“Il Carmine ribelle”: resistenze e antifascismi nel cuore popolare di Brescia dal 1919 alla liberazione

Fotografia di Pietro Manenti (Archivio del Museo Nazionale della Fotografia di Brescia - museobrescia.net)

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Carmine. Un nome che, solo a sentirlo, suscita nei bresciani pensieri ed emozioni contrastanti. Perché nel corso delle epoche, a causa della sua conformazione popolare, il quartiere del Carmine si è ritrovato bersaglio, più di ogni altra zona del centro storico di Brescia, di stigmi e di giudizi dispregiativi che hanno contribuito a bollarlo come area malfamata. Ma cosa si nasconde veramente nel crogiolo di vite, di storie e di sofferenze che tutt’oggi identifica il Carmine?

Per lo scrittore bresciano Marco Ugolini, quella del Carmine è un’anima grande, forte e peculiare. Un’anima che, nel corso del periodo più buio del Novecento, ha dimostrato di possedere un’accesa e coerente vocazione popolare e, più specificatamente, antifascista. Con chiarezza e passione, Ugolini ci dà prova di ciò in un saggio intitolato “Il Carmine ribelle” (Red Star Press, 2018 – acquista qui), nel quale ricostruisce i tratti e l’evoluzione del ribellismo e dell’antifascismo del Carmine nel biennio rosso (1919-1920), sotto il regime fascista, durante la resistenza e sino al termine della guerra di liberazione.

Ripercorrendo ventisei anni di storia della città di Brescia, dal 1919 al 1945, Ugolini ci racconta dei drammi, delle battaglie e del coraggio di tutto un quartiere e delle aree limitrofe che spesso, nel corso del tempo, ne hanno idealmente ampliato i confini. Fra le mani, il lettore si ritrova un accurato affresco corale costellato di volti, luoghi e vicende, che restituisce agli umili e agli ultimi tutta la dignità umana che essi meritano.

Il Carmine rivoluzionario del biennio rosso (1919-1920)

La situazione a Brescia, come nel resto d’Italia, all’indomani della fine del primo conflitto mondiale è a dir poco esplosiva. La disoccupazione è in continuo aumento a causa di una difficile riconversione produttiva; nel 1919, nella sola città di Brescia, si contano oltre 1.200 disoccupati; i prezzi sono in rapida ascesa e le popolazioni sono esasperate dalla continua azione repressiva della polizia e dei comandi militari, intenzionati a ripristinare l’ordine pubblico post bellico col pugno di ferro. […]

Marco Ugolini, “Il Carmine Ribelle”, p. 25

È questo lo scenario incandescente che imperversa in Italia nel cosiddetto biennio rosso, compreso fra il 1919 e il 1920. In un clima tanto turbolento, la città di Brescia è attraversata da ondate di scioperi e di proteste contro il carovita. È la classe operaia che insorge e che fa sentire la propria voce, è tutto un movimento di masse popolari che si irradia dal Carmine, centro nevralgico di ribollenti insoddisfazioni e di propositi di riscatto. Il movimento di protesta si allarga anche ai quartieri limitrofi, trova fertile terreno nell’ancora esistente quartiere delle Pescherie e finisce con l’essere abbracciato da un ampio ventaglio di classi lavoratrici, unendo così operai, contadini e militari.

Con grande dovizia di dettagli e con una scrittura precisa e scorrevole, l’autore ricostruisce i concitati momenti di rivolta e di ribellione popolare che scuotono la città, presentando i fatti e i protagonisti di quanto può definirsi un vero e proprio “assalto al cielo”, ovvero un momento storico della città di Brescia in cui il proletariato e i ceti popolari prendono coscienza di sé e convogliano il malcontento collettivo in un’autentica sommossa.

I moti operai e la ribellione popolare dei quartieri del centro si scontrano tuttavia con il neonato squadrismo fascista, frantumandosi infine in una serie di azioni disorganizzate che non portano a una rivoluzione di classe, ma a una situazione di stallo e di falsi equilibri a cui il fascismo cittadino attinge a piene mani per la propria radicazione.

