“ISTRIANIeri”: 10 storie di esilio e ripartenza dal campo per profughi giuliano-dalmata di via Callegari

I nostri classici” sono una selezione arbitraria di libri bresciani usciti qualche tempo fa, che – per qualche motivo – hanno lasciato il segno.

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Ci sono capitoli di storia tanto spigolosi che a trattarli si rischia di ferirsi a ogni data, volto, parola. Capitoli fatti di storie scivolose come ghiaccio sottile e nere come labirinti di orrori incastrati gli uni negli altri, nei quali è anche possibile perdersi. A questa categoria appartengono certamente le foibe e l’esodo giuliano-dalmata, ovvero il drammatico destino della Venezia Giulia e della Dalmazia all’indomani della seconda guerra mondiale.

Il giornalista Valerio Di Donato, bresciano d’adozione, si è addentrato con coraggio nei cunicoli di un tema tanto delicato e complesso e, con il rigore e l’equilibrio di uno storico, ci ha consegnato un libro speciale e toccante dal titolo “ISTRIANIeri. Storie di esilio” (LiberEdizioni, 2006).

Dieci storie di profughi giuliano-dalmati, documentate e ben inserite nel più ampio contesto della geopolitica europea del XX secolo; dieci vicende di esilio che sfociano tutte in una temporanea permanenza, dopo l’espatrio, nel campo per profughi giuliano-dalmati funzionante a Brescia in via Callegari nel secondo dopoguerra.

Un libro che strappa il velo di molti tabù, restituendo voce e memoria a uomini e donne i cui travagli sono stati troppo spesso trascurati dalle cronache internazionali e dai libri di storia, od opportunamente strumentalizzati per fini di propaganda politica. Di pagina in pagina, i drammi degli esuli raccontati da Di Donato trovano il posto che spetta loro e ci parlano senza filtri, ci chiamano, ci insegnano ad ascoltare e a schierarci contro ogni stereotipo, per dare a ciascuna storia l’ascolto che merita e riconoscere che il diritto alla memoria non può essere negato a nessuno.

Una guerra dopo la guerra per gli italiani dei Balcani

Nell’aprile del 1945, gli italiani che vivono alle spalle di Trieste e di Gorizia, in Istria, in Dalmazia, a Fiume e a Zara, devono fare i conti con una nuova, feroce sferza della storia. Nelle terre del cosiddetto confine orientale, infatti, la lotta resistenziale dei partigiani agli ordini del maresciallo Tito non può arrestarsi con la liberazione dal nazifascismo, ma deve necessariamente proseguire con la costruzione di un nuovo ordine sociale, improntato alla creazione di una Jugoslavia comunista.

È così che, nelle terre forzatamente annesse all’Italia, dove le comunità slave hanno subito un’italianizzazione coatta da parte del fascismo, insieme a ripetuti e maggiori soprusi, scattano meccanismi di epurazione della popolazione tramite una sterrata caccia ai “nemici del popolo”, ovvero a tutti gli individui potenzialmente ostili all’assetto nazionale in divenire.

Discriminazioni che colpiscono in gran parte la popolazione di cultura italiana, essendo stati proprio gli italiani gli esponenti del partito fascista o semplicemente della classe borghese dominante. Come sempre accade in terre tanto complesse, crogiolo di nazionalismi e di soprusi esacerbati da guerre e da dittature, a finire nelle foibe o ad essere costretti all’esilio sono spesso anche uomini e donne che con il fascismo hanno avuto poco a che fare, ma che vengono comunque sospettati o considerati tali, in quanto parenti di fascisti o unicamente perché italiani.

Sin dalla fine della guerra e in special modo a partire dal 1947, quando quasi tutta la Venezia Giulia viene assegnata alla Jugoslavia, per i giuliano-dalmati che scampano alle foibe o alla reclusione nei campi di prigionia si prospettano due sole strade: una vita grama e priva di libertà e, dall’altra parte, l’esilio. Le storie raccolte da Di Donato raccontano le peripezie di alcuni dei tanti che, infine, scelgono la seconda opzione, poiché si rendono conto di non poter più conservare la propria identità nel nuovo assetto politico e sociale.

