Disastri e comunità alpine. Storia e antropologia della catastrofe, dall’antichità al Gleno

La diga del Gleno, nell'alta val di Scalve, crollata nel 1923

Recensione di Francesca Cocchi per Brescia si legge

I territori alpini, compresi quelli della nostra provincia, sono stati – e sono ancora – teatro di catastrofi ambientali le cui cause non possono essere imputate alla sola natura. Frane, valanghe ed esondazioni che per secoli hanno martoriato l’arco alpino non sono infatti dei disastri naturali, ma si presentano come complessi processi dinamici determinati dalla profonda interazione tra ambiente, società e tecnologia.

Nel 2017, la Società Storica e Antropologica di Valle Camonica ha promosso una giornata di studi intitolata «Disastri e comunità alpine. Storia e antropologia della catastrofe». Il seminario ha avuto lo scopo di indagare la dimensione storica e antropologica delle più grandi catastrofi ambientali che hanno colpito nel corso dell’età moderna e contemporanea la Valle Camonica e altri territori delle Alpi e che sono rimaste impresse nella memoria delle comunità locali per la portata delle devastazioni compiute, per il numero dei morti causati o per la straordinaria reazione di solidarietà suscitata.

Gli interventi proposti da studiosi universitari e ricercatori indipendenti sono confluiti nell’omonima pubblicazione, «Disastri e comunità alpine. Storia e antropologia della catastrofe» (2020), nella quale lo studio della memoria storica delle catastrofi vuole rendere evidente la stretta relazione esistente tra ogni territorio e la comunità che lo abita.

Antropologia dei disastri e narrazione della catastrofe

“[…] fare antropologia dei disastri significa studiare da un lato la struttura diacronica dell’evento estremo e cioè ricostruire la storia politica, economica e culturale della comunità colpita e dall’altro la storia fisica, climatica, geologica dei territori locali, quindi porre in relazione significativa biografie di comunità e biografie di luoghi.”

G. Ligi, «La vulnerabilità sociale fra saperi locali e percezione di rischio»., p. 15

Nell’ottica dell’antropologia del disastro, lo studio delle fonti è finalizzato a mettere in relazione il contesto socio-economico della comunità colpita con la storia geo-fisica del territorio. Fin dai primi articoli, emerge quindi la ricostruzione di un territorio alpino che già in epoca moderna era caratterizzato da un diffuso ed elevato rischio idrogeologico, aggravato da un sempre più intensivo sfruttamento delle aree boschive.

Le numerose microalluvioni che in Valle Camonica, tra il 1520 e il 1521, recarono gravi danni ad attività produttive e alla viabilità furono certamente un evento climatico eccezionale la cui portata fu però amplificata da diffusi fenomeni di disboscamento. Anche la frana che nel 1618 cancellò Piuro in Valchiavenna e la “rovina” che nel 1666 colpì Gromo e la Valgoglio si presentano come due eventi calamitosi che colpirono territori toccati dall’attività produttiva, tanto che le fonti antiche descrivono queste catastrofi come una punizione divina contro delle comunità interessate al solo profitto economico.  

L’interesse dell’antropologia del disastro si rivolge anche alla risonanza degli eventi catastrofici e alla loro capacità di toccare l’immaginario collettivo non solo della comunità locale, ma anche di popolazioni lontane dalla catastrofe nello spazio e nel tempo. Ne è un esempio la storia delle tre donne che per trentasette giorni sopravvissero in una piccola stalla sepolta dalla valanga che ricoprì Bergemoletto nel 1755. Il racconto di questa miracolosa vicenda riscontrò fin da subito un grande successo narrativo, prima orale e poi scritto, grazie al quale la memoria della catastrofe risulta ancora vivida ai giorni nostri, come testimoniano le numerose opere letterarie – e non solo – dedicate a questo evento. Anche la frana di Gero e Barcone in Valsassina nel 1762 lasciò dietro di sé, oltre a un territorio devastato, anche una memoria storica dettagliata ed eterogenea che consente oggi di ricostruire con precisione una delle più grandi catastrofi che colpirono quella Valle. 

Il contributo umano nei disastri “naturali”

Ciò a dimostrare che i fenomeni calamitosi sono una sorpresa solo per chi non conosce la storia oppure non ha a disposizione testimonianze scritte che scavalcano la notte dei tempi.