Brescia in camicia nera (1922-1943)

Il 5 aprile 1919 nasce il fascio di combattimento di Brescia e nel giugno dell’anno seguente i fascisti bresciani inaugurano i loro gagliardetti nella sala della Crociera di via Moretto. L’area urbana che più di tutte si oppone in maniera esplicita e indefessa al fascismo è il quartiere del Carmine, insieme alle limitrofe zone popolari. È proprio qui che si concentra il primo antifascismo, non propriamente organizzato ma comunque tenace e incrollabile. Grande rilievo rivestono il partito socialista bresciano, quello comunista e gli Arditi del Popolo, una formazione eterogenea nata nel luglio 1921. È l’humus da cui germineranno, anni dopo, i variegati contributi di cui sarà intessuta la resistenza bresciana.

Nella città di Brescia questa lotta ha come terreno di scontro le vie del centro storico e in particolare il quartiere del Carmine, forse una delle poche zone della città in grado di esprimere un conflittuale e radicale rifiuto del fascismo, percepito fin da subito come un corpo estraneo da cacciare.

Marco Ugolini, “Il Carmine Ribelle”, p. 45

Un evento cruciale sia per il Carmine che per tutta Brescia ha luogo nel 1929, quando prende avvio la demolizione del quartiere delle Pescherie, conglomerato abitativo d’assetto medievale a sud di piazza Loggia. L’intricato quartiere, fondato principalmente sulla vendita di carne e pesce, ha una forte vocazione popolare in linea con quella del Carmine. Additato come zona malsana che ha contribuito alla diffusione della spagnola, nonché come scenario in contraddizione con i canoni estetici della classe borghese, viene raso al suolo per lasciare spazio alla costruzione di piazza Vittoria, terminata nel 1932 e inaugurata da Mussolini il 2 novembre dello stesso anno.

Ugolini spiega ampiamente quale sia la valenza della demolizione delle Pescherie nel quadro della Brescia fascista. Non si tratta solo di una manovra di sventramento urbanistico, ma di un’azione politica che intende isolare quel “covo della delinquenza” che è considerato il quartiere del Carmine, limitandone l’area d’influenza e allontanandone possibili sostenitori appartenenti alle classi popolari. Con piazza Vittoria, il partito fascista cerca perciò un’ulteriore via per impiantarsi a fondo nel centro storico di Brescia, innestandovi i propri simboli e modelli.

Tuttavia, come più tardi illustrato dall’autore, nemmeno questo basterà a fiaccare e a spegnere lo spirito libero e ribelle del Carmine, che continuerà a effondersi in un diffuso antifascismo clandestino capace di unire classi sociali e visioni politiche differenti.

Un colpo dritto al cuore della città: l’eccidio di piazza Rovetta (1943)

Nella Brescia della Repubblica di Salò e dell’occupazione nazista, la più forte e strenua opposizione al fascismo nasce, si implementa e si irraggia ancora una volta dal Carmine e dalle varie zone urbane a esso limitrofe e assimilabili.

Tramite una ricostruzione storica rigorosa, l’autore conferisce risalto ai tragici fatti dell’eccidio di piazza Rovetta, che si consuma nella notte fra il 13 e il 14 novembre 1943. In rappresaglia allo scoppio di una bomba contro una caserma cittadina di repubblichini, il fascista Ferruccio Sorlini setaccia il Carmine e le immediate vicinanze a capo della sua famigerata banda, facendo riferimento a una lista di nemici del regime. La retata si conclude con l’aggressione e con l’uccisione di tre uomini: Arnaldo Dall’Angelo, Guglielmo Perinelli e Rolando Pezzagno.

Perinelli, operaio e padre di famiglia, è trucidato a causa di uno scambio di persona, mentre Dall’Angelo e Pezzagno sono figure preminenti dell’antifascismo clandestino del Carmine. Mario Donegani, pure lui noto antifascista, è a sua volta snidato e investito da colpi d’arma da fuoco, ma sopravvive. Ritenuto morto dai suoi aggressori, riesce a fuggire; verrà più tardi ucciso nel corso della resistenza in Val Sabbia.

Affinché di questi uomini non resti che un pugno di nomi da sfogliare una volta all’anno in occasione di una dovuta commemorazione, Ugolini dedica a ognuno un profilo biografico esaustivo, in un giusto e sentito tributo che si colloca lontano da qualsiasi retorica.