L’aspra via dell’esilio

A sentirsi costrette all’esilio sono persone come la fiumana Emma Visentin in Pede, ex deportata e moglie di un resistente comunista giustiziato a Dachau. Rimasta a Fiume insieme al giovane figlio Luciano, vive lo spaesamento di chi constata che la propria italianità è ormai un rischioso biglietto da visita in una città in cui si è a ogni passo sospettati di non gradire le “conquiste socialiste”, in un clima di piombo, da pogrom e da jacquerie, che toglie l’aria e la vita.

E poi ci sono i giovani fratelli Franchi, che nel 1948 si vedono interdetta la via dell’esilio e sono rinchiusi insieme alla madre nel campo di prigionia di Jesenice. Figli di un ufficiale della marina rimasto bloccato in Italia, sono arrestati e trascinati via senza speigazioni né accuse fondate, in un mondo in cui le violenze non si sono arrestate con la fine della guerra.

Ai Visentin-Pede e ai Franchi si aggiungono altri nomi a cui corrispondono altri volti, altri intrecci di vite che ugualmente affondano le radici in tremende e spezzate terre di frontiera. Storie confluenti in un esilio che, per quanto amaro, porta in sé le gemme di una rinascita e la speranza di poter tornare a costruirsi una vita, o qualunque cosa le somigli, in un luogo in cui l’italianità non sia considerata un reato.

Le storie presentate sono fra loro speculari, anche se naturalmente ognuna è diversa e unica, splendente di una particolare sfumatura di sofferenza. Una sofferenza che l’autore dipinge con parole sincere e accurate in ciascuna pagina del libro.

Brescia apre le porte ai profughi dell’Adriatico

C’è posto a Brescia, in città, al campo di via Callegari. I Pede occupano una cella trasformata in stanzetta. 2 metri e 50 per 4, e alta due. Devono ricominciare tutto da capo, loro che avevano una bella casa a Fiume e d’estate andavano a fare il bagno sulla costa, vicino ad Abbazia. Ma non si perdono d’animo. Comprano a credito un fornello a gas, si adeguano […] alla vita familiare di gruppo: bagno in comune, catino per lavarsi in cortile, doccia calda una volta alla settimana. Il riscaldamento: una chimera. Luciano è un ragazzo sveglio come la madre, orgoglioso di “ben riuscire” anche in una terra nuova, da esplorare. Ce la farà.

[…] A Brescia può vivere da italiano, seppur inizialmente circondato dalla diffidenza, sposarsi e avere dei figli. A Fiume ci tornerà solo molto tempo dopo, da disincantato turista.

Valerio Di Donato, “ISTRIANIeri. Storie di esilio”, p. 26

Dopo l’espatrio, tutti i protagonisti e le protagoniste delle vicende raccontate da Di Donato giungono nel campo per profughi allestito a Brescia in via Callegari. Alcuni resteranno nella città lombarda e qui troveranno lavoro e costruiranno una famiglia, mentre altri partiranno ancora, per altri paesi d’Europa o per l’America, ovunque li sospingerà il vento dell’esilio e della ripartenza. Una vita dura e difficile, la loro, di sradicati. Questa è tuttavia una condizione che i giuliano-dalmati affrontano senza vittimismo, con determinazione e con coraggio. La stessa determinazione e lo stesso coraggio che hanno avuto nel lasciare la propria terra natia.

Pubblicato con il prezioso contributo del comitato bresciano dell’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, “ISTRIANIieri” è un libro potente e importante che, oltre a parlarci dell’esodo giuliano-dalmata, ha molto da raccontare anche su un frammento di storia davvero poco conosciuto della città di Brescia.

I fatti esposti, tracciati con una scrittura cadenzata e avvolgente, sono accompagnati da puntuali riflessioni dell’autore e da note storiche chiare ed esaustive. In appendice, è inoltre possibile trovare una bibliografia ricca di spunti sugli argomenti trattati.

Superstiti, esuli e poi stranieri fra gli “italiani d’Italia”

“ISTRIANIeri”, il neologismo che dà il titolo al libro, collega tramite un filo simbolico la Venezia Giulia e la Dalmazia al mondo che i profughi giuliani, istriani e dalmati trovano dall’altra parte, sulle rive del loro esilio: l’Italia da poco uscita dalla guerra e diventata Repubblica, tuttora in procinto di rialzarsi dalle macerie del secondo conflitto mondiale.