G. Maculotti, «Nascita e scomparsa del lago di Valle delle Messi o “dei Silissi” in alta Valle Camonica nel 1784», p. 133.

Lo studio della memoria storica delle catastrofi si rivela una disciplina fondamentale per meglio conoscere il territorio e prevenire in questo modo ulteriori disastri ambientali. La ricostruzione, leggibile in alcune memorie locali, degli eventi che portarono alla formazione di un lago nella Valle delle Messi nel 1784 costituisce di fatto un avvertimento a ricordare che quel territorio è da secoli soggetto a inondazioni causate da forti alluvioni. Il ricordo degli eventi calamitosi del passato diventa quindi un importante monito: “ciò che è già accaduto, tende a ripetersi”.

Spetta alla comunità locale ricordare la storia del territorio e dare il giusto peso ai segnali che esso lancia, per evitare nuove distruzioni e devastazioni. È emblematica, a tal proposito, la frana che nel 1807 travolse Serio in Valtellina; un evento prevedibile, data la conformazione del territorio, e addirittura preannunciato da piccoli smottamenti verificatisi nei giorni precedenti a cui nessuno aveva però dato importanza. 

Lo studio delle catastrofi ambientali più vicine a noi nel tempo evidenzia il sempre maggiore coinvolgimento dell’uomo nei disastri “naturali”. L’esondazione del Mallero nel 1834 non fu infatti provocata dalle piogge abbondanti, ma dall’eccessivo disboscamento degli argini fluviali praticato dalle comunità locali. E non possono certamente essere considerati naturali i grandi disastri del Novecento, come il crollo della diga del Gleno nel 1923 e della diga di Molare nel 1935, il cedimento dei bacini di decantazione della miniera di Prestavel nel 1985, o l’incendio doloso che distrusse il bosco di Sellero nel 1997. Dalla ricostruzione di queste recenti catastrofi sembra emergere un dato inquietante: le popolazioni locali hanno progressivamente perso il controllo dei loro territori, sempre più occupati da enti esterni che non ne conoscono la storia e che non sono interessati a preservarli, ma solamente a sfruttarli per trarne profitto. Quando la comunità cessa di prendersi cura del territorio che abita, allora vi è una maggiore probabilità che si verifichi una catastrofe.

La memoria storica del territorio come chiave di lettura per il futuro

«Disastri e comunità alpine. Storia e antropologia della catastrofe» è una raccolta densa e completa, composta da saggi in cui i complessi dettagli tecnico-scientifici sono esposti con una chiarezza divulgativa capace di rivolgersi a un vasto pubblico. Lo scopo di questi interventi non è infatti quello di proporsi come semplici studi stampati su carta, ma di rappresentare un’importante spunto di riflessione per le comunità alpine, le quali dovranno essere in grado di ripensare il loro ruolo nell’ottica di un futuro che si prospetta sempre più caratterizzato da fenomeni climatici eccezionali

L’antropologia della catastrofe insegna infatti che il disastro colpisce popolazioni caratterizzate da una vulnerabilità fisica e sociale, popolazioni che dimenticano la storia dei luoghi in cui vivono e che non sono in grado di cogliere i segnali di cedimento lanciati da terre eccessivamente sfruttate. Lo studio della memoria storica delle catastrofi diventa quindi il primo e fondamentale passo che le comunità alpine devono compiere per poter ristabilire l’atavica connessione vitale con il proprio territorio. 


Titolo: Disastri e comunità alpine. Storia e antropologia della catastrofe
Autore: autori vari
Curatore: Luca Giarelli

Editore: Società Storica e Antropologica di Valle Camonica (SSAValCam), 2020

Genere: Raccolta di saggi
Pagine: 344
Isbn: 9788831654746

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Francesca Cocchi

Nata nel 1996 è cresciuta in Valle Camonica e ha studiato tra Padova e il Belgio; dopo la laurea magistrale in lettere classiche, si stabilisce a Brescia. Filologa di formazione, predilige da sempre i grandi classici, ma non si lascia intimorire dagli autori contemporanei. Di carattere introverso, si trova a suo agio tra i libri e al tavolo di un buon ristorante.

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