Bresciani brava gente? Tutto quello che non avresti voluto sapere sulla Shoah a Brescia

Alberto Dalla Volta, classe 1922, residente in Piazza della Vittoria. Arrestato a Brescia, ad Auschwitz fu compagno di prigionia e migliore amico di Primo Levi. Morì nel gennaio 1945 durante una "marcia della morte"

Recensione a cura di Andrea Franzoni per Brescia si legge

“Una vicenda inquietante, che ha visto molti bresciani collaborare a diversi livelli e che nel dopoguerra è stata sepolta dopo una pesante coltre di oblio. Conoscerla è oggi un dovere per chiunque ritenga necessario fare i conti con questo buco nero del nostro passato, affinché possano rinvigorirsi le basi della convivenza democratica”

“La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli ebrei nel bresciano (1938-1945)” di Marino Ruzzenenti

Evocando la Shoah scatta una sorta di automatismo che collega lo sterminio degli ebrei ai nazisti e a Hitler. E anche a voler fare un passo in più, anche arrivando a riconoscere la responsabilità gravi e strutturali del fascismo italiano in questa tragedia, è facile correre il rischio di allontanare comunque il male dal perimetro che ci è familiare associandolo a luoghi ed a tipi umani (“i fascisti”) lontani e particolari.

“La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli ebrei nel bresciano (1938-1945)”, scritto dallo storico Marino Ruzzenenti e pubblicato nel 2006 da GAM editrice (acquista qui), è invece un libro documentato che ha il pregio di andare oltre smontando diverse verità di comodo. Storie, documenti, elenchi (perché una delle parti più toccanti del libro sono forse le liste: degli ebrei residenti nella provincia di Brescia segnalati, di quelli deportati, dei beni confiscati…) ed episodi, che riportano alla luce le vicende rimosse dei molti ebrei bresciani che furono discriminati e spesso mandati a morire nonché l’ampio e pervasivo contesto sociale e culturale che rese possibile, anche nella nostra provincia, la persecuzione, la de-umanizzazione e quindi lo sterminio.

Una presenza irrilevante. Eppure…

La prima parte del saggio di Marino Ruzzenenti è dedicata ad approfondire la presenza ebraica a Brescia precedente all’avvento del fascismo: quella ebraica, infatti, non è stata mai a Brescia una comunità numerosa fatto salvo il periodo del dominio veneziano – ed in particolare gli anni dalla fine del Trecento alla metà del Cinquecento – durante i quali la comunità ebraica bresciana raggiunse un buon protagonismo in ambito culturale (in particolare editoriale) e commerciale, oltre che nell’attività di gestione di banchi dei pegni.

Risale infatti al 1572, a seguito di un’ondata di persecuzioni (basata su un abile uso di “fake news”) che fu particolarmente pervasiva nella cattolicissima Brescia e che prese il via dalla vicenda montata ad arte del presunto martirio del Beato Simonino (che si svolse a Trento, ma con il forte coinvolgimento di personalità collegate al bresciano), la cacciata degli ebrei dalla città.

Da allora, la presenza di ebrei a Brescia rimase numericamente trascurabile. Ciò non significa tuttavia che, anche in assenza di una comunità visibile e strutturata, gli ebrei non ricominciarono – nei secoli successivi – a giungere a Brescia spesso inserendosi nella società bresciana in qualità di commercianti (come, nell’Ottocento, nel caso della famiglia Coen), magari contraendo matrimoni misti ed abbandonando ogni tipo di osservanza religiosa.

Fu così che, nel 1938, i cittadini di “razza ebraica” che si denunciarono in seguito alle leggi razziali in provincia di Brescia, furono 118 (di cui 83 italiani). Una popolazione esigua, composta in gran parte da ebrei non praticanti (la comunità religiosa più vicina aveva sede a Mantova), sparsi per la provincia e – salvo rari casi – di condizioni modeste, comunque non certo capaci di giustificare l’invidia e l’odio popolare.

Furono queste poche unità, in una città in cui la questione ebraica era oggettivamente inesistente ma non per questo meno sentita, a subire tutto il peso del biasimo, della spoliazione dei beni e delle persecuzioni che condussero una parte significativa di queste donne e di questi uomini alla morte.

Brescia e la Shoah

“Da questo lavoro, che attinge a materiali inediti, si delinea una realtà che smentisce ‘verità’ di comodo consolidate, per cu la persecuzione ‘antisemita’ in Italia sarebbe stata all’acqua di rose e lo stesso governo della RSI avrebbe cercato di impedire che essa degenerasse, mentre la stragrande maggioranza degli italiani avrebbe deprecato sempre gli stermini degli ebrei”

“La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli ebrei nel bresciano (1938-1945)” di Marino Ruzzenenti

Il resto del libro è dedicato alla ricostruzione di ciò che accadde, sul suolo bresciano, dal 1938 (anno della promulgazione delle Leggi Razziali) al 1945 (Liberazione dal nazifascismo).

