“Come d’autunno”: una famiglia bresciana che si scontra col fascismo nel romanzo di Stefano Pazzaglia

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Come foglie aggrappate ai rami in autunno, con il mite coraggio di chi esercita il proprio diritto di esistere. È così che si sentono a volte le persone, quando il vento della storia minaccia di spazzare via ogni briciola di sole estivo. E se questo vento prende il nome di fascismo, il suo è un fiato corrosivo e tagliente, destinato a soffiare per un ventennio.

È lo stesso vento che si abbatte su Steno Boni, il giovane protagonista di “Come d’autunno” (Scatole parlanti, 2019 – acquista qui), romanzo dello scrittore e poeta bresciano Stefano Pazzaglia. Nel giorno in cui Steno difende un uomo dalle angherie di una camicia nera, per lui e per la sua famiglia l’estate finisce per sempre, scivolando in un cupo autunno e, troppo presto, in un feroce inverno.

Con uno stile preciso ed equilibrato, attento ai dettagli e alle scene di carattere popolare e quotidiano, l’autore tratteggia un dramma familiare e uno spicchio di vita provinciale nella Franciacorta dei primi anni del fascismo, parlando, attraverso una vicenda di affetti e di tribolazioni, della tempesta che si abbatte su un intero paese sotto i colpi impietosi della grande storia.

Quel giorno d’agosto in cui tutto è cambiato

L’estate pareva eterna ma poi nel volgere di poche ore giunse la stagione in cui gli alberi si spogliano.

Arrivò un tempo cupo, di nuvole spesse, temporali e lampi, un inverno che sembrò interminabile, una stagione lunga vent’anni, rigida e fredda come talvolta capita nella Storia.

Stefano Pazzaglia, “Come d’autunno”, p. 65

1924. A Piedeldosso di Gussago, in provincia di Brescia, è un tranquillo venerdì di ferragosto. Il giovane Steno Boni sta servendo all’osteria-locanda che gestisce insieme ai genitori e alla moglie Nella. Verso sera, il locale si svuota e rimane un solo avventore, il ciabattino Beppe, vicino di casa e buon amico.

Il lieto quadro ordinario va tuttavia in frantumi nel momento in cui si presenta all’osteria Ercole Pasotti, camicia nera. Quest’ultimo si mette a tormentare senza motivo il ciabattino, sfruttando il terrore e la soggezione suscitati dalla sua divisa. Steno, integerrimo e onesto, non ci pensa due volte a intervenire. La situazione degenera e lui e Pasotti hanno un acceso alterco dal quale il secondo, tracotante ma pavido, esce sconfitto e umiliato.

Un fatto spiacevole eppure di poco conto, al quale non seguiranno ritorsioni, pensa inizialmente Steno. Dovrà ben presto ammettere che non è così. Né lui né i suoi cari avranno più pace, poiché inquietudine, pericolo e impotenza si insinueranno nella loro casa, decisi a rimanervi. In un paese che ha da poco imboccato una strada cupa e sanguinaria, l’episodio che lo vede protagonista è la scintilla che accende una subdola miccia pronta a colpire.

Una questione (non solo) privata

Pagina dopo pagina, ci ritroviamo avvinghiati alla vicenda di Steno, ai suoi familiari e alle sue amicizie, alla vita laboriosa nell’osteria, al paesaggio e alla società di una Franciacorta perlopiù rurale e contraddistinta da tradizioni, riti e tabù. E dietro ogni parola, fra le righe di ogni capitolo e fra l’una e l’altra delle battute dialettali che colorano i dialoghi fra i personaggi, respiriamo il veleno di un dramma che sembra sempre sul punto di stemperarsi senza esplodere, ma che al contempo percepiamo, perfettamente e con viva angoscia, come inevitabile e imminente.

Il tempo in cui si apre la vicenda, l’agosto del 1924, non è casuale. Il deputato socialista Giacomo Matteotti è stato sequestrato il 10 giugno e sono tuttora in corso le sue ricerche, il cui tragico esito ben conosciamo. Da squadrismo, il fascismo si è fatto partito e ora si avvia speditamente verso la dittatura completa, dividendo gli animi e dando bastoni, manganelli e carta bianca ai deboli in vena di angherie. Con la vicenda di Steno, l’autore Stefano Pazzaglia dipinge per noi un quadro di vicissitudini familiari che, sebbene circoscritto a un paese della Franciacorta bresciana, riflette la tragedia collettiva di un’Italia in cui il fascismo, seppure ancora agli inizi, ha già seminato e continua a seminare violenza e tormento.

Il fascismo stava tirando fuori il peggio dalle persone, i miserabili d’animo avevano trovato il momento del loro riscatto. Un tempo che avrebbe travolto tutto e tutti.

Stefano Pazzaglia, “Come d’autunno”, p. 112

Un autore che tocca temi universali partendo dai semplici

Nato nel 1962 a Brescia e laureato in scienze giuridiche, Stefano Pazzaglia risiede in Franciacorta. Ha scritto per la rivista letteraria “Colophon”, diretta da Antonio Tombolini Editore. Per la stessa casa editrice, ha pubblicato una raccolta di racconti intitolata “La trilogia del glicine”. Questi racconti, incentrati sul carosello di storie, di usi e di costumi che si raccoglie intorno all’osteria-locanda di Piedeldosso di Gussago fra il secondo dopoguerra e il boom economico, trovano nei personaggi e nella vicenda di “Come d’autunno” il loro antefatto ideale.

Con RPlibri, Pazzaglia ha inoltre dato alle stampe la raccolta di poesie “Mesticanza”, firmandosi con lo pseudonimo Steno Boni, nome del protagonista di “Come d’autunno”.

Quella di Pazzaglia è una scrittura limpida ed equilibrata, che si impegna a toccare temi universali partendo da vicissitudini private. “Come d’autunno” è uno straziante libro d’ambientazione storica nel quale è intessuta la storia intima e domestica di persone dai sogni semplici, da forti ideali e dagli ancora più forti affetti e legami. Il ritmo di scrittura, cadenzato e inesorabile quanto le disgrazie che pendono su Steno e sulla sua famiglia, induce sin da subito noi lettori a sentirci minacciati e vulnerabili a nostra volta, come foglie autunnali che avvertono tutta la fragilità e la precarietà della vita.

Patiamo insieme ai protagonisti, che vorremmo poter difendere e salvare, a loro ci affezioniamo e, così, restiamo appesi ai rami sino all’ultima parola. Soffriamo, speriamo, proviamo rabbia, tenerezza e sollievo, in quel grande miracolo di immedesimazione e di empatia che sa dischiudere la narrativa.


Titolo: Come d’autunno
Autore: Stefano Pazzaglia
Editore: Scatole parlanti, 2019

Genere: Romanzo
Pagine: 128
ISBN: 9788832812046

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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