162
ISBN: 9788833443287

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