Ci ricorda anche, questo bel titolo, che molto spesso i profughi giuliano-dalmati si scontrano con la diffidenza che si riserva a ciò che è straniero. E questa forse è la parte del libro che meno ci piacerebbe leggere, perché in contrasto con la nostra confortante idea di un finale più lieto, con profughi accolti a braccia aperte, senza remore né pregiudizi da parte di gente che ne condivide la lingua e la cultura.

Ebbene, non è così. Molti italiani vedono nei profughi adriatici dei possibili elementi fascisti in fuga da un paese comunista, mentre ad altri i giuliano-dalmati ricordano le colpe grandi e innegabili commesse dal fascismo nelle terre oltre Trieste e Gorizia, un pezzo della propria storia che, alla luce della liberazione, non si vorrebbe far altro che dimenticare e seppellire.

Un dramma nel dramma, insomma, perfettamente in linea con il carattere turbolento delle terre balcaniche. Ma ciò che emerge maggiormente dalle righe finali di ogni storia raccontata è soprattutto un’altra cosa: l’indemolibile forza dei giuliano-dalmati, i quali, ritrovatisi stranieri in una terra che parla la loro stessa lingua, si dimostrano saldi come gli scogli delle loro coste e perfettamente in grado di rialzarsi, guardare avanti e reinventarsi, facendosi accettare e accogliere dal nuovo paese.

Un autore obiettivo e coinvolgente, capace di raccontare complesse pagine di storia

Nato a Teramo nel 1955 e cresciuto a Treviso, Valerio Di Donato risiede a Brescia dal 1987. Giornalista professionista, ha lavorato fino al 2015 per il “Giornale di Brescia”, occupandosi di politica interna ed estera. Nel febbraio 2021, in occasione del trentennale dello scoppio delle guerre che hanno smembrato l’ex Jugoslavia, Oltre Edizioni ha pubblicato il suo romanzo storico “Le fiamme dei Balcani”, sottotitolato “Guerra e amore dentro l’anima di un mondo ‘ex’”.

I Balcani, mondo infintamente eterogeno e complesso a livello culturale, nonché cristalliera crepatasi in mille punti con la prima guerra mondiale e quindi saltata completamente in aria con la seconda per esplodere infine un’altra volta con la sua immane carica di dolore, sono la culla di alcune delle più sanguinose tragedie a livello storico e umano. E le pagine di storia o di narrativa che li riguardano sono fra le più difficili da scrivere. Con “ISTRIANIeri”, Di Donato dimostra di saper affrontare un tema delicato e dibattuto con il rigore di uno storico, la minuziosità di uno studioso e la sensibilità di un narratore di storie vicino al dolore degli altri.

“ISTRIANIeri” è quel libro che non ti aspetti, che salta fuori all’improvviso mentre stai cercando un qualche scritto pieno di testimonianze sull’esodo giuliano-dalmata, oppure qualcosa di diverso che ancora non sai. Dentro c’è la grande storia, che sanguina a ogni lembo di pagina coi suoi grovigli di ingiustizie, di vendette e di nuovi dolori; ma c’è anche tanta umanità, un’umanità di scrittura e di esposizione dei contenuti che porta il lettore ad abbandonare ogni preconcetto per calarsi nei panni dei protagonisti e delle protagoniste. E c’è dentro il fuoco della storia, così come il calore di memorie salvate, di una penna che non si lascia mai andare a una cronaca fredda, né a un racconto approssimativo o ideologicamente connotato.

Un libro che merita di essere riscoperto e riportato all’attenzione di molti, in quanto si occupa di far conoscere, con rigore e obiettività, un frammento di memoria storica troppo a lungo trattato in sordina, rimosso o manipolato, che nelle dieci storie presentate trova invece ampio respiro e dignità di essere.


Titolo: ISTRIANIeri. Storie di esilio
Autore: Valerio Di Donato
Editore: LiberEdizioni, 2006

Genere: Testimonianze storiche, saggio
Pagine: 96
ISBN: 9788890174346

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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