Dall’accoglienza dedicata dalla stampa locale e dai bollettini diocesani alle Leggi Razziali, ufficialmente giustificate e sostenute, al ruolo di rilievo assunto dalla bresciana Editrice La Scuola – leader nella pubblicazione di testi scolastici – nella propaganda dell’ideologia fascista, il libro di Ruzzenenti rende evidenti come – sotto le pressioni del regime – il discorso pubblico risultasse fin dall’inizio pervaso da un clima (tra le altre cose) antisemita.

A lasciare davvero sgomenti, sono però le vicende concrete che coinvolsero le poche decine di ebrei bresciani e che il libro ricostruisce con notevole dovizia di particolari. Dalla vicenda più “famosa” della famiglia Dalla Volta (Alberto, il figlio ventenne cristiano e battezzato del commerciante di attrezzature medicali di origini ebraiche residente in Piazza Vittoria Guido, fu ad Auschwitz uno dei migliori amici di Primo Levi che lo citò in innumerevoli occasioni nelle sue memorie), fino a quelle dei prima sconosciuti ebrei ungheresi o levantini finiti chissà come nella provincia bresciana.

La Repubblica Sociale Italiana e la “soluzione finale”

“Nel bresciano, tra il ’43 e il ’45, era insediata la capitale della RSI: ciò che qui accadde, quindi, rappresenta fedelmente l’atteggiamento del risorto fascismo repubblicano nei confronti del problema ebraico. E il quadro di corresponsabilità che emerge è gravissimo: l’immediata disponibilità dei fascisti della RSI a fornire ai tedeschi gli elenchi con il domicilio degli ebrei; la conoscenza da parte della RSI della “soluzione finale”; l’accordo tra tedeschi e fascisti nella “caccia all’ebreo che vede le autorità della RSI in competizione e spesso più spietate degli stessi nazisti; la spoliazione di ogni bene degli ebrei condotta con ottusa e burocratica pervicacia”.

“La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli ebrei nel bresciano (1938-1945)” di Marino Ruzzenenti

Una parte significativa del libro è infine dedicata al periodo della Repubblica Sociale Italiana, con l’approssimarsi della soluzione finale e le deportazioni che coinvolsero anche diversi tra gli ebrei residenti a Brescia o riparati nella nostra provincia durante gli anni della guerra.

Il libro di Marino Ruzzenenti ne elenca 26, tutti catturati da fascisti della Repubblica Sociale Italiana, in buona parte uccisi già all’arrivo al campo di concentramento: Davide Arditi e Jerohan Ribka arrestati a Gavardo; Maurizio Benghiat, arrestato a Tignale; Andrea Birò, Alberto e Guido Dalla Volta arrestati a Brescia; Giuseppe Dlugacz, Julius Flesch, Hermann Julius Hersch, Felice Lenk, Tauber Somme e Ruth Wasser arrestati a Pralboino; Hulda Garfinkel e Dorotea Gronik arrestate a Desenzano; Massimo Lowy e Alfredo Russo arrestati a Gardone Riviera; Piero, Silvio e Said Lusena arrestati a Remedello; Assalonne e Raul Elia Nathan arrestati a Calvagese Riviera; Aurelio Reggio e Lorenzo Sacerdoti arrestati a Palazzolo sull’Oglio; Arturo e Lorenzo Soliani di Gardone Riviera arrestati a Roma; Malvine Weinberger arrestata a Gussago.

Oltre le generalizzazioni e le banalizzazioni

Come ogni libro onesto e rigoroso che tratti di Shoah, di nazismo e di sistemi strutturalmente basati sulla violenza e sull’abuso, anche il libro di Ruzzenenti mostra tra le righe come sia ingiusto compiere generalizzazioni: così come tra i bresciani si sono annoverati spregevoli collaborazionisti e sadici, non bisogna dimenticare i bresciani che sono stati stati semplicemente sopraffatto né quelli capaci di piccoli e grandi gesti di eroismo. Incusi coloro (Angelo Tosi e Teresa Pasqualini da Calcinato, meritevoli di aver salvato nove ebrei) che rappresentano la nostra provincia nell’elenco dei “Giusti tra le nazioni”.

Così come non trova giustificazione la visione di chi desidera credere che gli orrori della Shoah in fondo non possano aver riguardato la nostra provincia e la sua brava gente, sarebbe quindi altrettanto insensato dipingere una situazione di fanatismo e antisemitismo generalizzato.

Quello che emerge, nel libro di Ruzzenenti, è però la pervasività della cultura d’odio organizzata dal fascismo e degli apparati burocratici costruiti per rendere questo odio Sistema. Un sistema in cui milioni di persone sono state di fatto rese complici più o meno inconsapevoli di una macchina che ha generato morte e ingiustizia su scala industriale, e che è fatta anche della somma di una miriade di piccole azioni, delazioni e omissioni consumatesi in provincia.

Un peso distribuito su molti, ma che non per questo deve far sentire alleggerito nessuno.


Titolo: La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli ebrei nel bresciano (1938-1945)
Autore: Marino Ruzzenenti
Editore: GAM Edizioni

Genere: Saggio
Pagine: 232
Isbn: 978889044209

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