Il Carmine culla di resistenze nella guerra di liberazione (1944-1945)

Nel Carmine, la lotta antifascista all’Rsi e la resistenza ai nazisti sono portate avanti nella forma di guerriglia armata e sovversiva dai Gap bresciani (Gruppi di azione patriottica) fondati dal siciliano Leonardo Speziale, inviato a Brescia per tale scopo dal PCI.

È inoltre attivo un fronte di ispirazione cattolica, che ha il suo epicentro nelle figure di don Giacomo Vender, del resistente Teresio Olivelli, di padre Carlo Manziana e dell’avvocato Andrea Trebeschi. Don Vender rende la parrocchia di san Faustino un punto di riferimento essenziale per la lotta antifascista e antinazista, oltre a sviluppare e a preservare una rete assistenziale che si prende cura dei prigionieri politici e dei renitenti alla leva.

Le Massimille di don Vender, un gruppo di coraggiose volontarie bresciane, svolgono un ruolo degno di nota preparando e distribuendo pacchi di cibo e di indumenti all’interno delle carceri. La loro è un’attività dalla forte valenza caritatevole, ma anche politica, in quanto si fanno loro stesse staffette della resistenza cittadina, raccogliendo, riscrivendo e consegnando i biglietti clandestini dei prigionieri politici e dei resistenti detenuti a Canton Mombello.

Questa pluralità di resistenze definisce il ribellismo urbano e sfocia infine con forza nei giorni della liberazione di Brescia, unendo le brigate di resistenti della città, i partiti di operai e di lavoratori e tutti i gruppi di antifascisti. L’epos di quei giorni, e in particolare del cruciale 26 aprile, nel quale le forze antifasciste prevalgono sui nazisti in ritirata e sui repubblichini non ancora arresisi, confluisce in un racconto avvincente elaborato dall’autore nel non facile sforzo di riordinare e far combaciare le tante sparse testimonianze sulla lotta resistenziale e sulla liberazione a Brescia.

Sono molti gli scontri che avvengono nel centro storico, alcuni dei quali hanno come teatro gli intricati vicoli del Carmine e delle zone ad esso limitrofe, dove gruppi di partigiani affiancati dal popolo, armato come può, affrontano nazifascisti in fuga, cecchini appostati in vari edifici e assaltano sedi e caserme fasciste.

Marco Ugolini, “Il Carmine Ribelle”, p. 215

Un libro-quartiere

Marco Ugolini è nato a Brescia nel 1980. Dopo aver conseguito una laurea in storia all’università degli studi di Milano, ha collaborato con l’archivio della camera del lavoro e con l’associazione Anteo. Oltre a “Il Carmine ribelle”, ha pubblicato, insieme ad altri autori, “Vengano un po’ dove falciamo noi… Vite, storie e lotte dei lavoratori dell’agroindustria a Brescia dagli inizi del Novecento a oggi” (Gam, 2006) e “Noi sfileremo in silenzio. I lavoratori a difesa della democrazia dopo la strage di piazza della Loggia (Futura, 2007).

Nell’intento ben riuscito di conferire “dignità antifascista” alle vittime dell’eccidio di piazza Rovetta e a un intero quartiere popolare della città di Brescia, “Il Carmine ribelle” incarna lo spirito di un autore dalla spiccata e concreta propensione all’impegno sociale e alla divulgazione di vicende troppo spesso trascurate dalla storiografia ufficiale.

Il risultato è “un libro-quartiere” che non va soltanto letto, ma percorso. Ogni capitolo è infatti una piazza e un cortile, ogni paragrafo un vicolo pieno di ombre, riscatti e speranze. Ogni pagina apre una finestra da cui imparare a guardare con occhi nuovi il panorama di uno fra i più particolari e affascinanti quartieri di Brescia. Camminate di riga in riga, tornate indietro e riprendete l’esplorazione. A ogni passo, sentirete il soffio di quell’anima ribelle di cui parla l’autore. Un’anima sofferta e turbolenta, capace di effondere la fiamma di un genuino, incredibile coraggio. Chiede solo di essere ascoltata.


Titolo: Il Carmine ribelle. Storia dell’antifascismo nei quartieri popolari del centro storico di Brescia, dal “biennio rosso” alla Resistenza
Autore: Marco Ugolini
Editore: Red Star Press, 2018

Genere: Saggio
Pagine: 260
ISBN: 9788867182169

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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