Una Brescia dolente, violentata e avvelenata, nel libro denuncia del fotografo Mattia Marzorati

Una zona estrattiva di Montichiari, in provincia di Brescia. Il comune di Montichiari ospita una concentrazione di discariche unica in Europa.
 Ph. Federico Marzorati

Intervista di Chiara Padula per Brescia si legge

Un libro necessario e importante, capace di documentare le conseguenze di decenni di scempio ambientale avvalendosi di pregevoli e impressionanti immagini fotografiche, ma anche delle testimonianze di chi soffre in prima persone i frutti avvelenati di una delle zone più inquinate d’Europa e degli scritti di studiosi, membri di comitati e difensori del territorio.

La terra dei buchi (SeiperSei, 2021), opera del giovane fotografo comasco Mattia Marzorati, è un libro fotografico che racconta le conseguenze di quei decenni di sfruttamento e scempio incontrollato del territorio che hanno reso la nostra provincia la “Terra dei Fuochi” dell’alta Italia. Una storia tragica iniziata negli anni ’80, periodo in cui (grazie ad un perverso mix di carenze legislative, interessi mafiosi e volontà di perseguire il profitto a tutti i costi) molte cave della nostra provincia vennero trasformate in discariche inquinanti avvelenando irrimediabilmente ampie porzioni del nostro territorio con conseguenze purtroppo visibili ancora oggi.

Edito in tiratura limitata ed arricchito da testi “donati” da personalità come Marino Ruzzenenti, Rosa Cerotti (Gruppo Mamme di Castenedolo) e Raffaella Giubellini (Tavolo Basta veleni), “La terra dei buchi” deriva da un omonimo progetto fotografico vincitore di importanti premi (Everything is Connected – Slideluck Editorial 2020 e Reset – Sistema Festival Fotografia 2021). Il lavoro confluito in questo libro, a seguito di una ben riuscita campagna di Crowdpublishing, è stato ripreso e ripubblicato da testate italiane e internazionali autorevoli come L’Espresso, Internazionale, Vogue Italia, Il Post, Revista 5W, SkyTg24 e The British Journal of Photography, portando tristemente Brescia alla ribalta internazionale in quanto emblema di quelle che sono le conseguenze di uno sfruttamento incontrollato del territorio.

Brescia si legge ha intervistato il giovane fotografo Mattia Marzorati, autore delle immagini e coordinatore di un progetto capace di riscuotere il favore della critica internazionale ma anche un’accoglienza forse più fredda del previsto nella provincia in cui il lavoro di denuncia è ambientato. 

Materiale non identificato disperso in un campo di grano a pochi metri dalla discarica Gedit che contiene rifiuti pericolosi. Gli abitanti della zona segnalano irregolarità nel trasporto e nello stoccaggio dei rifiuti, a volte dispersi dal vento. (Mattia Marzorati)

Come nasce la sua vocazione di fotografo e cosa l’ha portato a interessarsi alle problematiche ambientali bresciane?

Ho iniziato a fotografare mentre svolgevo servizio civile in Perù nel 2016. Ho intuito che il mezzo fotografico poteva avere un ruolo sociale e politico oltre che un valore artistico. Ho deciso quindi di studiare fotografia e fotogiornalismo una volta conclusa l’esperienza in Sud America.

L’interesse verso le problematiche ambientali ha diverse origini; la città nella quale ho vissuto in Perù, Cajamarca, sorge vicino a una miniera d’oro vastissima e ho avuto la possibilità di conoscere da vicino un conflitto socio-ambientale molto forte. Inoltre, abito vicino a una discarica, quella di Mariano Comense, che è bruciata diverse volte negli ultimi anni. Mi sono pertanto chiesto il perché di questi eventi.

Brescia ha attirato la mia attenzione in quanto ho notato che nelle classifiche delle criticità ambientali più gravi appariva spesso nelle prime posizioni. Ciò che ne è emerso è una situazione davvero drammatica.

La fotografia in copertina, ad una prima occhiata, sembra un mare in tempesta. Si tratta invece del territorio bresciano devastato. Quali scatti ritiene siano particolarmente significativi? Quali le sono costati più impegno e le hanno dato di più?

La fotografia scelta per la copertina del libro è abbastanza evocativa ma non di immediata lettura e mi sembrava quindi un buon modo per introdurre il lavoro fatto sul territorio. Credo però che nessuna foto singolarmente possa raccontare realmente questa situazione proprio per la sua complessità.

Gli scatti ai quali sono più legato sono i ritratti delle persone che ho incontrato, in particolare quelli degli attivisti.

I più difficili tecnicamente sono stati quelli dall’aereo, in quanto ho deciso di usare la stessa macchina fotografica a pellicola per tutte le immagini. Le foto più difficili emotivamente sono state quelle che ritraggono chi ha subito in prima persona le conseguenze di questa situazione.

Carmine ha perso la moglie a causa della leucemia nel 2014. Da allora fa attività di sensibilizzazione sul territorio. È uno dei fondatori del comitato di sanità pubblica Basta veleni. (Mattia Marzorati)

In passato, i difensori della crescita economica senza scrupoli si sono sempre lamentati della cosiddetta sindrome NIMBY (Not In My Back Yard). Molti bresciani invece, per denaro, hanno permesso che la loro terra venisse trasformata in discarica. A ciò va aggiunto il fatto che con il nostro inceneritore importiamo immondizia da fuori provincia. Cosa c’è nella testa dei bresciani?

Ci sono dinamiche che non riesco a comprendere. Per quanto sia orribile e sbagliato sotto ogni punto di vista, capisco la logica capitalista e colonialista di chi devasta territori lontani per scopi economici, ma proprio non riesco ad entrare nella testa di chi avvelena la sua stessa terra.

“Ho sempre detto che la spazzatura è oro” Ecco una delle agghiaccianti testimonianze da voi raccolte. Ha avuto l’impressione che i responsabili di questo scempio abbiano maturato consapevolezza della gravità delle loro azioni? Forse pentimento?

Nunzio Perrella, ex camorrista e pentito, ha fatto nel corso degli anni dichiarazioni molto contraddittorie. Il suo ruolo all’interno dell’operazione Adelphi è stato fondamentale per chiarire le dinamiche che legavano, e legano ancora oggi, la criminalità organizzata con il business dei rifiuti, sia nella Terra dei Fuochi che nella provincia di Brescia. Ciononostante, è difficile capire quando la collaborazione ha il solo scopo di ottenere uno sconto sulla pena o arriva dopo un effettivo pentimento. Le intercettazioni emerse nel recente caso della WTE non mi lasciano grandi speranze ma non vorrei generalizzare.

Cosa vede all’orizzonte? I bresciani riusciranno a bonificare questo territorio martoriato e a pagare il proprio debito nei confronti delle generazioni future?

La situazione di Brescia è gravissima a livello locale, ma non è così diversa da quella in cui viviamo tutti a livello globale. La sfida dell’ambientalismo di oggi è proprio quella di riuscire a combattere in modo efficace su questi due livelli.

Brescia, in questo momento, può essere considerata un emblema per quelle che sono le conseguenze di uno sfruttamento del territorio incontrollato, reiterato per decenni. Mi piacerebbe che potesse diventare in futuro un esempio di come queste dinamiche si possono interrompere e invertire ma affinché questo avvenga è necessaria una cittadinanza più consapevole e più attiva.

Una manifestazione organizzata dal comitato Basta veleni nel centro di Brescia, il 27 ottobre 2019. (Mattia Marzorati)

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